Come fossi Geronimo
Ci sono giornate di mare piatte come il mare che hai davanti, che è “una tavola”, come si usava e si usa ancora dire. Quelle giornate, ancorché piatte nella loro ripetitività immobile, un tempo erano rese veloci dalla gioia che ti dava sfondare quella tavola, entrarci con i piedi, tagliarla nuotando, prendendola a cazzotti. Tavola era e tavola tornava, che la forma dell’acqua, in mare, per quanto ti sforzi non si può cambiare.
Poi, all’improvviso, il temporale, o comunque le nuvole, perlomeno il vento. La tavola si riempiva di bozzi, si increspava, si incazzava, quasi a ribellarsi di tante provocazioni subite si gonfiava, l’onda montava, da sola. Niente di trascendentale, sia chiaro, ma onde, a volte alte abbastanza per fare paura a chi, bambino, conta i giorni che lo separano da quando le cose gli sembreranno tutte un po’ meno alte, un po’ meno grosse, un po’ meno complicate.
Le onde piegano la tavola e arrivano al galoppo, “i cavalloni”, si usava e si usa ancora dire. Che per quanto fingi controllo della situazione, anche da grande ti lanciano la sfida intimorendoti , ma i ruoli sono chiari, sei tu quello che sa come affrontare un’onda che ti viene incontro, e anche se è tutto ancora troppo grande dopo tutti questi anni, l’esitazione non è pedagogicamente prevista.
Ti ci puoi buttare dentro di testa, provando la forza, oppure puoi dargli il culo e assecondarne la spinta facendoti trascinare a riva. Chi sa le surfa. Oppure le salta.
E così convinci Anita a vincere le prime titubanze e le mostri come li affrontavi tu da piccolo sti cavalloni, che poi è come li affronti anche ora che vedi i 41 distanti un paio di mesi, e acquistare sfrontatezza con l’età è difficile.
Sotomayor da spiaggia, prendi la rincorsa obliquamente, stacchi con il sinistro e salti in fosbury quel metro d’onda che ti è passato sotto il culo, che tiri su, e riporti giù con tutte le gambe, atterrando sul fianco destro, mano sulla sabbia ad attutire, splash.
Anita mi guarda una volta, due volte, tre volte, si diverte, si fa forte come si è fatto forte il mare, pronta alla sfida guarda in faccia le onde, pancia in fuori ci entra dentro e ne esce, si rialza ridendo, sempre e comunque.
Un occhio all’onda che arriva, una alla figlia che appare e scompare, prendi la rincorsa e risalti, sempre sullo stesso fianco che dopo un po’ senti già livido per gli schiaffi che gli stai imponendo. E mentre cerchi di ricordarti se quel fastidio lo avvertivi anche da piccolo, senti Anita pronunciare chiaramente, distintamente, la parola “libro”.
“Libro”, nel mare mosso d’agosto. Sputando acqua mi avvicino a lei. “Che hai detto?”
Senza smettere di saltare, ma soprattutto senza smettere di ridere, Anita conferma a se stessa: “ho fatto proprio bene a leggere il libro del coraggio di Geronimo Stilton. Prima queste cose non le facevo”.
Di sale, bevo acqua di mare che mi colpisce a tradimento. Tra le onde, in mezzo al mar, mia figlia parla di libri e dell’insegnamento concreto, tangibile, surfabile che ne sta traendo lì, davanti a me che non salto più e guardo lei che mi urla “salta!”
“E che dice questo libro?” chiedo. “Dice che bisogna avere coraggio”.
Semplice, intuitivo, efficace, diretto, piatto come il mare quando è una tavola, o come il coraggio che ci si dà d’estate, per guardare in faccia le onde e ridere di loro.
Come fossi Geronimo. O mia figlia.
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