Analisi di una non vittoria

Di elezioni non vinte e analisi della non vittoria, di Bersani e di Grillo, di giovani e di vecchi e di giaguari da smacchiare, di Renzi e di Sanremo, di Giletti e di Nanni Moretti, di uno che vale uno e parole guerriere liberatorie, sempre e comunque parlando al paese. Tutto questo e molto altro nella novantesima puntata di Tolleranza Zoro, andata in onda su Rai 3 il 3 marzo, nella prima puntata di Gazebo, in una versione di poco più breve.
Buona visione.



No, Alfano no, lo sai anche tu

A margine delle prime riapparizioni tv di Berlusconi, ho scritto questo, pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 18 gennaio 2013.

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“No, questo non glielo lascio perché a lei non interessa”, dice Silvio Berlusconi a Lilli Gruber mettendosi sotto l’ascella il cartonato a colori con la graphic novel dei suoi infiniti successi di governo. “Occupy Otto e mezzo”, nonostante la logorrea dell’ospite, è al fin finito sbracando ogni palinsesto. Con la stessa faccia delusa e vagamente offesa di un rappresentante di elettrodomestici rimbalzato o di un militante di Lotta Comunista che non ha avuto risposta al citofono (detto col massimo rispetto degli uni e degli altri), Berlusconi lascia lo studio col broncio. Nonostante i titoli di coda siano passati già due o tre volte ad implorarne il commiato, che anche questo show sia finito, dispiace.
Dispiace soprattutto il mattino dopo, quando già bulimico di campagna elettorale, trovo Mariastella Gelmini a darmi il buongiorno. “Il leader della coalizione è Silvio Berlusconi, ma il premier lo indicheremo dopo le elezioni, e sarà un giovane”. Ospite di Agorà, lei che le convenzioni politico anagrafiche nostrane vorrebbero “giovane”, mi saluta così, rinunciando di fatto ad ogni auspicabile intraprendenza giovanile. L’avevo rimossa, lo ammetto, e per un attimo infinito mi sforzo di ricordarla ministro dell’istruzione. Non ha più la sicumera di un tempo, ma è tornata lì dentro, in tv per almeno un paio di mesi, a farmi sostenere il dazio di qualcuno che spieghi il Berlusconi del giorno prima.
Ma io non voglio. Ognuno Berlusconi se lo spiega da sé, altrimenti non c’è più gusto.
Lui che è ancora, e lo capisco soprattutto guardando e ascoltando la Gelmini, il più immaturamente giovane e irresponsabilmente combattivo dei leader di destra. Lui che il nome di un giovane erede in realtà l’ha già fatto, rivelando soprattutto lì, in quell’investitura a denti stretti, il più grave e irreversibile segnale di vecchiaia. Il vero Berlusconi non avrebbe mai neanche sussurrato, pretendendo di risultare accattivante, il nome di Angelino Alfano come premier. E lo sa pure lui, Angelino. L’unica volta che l’ho visto dal vivo, a Palermo, lanciava le primarie del 16 dicembre “punto di svolta per un nuovo centrodestra”; dopo qualche ora si sarebbe ritrovato a commentare la sentenza di colpevolezza del suo capo, che ritirava tutto e tornava in campo. Angelino no, Silvio, lo sai pure tu. Nella speranza di poterti davvero un giorno rimuovere dalle nostre teste dove ti trapiantasti vent’anni fa, in questi due mesi sono pronto per ogni tua esibizione. Esagera, inventa, stupisci, racconta. Ma quella di Alfano no, non la raccontare più. C’è un limite a tutto.



Duemilatredici

Questo articolo è stato il primo dell’anno nuovo per il Venerdì di Repubblica, pubblicato l’11 gennaio 2013.

“Odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso”. Passo davanti al computer e leggo questo, a ridosso della mezzanotte del 31. Sono d’accordo da sempre, l’ansia del giorno in cui ci si deve divertire per forza la detesto da ben prima di diventare un accidioso quarantenne, ma il pensiero condiviso online da più di un “amico” virtuale di sinistra, è nientemeno che di Antonio Gramsci, 1916. Mi ci imbatto scorrendo il flusso di auguri che, in tempi di socializzazione tossica, il mondo sente il bisogno di fare soprattutto a perfetti sconosciuti. Se sei di sinistra, li fai con Gramsci, se sei di destra, non lo so, ma ci sarà sicuramente un pensiero utile alla causa di salutare chi ti segue. Lo si fa, è buona creanza, anche perché in caso contrario quelli potrebbero prendersela, ricordarselo per tutto l’anno. Ma limitarsi a scrivere “auguri” potrebbe rivelarti come banale ai tuoi “amici”, i più selettivi potrebbero addirittura toglierti l’amicizia. Occorre qualcosa di originale, che si faccia strada nella competizione degli auguri altrui e lasci il segno. L’ansia da prestazione cresce e inibisce. Tra vago snobismo e implicita vigliaccheria, tendo a sottrarmi al rituale, ma non sono asociale abbastanza da schivare il diluvio. Farsi domande davanti alla foto di un pesce rosso che salta da un bicchiere “2012″ verso una più capiente e accessoriata ampolla “2013″, può far perdere il conto dei conti alla rovescia in corso.
Per fortuna, per qualche strana convenzione universale, i cenoni italiani tendono a sincronizzare buona fine e buon principio sull’incarnato di Carlo Conti, che da Courmayeur batte il tempo su Rai1. Dopo aver ammazzato le due ore che vanno dalla cena alla mezzanotte sfidando la famiglia a una sorta di karaoke del ballo dove il ballo più pubblicizzato per l’acquisto non è compreso nell’acquisto stesso ma richiede un ulteriore esborso, ti ritrovi indifeso di fronte a un plotone di ballerine che a colpi di culo ti lanciano baci e dicono “auguri” come se fossimo amanti. E non sai se ricambiare mandando baci alla tv, cambiare canale perché non è bene che tua figlia segua quell’esempio, o rimettere il ben più casto gioco di prima trascurando gramscianamente la convenzione temporale. Perché mentre davanti casa tua partono i fuochi d’artificio e ti chiedi quale sia l’ora adatta per dormire senza sembrare snob o rivoluzionario, è a Gramsci che ripensi. Nella speranza di svegliarti davvero come fosse capodanno, e riprendere a fare i conti con te stesso.



Le mani di Ennio

Le immagini di questa storia sono anche in Anno Zoro, la maggior parte delle quali nella parte non andata in onda ma disponibile su Youtube, dal minuto 39 del video.
E c’è anche Ennio, il principale protagonista del racconto. Questo pezzo è stato pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 7 dicembre 2012.

“Lui potrebbe stare a casa, gli manca poco per andare in pensione, però è solidale, sta qui con noi”, mi dice un operaio presentandomi Ennio, che col suo occhio di vetro mi guarda, sorride e con la testa annuisce. “Sono pure invalido dalla nascita”, aggiunge lui poco prima di tirare fuori le chiavi del suo cantiere oggi chiuso per sciopero. Detto dai colleghi “l’indispensabile”, Ennio ha appena finito di sfilare sotto le finestre di casa mia. Lui e altri 1200 operai edili impiegati nei lavori della metro B e C di Roma, rischiano il licenziamento da dicembre. “Questa cosa vale una Termini Imerese, negli ultimi tre anni nel Lazio si sono già persi 18mila posti di lavoro”, mi ricorda un sindacalista.
Una delle più grandi opere d’Europa, nonostante fondi stanziati e promesse fatte, sta per bloccarsi per sempre, per incapacità amministrativa. Conosco così chi da anni vive e lavora sotto i miei marciapiedi. Loro sotto, io sopra. Improvvisamente ne so qualcosa di più di quei recinti gialli che da non ricordo più quanti anni occupano il quartiere. Per chi abita qui, le dighe di Via La Spezia e l’enorme gru di Piazzale Appio sono già monumento. Esempio contemporaneo di Roma sparita, per ricordare com’erano un tempo questi posti non ci sarà bisogno di foto in bianco e nero. Ennio mostra le mani enormi, sproporzionate, piegate dall’abuso, mutate darwinianamente. Le sue dita danno nuovo senso all’aggettivo “nodoso”. Sono mani di chi, come Roberto, 36 anni, carpentiere, se messo in mobilità ricomincerà a lavorare in nero, per meno soldi e diritti. “Di recente alla Metro C è morto un ragazzo, se ne è parlato due giorni, poi basta. Se un volontario muore in missione di pace gli danno la medaglia, se muore un operaio edile sembra non sia morto nessuno. Pare una discriminazione. Io sono di sinistra, ma agli operai ormai non ci pensa nessuno”. Nell’attesa della delegazione che è andata a parlare con Roma Metropolitane, a turno si prende il megafono, ci si fomenta invocando “una rivoluzione”, perché “questo è il momento di lottare, no domani, oggi”. Piove e tira vento, ci si accalca sotto la pensilina in attesa di una risposta che non cambierà nulla. “Erano vent’anni che non facevo una manifestazione”, mi confida commosso un signore sulla sessantina che ha votato Vendola e voterà Bersani al ballottaggio. “Se qui ci mettiamo d’accordo tutti, a questi li rivoltiamo”, mi confida un ragazzo che ha votato Renzi. Siamo rimasti in pochi, lo guardo perplesso, ma lui è già oltre. “Siamo milioni a stare così, se ci mettiamo tutti insieme, li rivoltiamo”.



Tutti ladri di giubbotti

by Diego Bianchi il 10 gennaio 2013 @ 13:12 / Il Sogno di Zoro (Venerdì di Repubblica) / 1 Commento / Tags:

Questo pezzo è stato pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 16 novembre 2012.
Tornando da Milano, in treno, venni travolto dal flusso di coscienza qui sintetizzato.
All’arrivo, l’inevitabile epilogo.

“La gente è stufa, stu-fa!”.
Il signore in giacca e cravatta davanti a me scandisce, a voce educatamente bassa ma ferma, perentoria, definitiva. Vicino a lui, la signora ornata di perle e pazienza annuisce col sorriso a mezz’asta. Il marito, seduto al mio fianco, finge di non esserne il marito. “E’ un altro signore contento di chi ci governa”, gli dice la moglie cercando sponde che non trova. Corriere della Sera e Tuttosport sono fonti prosciugate per il flusso di coscienza di giornata, che riparte, più veloce del treno che ci porta. “La gente è incavolata perché a noi ce stringono la corda. Vede signò, se so fatti duemila euro d’aumento in Parlamento, e a noi pensionati niente. C’è tanta povertà, la gente va a cercà la roba che scartano. Perdi il lavoro a 59 anni, poi sei vecchio, non lo trovi più. Qui non se tratta de fa politica, ma de esse mpo onesti. Così Grillo prenderà sempre de più”. Con la moglie sotto ipnosi, il marito adempie al dovere coniugale di cercare caffè nella carrozza ristorante più lontana che ci sia, e se la porta via. Rimaniamo soli, io e il signore. Mi sento masochista il giusto per dargli un dito e farmi prendere tutto.
“L’ha sderenata alla signora”, dico evocando invano una tregua. “Vedi, la sinistra è contro Alemanno che ha messo er tram a 1.50, ma a MIlano c’è la sinistra e già è a 1.50. So capaci tutti a governà così, alzi le tasse, che ce vo? Tanto chi paga è sempre Pantalone”. Pausa. “A me me piace Renzi”. L’ha detto. “Bada che io non so mai stato de sinistra eh?”. Ha detto pure questa. “Voglio il nuovo, gente nuova, poi vedo i programmi. La Prima repubblica ha fallito, la seconda pure, il popolo ha detto no ma hanno rimesso il finanziamento ai partiti. A Craxi l’hanno pugnalato alle spalle, e Cossutta andava a Mosca! Compagni e fascisti so tutti uguali! Rubano tutti! Dice de no lei?”. “No”, rispondo, ma non mi sente. I signori tornano, siamo in arrivo. Il signore in giacca e cravatta si alza, cerca il giubbotto sopra le nostre teste, ma il giubbotto non c’è, sparito, volatilizzato. Non ci siamo mossi, i signori non sono stati, fermate non ne abbiamo fatte. Il signore percorre incredulo la carrozza, sposta bagagli, cappotti altrui, respinge con fermezza il dubbio dei passeggeri che ce l’avesse alla partenza, che pensionato sì, rincoglionito no. E insomma, giubbotto rubato, per contrappasso. A furia di parlare di ladri era inevitabile.
“Politici non ne son passati”, sussurra il marito della signora scendendo.
E ormai non so più se volesse fare una battuta, o dare testimonianza.



Il candidato che non lo era

E daje de respirazione boccabbocca al blog.
Ci riprovo, per ora ricominciando a pubblicare roba vecchia, sempre meno vecchia, in qualche modo ancora attuale.
Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica del 2 novembre 2012. Parla della prima e unica volta in cui, a mia debole memoria, mi sono candidato a qualcosa, vincendo.

“Mah, non ho niente in contrario, però non posso, non ho tempo”. Seduto su un banco, quando il giro di sguardi e domandine provocatorie degli altri genitori cade su di me (“e tu? perché non ti candidi?”), abbozzo una risposta ingenuamente sincera. Immediato, senza possibilità di replica, all’unisono parte l’applauso collegiale, l’investitura per acclamazione di un candidato che non diventa tale a sua insaputa, questo no, ma contro il proprio volere, questo sì. Capisco troppo tardi che l’applauso è per me, che il candidato sono io, che mi hanno fregato.
Dal nulla prendono corpo e vita decine di certificati elettorali. Neanche il tempo di capire il perché di quei foglietti da compilare che una madre alle mie spalle sta scrivendo il mio nome sulla lavagna. Il mio nome sulla lavagna, emozione primordiale, scritto col gesso a beneficio del corpo elettorale che deve esprimere la propria preferenza, scegliere il proprio rappresentante, accorciare la distanza tra popolo e casta, e per farlo ha bisogno di scorrere l’elenco di tutti i candidati in campo. Ma sulla lavagna c’è solo il nome mio. Sono candidato unico. Mentre cado nella trappola cerco di dimenarmi chiedendo allo scrutatore, autominatosi tale un secondo prima, il suo nome di battesimo. Lo voto. Al momento dello spoglio, vinco all’unanimità (unico voto contrario il mio).
Contenti come una sezione del Pci che sta per andare a Botteghe Oscure a festeggiare, i genitori presenti si complimentano con me, stringendomi la mano mi dicono “congratulazioni”, come se quello appena ratificato fosse il coronamento di un sogno, l’apice di una carriera politica ormai matura. Realizzo che forse è la prima volta in vita mia che mi candido a qualcosa, di sicuro è la prima volta che vinco. Mi chiedo quali siano le aspettative del mio elettorato. Subito mi ricordo che devo essere il rappresentante di classe di tutti, rappresentare anche chi non la pensa come me, cioè me stesso, visto che sono l’unico che non mi ha votato. Ho vinto senza neanche un programma, sulla fiducia. Dovrò combattere Profumo e il nuovo preside, collaborare senza cedimenti con maestre e genitori, per il futuro dei nostri figli.
Ormai eletto, annuncio che la nostra non sarà la classe di un uomo solo, che noi diciamo “no” ai personalismi, ma sto parlando più o meno da solo.
Sono andato all’incontro di routine con maestra e genitori relativamente tranquillo, torno a casa perplesso, con un sacco di nuove responsabilità che non volevo.
L’abbraccio orgoglioso di mia figlia è la legge di stabilità più bella.



Anno Zoro (finale di partita 2012)

Dai Maya a Grillo, da Hollande a Atreju, dalle primarie a Renzi e Bersani, dalla Sicilia a Bettola, dal GanGnam Style al Follower, da Obama ai confronti tv, da Casa Pound al ritorno di Berlusconi fino alla salita in politica del tecnico, verso le elezioni politiche 2013.
Tutto questo e molto, molto altro, nelle quasi due ore di “Anno Zoro – Finale di partita 2012″, in una versione di circa 13 minuti più lunga rispetto a quanto andato in onda su Rai 3, il 2 gennaio 2012. Grazie a tutti coloro che più o meno consapevolmente hanno partecipato alla realizzazione di questo video, e un grazie particolare a Max Paiella e Mirko Matteucci “Missouri 4″ per le speciali apparizioni.
Buona visione.



Destra avvisata

Questo invece è stato pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 28 settembre.

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“Il mio candidato è Alemanno”. Sgrano gli occhi, rifaccio la domanda: “Alemanno candidato alle primarie per la Presidenza del Consiglio? Sicuro?”. Ettore, consigliere provinciale Pdl di Avellino da circa dieci anni, ex An, militante per “scelta esistenziale”, camicia nera “in omaggio alla realtà biker dello stand che ci ospita” e celtica al collo in omaggio forse al suo candidato ideale, ha già scelto cavallo.
Ad Atreju, dove si attende invano Berlusconi per il rituale bagno di folla giovane e sedicente goliardica (i giovani di Atreju colgono ogni anno un pretesto per dire quanto siano goliardici, cosa che mi mette a disagio tanto quanto qualcuno spiega barzellette che non si sono capite), si guarda oltre.
Qui, dove in mattinata è intervenuto anche il grecoromano De Romanis, la delusione è palese, l’orgoglio intatto. Giorgia Meloni, simbolo e motore dell’evento, non fa mistero del suo stato d’animo poco conciliante verso chi, anche stavolta, avrebbe consigliato male l’ex Presidente. Qualche telecamera, nel mentre, prova ad interessarsi a La Russa, e vederlo di nuovo irrorato di nervosa adrenalina dopo tanta astinenza, fa umana simpatia.
Quando arriva l’ora di annunciare che Berlusconi non ci sarà, i giovani lanciano il loro messaggio scandendo in coro la parola “primarie”.
Nell’infinita lotta su quali parole siano di sinistra e quali di destra (“riprendiamoci la parola libertà”, si è reclamato a sinistra per anni), sentir urlare “primarie” alle nuove leve di destra, genera nell’elettore di sinistra una sensazione simile a quella dei ladri che ti entrano in casa. Con la differenza che questo furto, tutto sommato, risulta piacevole. “Fate, fate”, viene da dire, “organizzatevi primarie come le nostre, anzi, meglio delle nostre, che noi sono quattro anni che ce le siamo inventate e ancora non abbiamo capito come vogliamo farle”. La voglia di vederli infilati nel tunnel dei gazebo aumenta con l’intensità del coro. La smania di sapere chi per primo oserà montare su un camper per dire a Silvio che è vecchio e superato, fa quasi venir voglia di votare pure alle loro di primarie. E sì che da sinistra, ai tempi di quella che ora Frattini chiama “fusione fredda” tra Forza Italia e An, fingendo goliardia, così li si ammoniva: “non conviene, date retta a chi ci è già passato, restate divisi, ognun per sé; caciara, assenza di leadership e patemi generazionali voi non li sapete soffrire bene come noi, non siete abituati”. E invece niente, dopo la fusione, le primarie.
Non dicessero poi che non erano stati avvertiti.



Il mare intorno

Daje de arretrati, più o meno sempre attuali.
Quello che segue è un pezzo pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 21 settembre.

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“C’è il mare però, capito? Abitassi qui andrei a casa e tornerei domani, ma noi abbiamo il mare!”. Quando la stanchezza ha divorato tutto, l’operaio in maglietta rossa ricorda ai conterranei cosa significa essere sardi: avere il mare intorno, nel bene e nel male.
“Per decidere cosa fare, se rimanere o andare via, dobbiamo fare un’assemblea, adesso, qui”, aveva detto poco prima il sindacalista, voce roca e autorevolezza tale da metter seduti in terra i “tamburi sardi, duri e testardi” ex Alcoa. Sono le 23.00, e la parola “assemblea”, dopo mille petardi esplosi, mille caschi sbattuti e mille trombette suonate, arriva alle orecchie attutita ma risolutiva.
Sono ormai 13 ore che operai, fotografi, giornalisti, videoreporter e forze dell’ordine si fronteggiano, annusano e intrattengono nel budello di Via Molise, sede del Ministero dello Sviluppo Economico.
Nel mentre, ai piani alti, la trattativa procede, o così spera chi in strada aspetta e da quella trattativa dipende. Aspettando sono volati spintoni, manganelli, transenne, sampietrini, alluminio, caschetti, fuochi d’artificio, interviste e lacrime senza lacrimogeni, perché aspettare un comunicato dal quale cambierà la tua vita, ti fa ogni minuto più precario, sospeso tra la dignità di una vita onesta passata in fabbrica e l’umana voglia di spaccare tutto.
E non vorresti, non l’hai mai fatto, tanto che provi a spiegarlo al poliziotto che ti ha appena stampato il manganello sulla schiena, e quando gli ricordi che la stangata arriverà presto anche per lui, quello smette di fissare il vuoto e ascolta. Mai viste tante complici conversazioni tra manifestanti e forze dell’ordine come il 10 settembre, al punto che quando la trattativa finisce e i sindacalisti escono a spiegare che la palla è stata buttata in tribuna (chiusura e dramma rinviati di qualche settimana), per un attimo dubiti del fatto che le forze dell’ordine li difenderanno dalla rabbia dei loro rappresentati.
Che chiedono ai sindacalisti di tornare dentro a trattare, ma dentro non c’è più nessuno. Non c’è Passera, non c’è Alcoa, non c’è Cappellacci, che chissà quanti di quegli operai hanno votato.
Fare il sindacalista, come il politico, a farlo bene è lavoro duro, serio, difficile, ora più che mai. Decidere di andare via, dopo 13 ore così, con poco più di niente in mano, è la cosa più amara da far digerire a chi si sente sardo duro, testardo e in cassa integrazione. Ma l’assemblea decide, prevale il buon senso, si riprende il traghetto. Con la paura di non farcela più a ritornare. Perché di mezzo c’è il mare. Che così profondo non è stato mai.



Therry, o Thierry

Il pezzo che segue è stato pubblicato sul Venerdì di Repubblica di ieri, 14 settembre 2012.

“E poi adesso ci sono le primarie”, mi dice l’amico giornalista. “Ah, quindi ci stanno! mi stai dando una notizia!”, rispondo semiserio, visto che di queste primarie si parla da anni e nel momento in cui ci telefoniamo se ne ignorano ancora data e regole.
“Ci sarebbe da andare a vedere Renzi alla festa del Pd”, aggiunge poco convinto, “oggi ha presentato il camper col quale farà la campagna elettorale, si chiama Therry (all’inglese), o Thierry (alla francese)”. Il fatto che il camper di Renzi sia stato battezzato (e battezzato così), mi fa fissare il vuoto per cinque minuti, quindi mi convince a rimandare l’impatto con le primarie in arrivo. Ma i giorni passano, comizi e interviste imperversano e le primarie prendono a tracimare da giornali e tv col tradizionale corredo di sondaggi, dichiarazioni di voto, schieramenti in armi e spin doctor alla riscossa. E così come accade per Grillo, la cui ascesa nei sondaggi s’impenna ogni qualvolta un dirigente del Pd decida di mettersi dialetticamente sul suo stesso piano, anche Renzi, inaspettatamente, diventa più competitivo del previsto.
“Il problema di Renzi è Renzi”, dichiara D’Alema, “litiga con tutti, a noi serve uno che unisca”. Ecco, oggi basta molto meno di una frase così, soprattutto se a votare non sono solo gli iscritti al partito, a far sì che il trasversale sentimento antitutto porti il simpatizzante a turarsi il naso prendendo in considerazione l’ipotesi Renzi. Non perché bravo, di sinistra, di centro o di destra, ma perché “giovane” alternativo ai “vecchi”.
“Il problema di D’Alema è D’Alema”, potrebbe rispondere Renzi, anche perché l’onda che può portarlo lontano è oggettivamente caricata dal fatto che è contro il suo nome che nel Pd si trova la maggiore unità. Anni fa, quando lo spread non si sapeva cosa fosse e Berlusconi pareva a un niente dal cadere, era di Vendola che Bersani si preoccupava fantasticando di primarie. Allora la questione sembrava essere tutta politica, nella scelta di una candidatura ritenuta più di sinistra dell’altra. Ma Berlusconi ha resistito fino a cadere senza che nessuno riuscisse a prenderne i meriti, Grillo ha trovato praterie e i problemi del paese sono ancora tutti lì. Di conseguenza può diventare prioritario sconfiggere l’esistente, “la casta” (qualunque cosa sia), anche e soprattutto alle primarie del centrosinistra, che dovrebbero fomentarne l’elettorato sugli argomenti più che logorarlo sui personalismi. Che ai tempi del referendum di Pomigliano, ad esempio, Renzi si esprimesse per Marchionne “senza se e senza ma”, oggi sembra non essere granché importante.




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