L’Ora di Spike

by Diego Bianchi il 13 maggio 2003 @ 10:39 / Cinema / 5 Commenti
Intanto una premessa.
Su Spike Lee sono tremendamente di parte.
E’ uno dei pochi registi dei quali ho visto praticamente tutto.
Fa la cosa giusta è il film che in vita mia ho visto e fatto vedere più volte, le 4 ore e passa di Malcolm X me le sono sorbite tanto in italiano quanto in inglese (per un totale di 9 ore…), sono andato pure a Brooklyn sulle orme delle sue sceneggiature (è vero, fa fico dirlo, ma è vero, ho il libro con la sceneggiatura del film e la mappa della strada dove il film si svolge. Ci sono andato e ovviamente non l’ho trovata, un po’ come andare in Sicilia e cercare Vigata; erano comunque tutte stradine uguali a quella del film, con una grande black community che mi guardava incazzata e faceva scommesse sulla mia stabilità mentale, o almeno a me così sembrava, più semplicemente non mi si filava nessuno ma le suggestioni sono suggestioni).[...]
E’ con questo curriculum che sono andato a vedere la 25esima Ora, al Greenwich di Testaccio, di sabato sera. Multisala gremito anche per la compresenza di Good Bye Lenin, meno per quella di Ararat, mancanza di popcorn, poltrone comode, pubblico generazionalmente trasversale, prezzo dello spettacolo 7 euro a cranio.
Si spengono le luci, palpito.
 
- Il senso di colpa sempre più esplicitato nelle proprie opere da una parte di intelligentja americana tiene in piedi tutto il film; il malumore si percepisce in ogni scena, le contraddizioni sono troppe per poter pensare di vivere nel miglior paese del mondo, nel paese civilizzatore per antonomasia. Spike Lee interpreta il ruolo del “regista contro” da tanto tempo, troppo forse, ma almeno ha il pregio della coerenza e dell’averlo sempre fatto. Tanti suoi film nelle sale italiane non sono neanche arrivati, alcuni ci sono rimasti lo spazio di una settimana in cinema per quattro gatti. Mi chiedo se sia un caso che la 25esima ora, film post 11 settembre con attori bianchi, goda invece di ben altro impatto mediatico, di ben altra distribuzione e promozione, a soddisfare i palati di un sentimento diffuso che qualcuno chiamerebbe erroneamente antiamericanismo, ma che americani doc quali Lee e Moore hanno espresso meglio di parecchie manifestazioni. Forse è definitivamente arrivata l’ora di Spike per il grande pubblico ora che Spike si è smussato, si è ammorbidito, si è fatto più intimista e sbiadito. Non so.
Il film narra le vicende di uno spacciatore bianco (questo è un film di bianchi, con una sola protagonista nera) che ha una giornata di tempo per chiarire in maniera definitiva tutti i suoi pochi veri rapporti prima di recarsi nelle carceri che lo attendono per 7 anni; quella di Monty, del suo cane e del suo entourage è una storia di amicizie e tradimenti, bella, per certi versi assurda e grottesca, ma non banale. Non ci sono tempi rapidi, dialoghi fitti, improvvisi colpi di scena (pochi se relazionati ai film di Spike Lee), niente di tutto ciò. La prima parte è addirittura un po’ lenta. Stupito ho resistito.
 
- Repetita e stereotipi.
Alcune cose hanno un po’ stufato anche me che pure sono un fan.
La sequenza di etnie e tipologie razziali che popolano New York e che con i loro difetti avvelenano il clima è tanto prevedibile quanto autoreferenziale trovandosi praticamente in tutti i film di Lee. I dialoghi dei poliziotti sanno un po’ di macchietta, i mafiosi russi sono caricaturati, il finale forse è un po’ prevedibile (ma non ne parlo, qualcuno che vuole vedere il film magari s’incazza).
- Gli attori.
Sono tutti bravi e credibili nei rispettivi panni. Rosario Dawson (è una donna e che donna!), Naturelle Rivera nel film, vale da sola il prezzo del biglietto, anche qualora non recitasse. L’amico ciccione sedotto dall’allieva italiota (che si chiama D’Annunzio…) scopro essere uno degli interpreti del famigerato Mr.Ripley (uno dei più bravi comunque).
- La regia.
Superlativa, ma ve l’ho detto che non faccio testo.
Tagli, luci, colori, montaggio, fotografia, atmosfere, rumori, tutto molto bello e molto Spike.
- L’11 settembre.
Per qualcuno è stata una forzatura, pare che addirittura il regista abbia fatto macchina indietro per mettere delle scene al sapor di 11 settembre nel film a lavoro già avviato. Spike Lee ha ambientato praticamente tutti i suoi film a New York e per un regista che vive quella città credo sia imprescindibile fare un lavoro che non accenni più o meno direttamente a quella tragedia. Forse il broker con l’appartamento sopra ground zero è poco credibile, ma qualcuno che da quelle parti ci abita ci deve pur essere, Spike Lee l’ha fatto diventare uno dei protagonisti del film, poco male.
- Musiche.
Da sempre elemento portante della produzione del regista le musiche stavolta si dividono esattamente in due parti uguali. Quelle per orchestra composte dal trombettista Terence Blanchard e quelle da discoteca di devo scoprire chi. Sono bellissime tanto le prime quanto le seconde. Incollano le scene tra di loro, le plasmano, le fondono. Ho sempre pensato che una delle cose più belle nel fare un film sia pensare alla colonna sonora più giusta. Ne resto convinto.
 
A me questo film è piaciuto, ma mi ha lasciato un sapore strano, sono uscito dalla visione meno scosso di altre volte. A farmi apprezzare Spike stavolta è stato più il fattore estetico che quello emotivo, più la forma del contenuto.
E’ diventato più maturo lui o lo sono diventato di più io?
Chissenefrega, con Spike Lee i soldi ancora non si buttano e per me è già tanto.
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5 commenti a “L’Ora di Spike”

  1. scritto il 13 maggio 2003 11:26 da Bob

    Un film che non rivedrei e che non consiglierei. Bravo Lee a tenere in piedi un film senza storia. Peccato per gli stereotipi anche da te evidenziati:
    – NYPD sempre uguale come in tutti i film americani
    – l’appartamento su ground zero
    – il pre-finale da kleenex a portata di mano
    OTTIME le musiche, la fotografia, la regia, le scene in discoteca.
    GRANDE Philip Seymour Hoffman, già in: Mr. Ripley, Magnolia, Scent of a Woman in cui secondo me da il meglio di se stesso nella parte di uno studente tanto odioso quanto vigliacco.

  2. non commento un film che non ho visto anche se di spike lee come a suo tempo di suo fratello bruce, mi fido ciecamente…commenterò invece un luogo più che comune – oserei dire un luogo salotto – che continua a guardare e giudicare i film come se stesse leggendo un libro o un romanzo e quasi come dettaglio del tutto secondario cita fotografia luci e capacità di letterale immaginazione…se si vogliono delle storie leggete romanzi (anche se pure lì ci si negherebbero la poesia il saggio il documento l’epistolarismo ecc.ecc)…se volete dialoghi andate a teatro…se la musica è importante pagate i concerti…il cinema è una sinfonia di arti e l’orchestrazione ne è la sua caratteristica fondamentale…ma soprattutto è fotografia in movimento, visionarietà e immaginazione e il suo metodo, filosofia e specchio di vita, è il montaggio…e spike lee ne è comunque e di qualsiasi cosa parli, un maestro

  3. scritto il 13 maggio 2003 17:46 da zoro

    clap clap clap, era proprio questo che volevo dire, bravo marcomix. Nel tentativo di descrivere un film, tuttavia, un qualche elemento lo si deve pur fornire, soprattutto se chi legge il film non l’ha visto.

  4. scritto il 18 maggio 2003 18:01 da ral
  5. scritto il 19 febbraio 2004 20:27 da Fewk

    A me il film è piaciuto….pur non racontando una storia ben precisa…daltrone qualcosa di diverso ci dovrà essere a sto mondo!
    Mi è piaciuto in particolare il monologo che edward norton fa di fronte allo specchio dove manda a fanculo tutto e tutti….lui è un grande!

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