La mia Signorina
E' passata una settimana e un giorno. E' una settimana e un giorno che non scrivo più sul blog.
Mi sono preso un congedo parentale, consapevole del fatto che in qualche maniera la causa della mia assenza sarebbe stata presto nota a quanti più o meno casualmente fossero approdati su queste pagine.
Ringrazio tanto tutti coloro che mi hanno fatto gli auguri nei commenti al post precedente.
In particolar modo ringrazio Giamaica e MarcomiX per i post sui loro blog dedicati all'evento e per i bellissimi fiori portati in clinica.
Ringrazio ancora MarcomiX e tutti coloro che in mia assenza hanno svolto una costante azione dialettica nei confronti di web-idioti di passaggio sui commenti del blog.
Quella che segue è una cronaca più o meno fedele della nascita di Zoretta.
Ogni esperienza è bella e irripetibile in quanto personale e raccontarla risulta spesso palloso e noioso per chi ascolta o legge.
L'enfasi di colui che narra è difficilmente contagiosa. Tuttavia questo è il mio blog e io da qualche parte devo fermare a parole quello che la mia testa ha fermato per immagini. Se non vi interessa non vi biasimo, piuttosto scusatemi per la scontatezza delle prossime riflessioni.[...]
La rottura delle acque
Con mio suocero guardo distrattamente la replica delle repliche di Ciao Darwin quando svegliatomi dal torpore provocato dal fragolino di Caselle in Pittari mi rendo conto che sono circa 10 minuti che la mia signora non si fa nè vedere nè sentire. Il tempo è scaduto da ormai 4 giorni ma l'ultima visita non dava adito a repentine svolte. Tuttavia la luna gira sabato sera e quando la luna gira si partorisce, è scientifico, anni e anni di statistiche e calendari lunari calanti e ascendenti han sancito che tra amniocentesi e morfologiche, toxoplasmosi e peridurali le sorti di un parto siano irrimediabilmente legate anche e soprattutto all'osservanza del culto della luna piena.
Spinto dalla certezza del sospetto la trovo in camera da letto dove con sguardo a metà tra il terrorizzato e il consapevolmente eccitato mi fa “Mi sa che mi si sono rotte le acque”. Sono le 23.15 circa di venerdì 6 giugno.
Con mio suocero guardo distrattamente la replica delle repliche di Ciao Darwin quando svegliatomi dal torpore provocato dal fragolino di Caselle in Pittari mi rendo conto che sono circa 10 minuti che la mia signora non si fa nè vedere nè sentire. Il tempo è scaduto da ormai 4 giorni ma l'ultima visita non dava adito a repentine svolte. Tuttavia la luna gira sabato sera e quando la luna gira si partorisce, è scientifico, anni e anni di statistiche e calendari lunari calanti e ascendenti han sancito che tra amniocentesi e morfologiche, toxoplasmosi e peridurali le sorti di un parto siano irrimediabilmente legate anche e soprattutto all'osservanza del culto della luna piena.
Spinto dalla certezza del sospetto la trovo in camera da letto dove con sguardo a metà tra il terrorizzato e il consapevolmente eccitato mi fa “Mi sa che mi si sono rotte le acque”. Sono le 23.15 circa di venerdì 6 giugno.
L'ostetrica
“E mo che si fa? Calma, ci vuole calma, tutti i corsi che abbiamo fatto ci hanno detto che ci vuole calma cazzo…”
Mentre lo penso e lo dico mi sorprendo a camminare concentricamente in un'area di 2 metri per 2 senza andare da nessuna parte; nell'afa romana sottili brividi di panico accarezzano i miei arti e i miei peli superflui.
“Telefoniamo all'ostetrica!”
L'ostetrica la conosciamo da poco e la sua partecipazione all'evento più importante della mia vita è frutto della volontà della nostra ginecologa che l'ha praticamente pretesa per assistere noi e lei al parto.
La nostra ostetrica è pistoiese, abita a Velletri, parla a raffica ed è difficilissimo interromperla ma anche se la interrompessimo sarebbe fatica sprecata. Quando ci siamo conosciuti mi sono avventurato in un memorabile momento di attrito sul conteggio esatto delle settimane di gravidanza, unica mia vera certezza durante i 9 mesi di gestazione, certezza messa in dubbio da un suo nuovo conteggio che smentiva il mio di circa 3 giorni facendomi rapidamente crollare in una parziale personalissima microdepressione. Quello dell'ostetrica è un monologo stordente e ammaliante, di quelli che non permettono repliche perchè alla fine ti convincono, ti cullano, ti soddisfano, ti rassicurano. L'ostetrica è un'ostetrica di sinistra, partecipa a convegni sul parto e sull'assistenza a mamme e neonati organizzati dai DS, interviene prima di Fassino che non sapendo di cosa parlare finisce spesso a parlare di pensioni ad una platea di ostetriche.
“Ma non è che la disturbiamo?” è la retorica domanda della mia signora alle prese con le prime strane esternazioni della propria pancia che si prepara ad espellere il contenuto”.
“La disturbiamo? Cazzo chiamala, è il suo lavoro quello di essere disturbata per far nascere la gente, non mi pare questo il momento di farsi scrupoli d'orario”, replico tradendo l'ansia di vedere al più presto materializzarsi in casa mia qualsiasi cosa abbia il vago sapor d'ostetricia.
La chiamiamo e ci dice di stare calmi, di controllare, di provare a dormire, ma dopo due ore con gli occhi sbarrati la richiamiamo e alle 2.30 suona al nostro campanello. Il suocero dorme, la suocera è sveglia ma finge rispettosamente di dormire, io comincio ad occuparmi dei dettagli della borsa da portare. Decido, plagiato dall'aneddotica del corso preparto che narra di donne in travaglio che ballano al ritmo di tamburi africani, che la cosa più importante da assicurarsi è il lettore cd. Intanto in camera non si perde tempo, è in corso il primo dei tanti monitoraggi della giornata, la pupa è sempre in forma, la rottura del sacco è superiore che vuol dire che è come un gavettone che si è rotto sopra e quindi perde ma perde poco, ma ormai il processo è avviato, il piano è inclinato e si comincia a rotolare, il parto è potenzialmente iniziato. C'è una nottata da passare, cedo il mio letto all'ostetrica, mi accuccio in una cameretta vicino al salone, fa caldo, la finestra è aperta e penso: domani sarò padre, cazzo, domani sarà una giornata da ricordare, sei pronto? Tu, ti senti pronto? Sì, sono pronto, non ho alternative.
“E mo che si fa? Calma, ci vuole calma, tutti i corsi che abbiamo fatto ci hanno detto che ci vuole calma cazzo…”
Mentre lo penso e lo dico mi sorprendo a camminare concentricamente in un'area di 2 metri per 2 senza andare da nessuna parte; nell'afa romana sottili brividi di panico accarezzano i miei arti e i miei peli superflui.
“Telefoniamo all'ostetrica!”
L'ostetrica la conosciamo da poco e la sua partecipazione all'evento più importante della mia vita è frutto della volontà della nostra ginecologa che l'ha praticamente pretesa per assistere noi e lei al parto.
La nostra ostetrica è pistoiese, abita a Velletri, parla a raffica ed è difficilissimo interromperla ma anche se la interrompessimo sarebbe fatica sprecata. Quando ci siamo conosciuti mi sono avventurato in un memorabile momento di attrito sul conteggio esatto delle settimane di gravidanza, unica mia vera certezza durante i 9 mesi di gestazione, certezza messa in dubbio da un suo nuovo conteggio che smentiva il mio di circa 3 giorni facendomi rapidamente crollare in una parziale personalissima microdepressione. Quello dell'ostetrica è un monologo stordente e ammaliante, di quelli che non permettono repliche perchè alla fine ti convincono, ti cullano, ti soddisfano, ti rassicurano. L'ostetrica è un'ostetrica di sinistra, partecipa a convegni sul parto e sull'assistenza a mamme e neonati organizzati dai DS, interviene prima di Fassino che non sapendo di cosa parlare finisce spesso a parlare di pensioni ad una platea di ostetriche.
“Ma non è che la disturbiamo?” è la retorica domanda della mia signora alle prese con le prime strane esternazioni della propria pancia che si prepara ad espellere il contenuto”.
“La disturbiamo? Cazzo chiamala, è il suo lavoro quello di essere disturbata per far nascere la gente, non mi pare questo il momento di farsi scrupoli d'orario”, replico tradendo l'ansia di vedere al più presto materializzarsi in casa mia qualsiasi cosa abbia il vago sapor d'ostetricia.
La chiamiamo e ci dice di stare calmi, di controllare, di provare a dormire, ma dopo due ore con gli occhi sbarrati la richiamiamo e alle 2.30 suona al nostro campanello. Il suocero dorme, la suocera è sveglia ma finge rispettosamente di dormire, io comincio ad occuparmi dei dettagli della borsa da portare. Decido, plagiato dall'aneddotica del corso preparto che narra di donne in travaglio che ballano al ritmo di tamburi africani, che la cosa più importante da assicurarsi è il lettore cd. Intanto in camera non si perde tempo, è in corso il primo dei tanti monitoraggi della giornata, la pupa è sempre in forma, la rottura del sacco è superiore che vuol dire che è come un gavettone che si è rotto sopra e quindi perde ma perde poco, ma ormai il processo è avviato, il piano è inclinato e si comincia a rotolare, il parto è potenzialmente iniziato. C'è una nottata da passare, cedo il mio letto all'ostetrica, mi accuccio in una cameretta vicino al salone, fa caldo, la finestra è aperta e penso: domani sarò padre, cazzo, domani sarà una giornata da ricordare, sei pronto? Tu, ti senti pronto? Sì, sono pronto, non ho alternative.
In macchina, in clinica
Alle 5.30 mi alzo dalla cuccia, vado scalzo in camera dove trovo gestante e ostetrica inaspettatamente semidormienti. Dopo 30 minuti però siamo tutti operativi; la suocera prepara litrate di caffè e racconta all'ostetrica i tormentati dettagli dei suoi 3 parti, il suocero vedendomi ambulante per casa alle 6 della mattina intuisce che la situazione ha subito un'accelerazione inarrestabile.
Alle 7 chiamo i miei genitori che abitano a Parigi e attendono il trillo del telefono per saltare sul primo volo utile a diventare nonni.
Mia madre non tradisce emozione, ho come l'impressione che ci abbia spiato in webcam per tutta la notte e sapesse già qualcosa.
Si monitora, si visita, si sonda, si prepara, si conferma alla clinica che alle 9 saremo lì.
Alle 8.30 sono in garage, dove non pago la rata da quasi 5 mesi e Hassan, lo spostatore-capo marocchino mi chiede ansioso se “è ora”. Al mio cenno di assenso Hassan mi consegna la macchina sgommando e testacodando, conferendo anche alla sortita della vettura dal garage ritmo e pathos consoni alla situazione.
Preceduti dall'ostetrica che allunga inconsapevolmente il percorso casa-clinica, percorriamo via Gallia, Piazza Epiro, le mura, Porta San Sebastiano, l'Ardeatina. Neanche Concato guiderebbe così piano ma ogni sanpietrino è una stilettata, ogni buca, ogni dosso, ogni sbalzo sono sensi di colpa che mi mordono, smorfie della mia panzona che le prime incerte contrazioni rendono più marcate. Parcheggiamo sul retro della clinica, quarto piano, ci parcheggiano con una neomamma reduce da cesareo pronta ad essere dimessa col suo cucciolo d'uomo che dorme tranquillo. Monitoriamo ancora, il battito è costante e regolare, inquietante e rassicurante. Nella sala travaglio entrano ed escono due cinesine in infradito venute ad assistere una loro amica che sta per generare un piccolo cinese. Mentre penso alla sars e una strana voglia di involtini primavera e alghe fritte mi assale, arriva la ginecologa.
Alle 5.30 mi alzo dalla cuccia, vado scalzo in camera dove trovo gestante e ostetrica inaspettatamente semidormienti. Dopo 30 minuti però siamo tutti operativi; la suocera prepara litrate di caffè e racconta all'ostetrica i tormentati dettagli dei suoi 3 parti, il suocero vedendomi ambulante per casa alle 6 della mattina intuisce che la situazione ha subito un'accelerazione inarrestabile.
Alle 7 chiamo i miei genitori che abitano a Parigi e attendono il trillo del telefono per saltare sul primo volo utile a diventare nonni.
Mia madre non tradisce emozione, ho come l'impressione che ci abbia spiato in webcam per tutta la notte e sapesse già qualcosa.
Si monitora, si visita, si sonda, si prepara, si conferma alla clinica che alle 9 saremo lì.
Alle 8.30 sono in garage, dove non pago la rata da quasi 5 mesi e Hassan, lo spostatore-capo marocchino mi chiede ansioso se “è ora”. Al mio cenno di assenso Hassan mi consegna la macchina sgommando e testacodando, conferendo anche alla sortita della vettura dal garage ritmo e pathos consoni alla situazione.
Preceduti dall'ostetrica che allunga inconsapevolmente il percorso casa-clinica, percorriamo via Gallia, Piazza Epiro, le mura, Porta San Sebastiano, l'Ardeatina. Neanche Concato guiderebbe così piano ma ogni sanpietrino è una stilettata, ogni buca, ogni dosso, ogni sbalzo sono sensi di colpa che mi mordono, smorfie della mia panzona che le prime incerte contrazioni rendono più marcate. Parcheggiamo sul retro della clinica, quarto piano, ci parcheggiano con una neomamma reduce da cesareo pronta ad essere dimessa col suo cucciolo d'uomo che dorme tranquillo. Monitoriamo ancora, il battito è costante e regolare, inquietante e rassicurante. Nella sala travaglio entrano ed escono due cinesine in infradito venute ad assistere una loro amica che sta per generare un piccolo cinese. Mentre penso alla sars e una strana voglia di involtini primavera e alghe fritte mi assale, arriva la ginecologa.
La ginecologa
La ginecologa l'abbiamo trovata quasi per caso, era quella libera quando siamo arrivati nel centro che avevamo individuato e fin dalla prima visita è stato idillio. Per me e soprattutto per la mia signora la ginecologa è un mito contemporaneo. Vi assicuro che non c'è stata visita, non c'è stata parola, non c'è stata ecografia, non c'è stata ricetta prodotta dalla nostra ginecologa che non ci abbia dato un senso di rilassatezza e tranquillità, con armonia, ritmo e calore mixati in parole patologicamente ubriacanti. Finire la visita con lei quasi dispiace e io che da lei non posso venir visitato invidio molto la mia signora. La nostra ginecologa è di sinistra pure lei, ha visitato vulve famose e meno celebri, ha frequentato Botteghe Oscure (che per una ginecologa credo sia il massimo della metafora) è una gran bella donna, alta due metri, dall'abbigliamento etnicamente sexy, nessuno parla di passera meglio di lei.
La ginecologa l'abbiamo trovata quasi per caso, era quella libera quando siamo arrivati nel centro che avevamo individuato e fin dalla prima visita è stato idillio. Per me e soprattutto per la mia signora la ginecologa è un mito contemporaneo. Vi assicuro che non c'è stata visita, non c'è stata parola, non c'è stata ecografia, non c'è stata ricetta prodotta dalla nostra ginecologa che non ci abbia dato un senso di rilassatezza e tranquillità, con armonia, ritmo e calore mixati in parole patologicamente ubriacanti. Finire la visita con lei quasi dispiace e io che da lei non posso venir visitato invidio molto la mia signora. La nostra ginecologa è di sinistra pure lei, ha visitato vulve famose e meno celebri, ha frequentato Botteghe Oscure (che per una ginecologa credo sia il massimo della metafora) è una gran bella donna, alta due metri, dall'abbigliamento etnicamente sexy, nessuno parla di passera meglio di lei.
Il travaglio
Nella stanza 402, con l'aria condizionata rotta, ostetrica, ginecologa e padre in fieri si assiepano intorno alla macchina che monitora e rileva le contrazioni della partoriente scomodamente seduta su un cilicio di sgabello propedeutico a stimolare il travaglio. Il disappunto comincia a sostituire l'iniziale rilassamento quando si certifica che le contrazioni non arrivano come dovrebbero, domina l'ansia, si opta per qualche goccia di ossitocina e finalmente le contrazioni si fanno cadenzate, sempre di più, sempre più forti, con il dolore della mia signora che all'inizio incassa signorilmente e con classe per poi contorcersi sempre di più e io che sto lì e vorrei fare molto di più dei massaggi insegnatimi al corso o della misurazione delle convulse attività uterine che seguo sul monitor come se ad ogni strizzata in arrivo fossi al cospetto di un qualche record da superare. Tengo la flebo con l'ossitocina quando lei si alza, sudo, fa un cazzo di caldo e poi lo stress e la tensione aumentano e lei soffre, cazzo se soffre, la bambina sta bene, pulsa che è un piacere, ma io a lei non riesco a pensare più di tanto, c'è la mia donna che sta male e quando meno ce lo aspettiamo alza la mano e chiama, perentoria, l'epidurale.
Epidurale
Un ragazzotto dal fare timido entra in stanza quasi subito chiedendomi di uscire e, di conseguenza, facendomi egoisticamente incazzare.
Già degno di una fiction ospedaliera cammino in ciavatte per il corridoio, su e giù a guardare i fiocchi appesi alle porte delle altre stanze, origliando alla porta della 402, finchè il tipo esce sorridendomi e rientro catapultandomi ai piedi del letto. La quasi mamma riacquista espressioni umane e nell'infinito dibattito epidurale sì epidurale no ci schieriamo immediatamente, contravvenendo ai corsi preparto zen che in nome del tutto naturale ti farebbero soffrire all'infinito, naturalmente. Mentre il dolore si fa più sopportabile ricordo le parole di un mio amico padre da un anno: “l'epidurale, i soldi meglio spesi”.
Un ragazzotto dal fare timido entra in stanza quasi subito chiedendomi di uscire e, di conseguenza, facendomi egoisticamente incazzare.
Già degno di una fiction ospedaliera cammino in ciavatte per il corridoio, su e giù a guardare i fiocchi appesi alle porte delle altre stanze, origliando alla porta della 402, finchè il tipo esce sorridendomi e rientro catapultandomi ai piedi del letto. La quasi mamma riacquista espressioni umane e nell'infinito dibattito epidurale sì epidurale no ci schieriamo immediatamente, contravvenendo ai corsi preparto zen che in nome del tutto naturale ti farebbero soffrire all'infinito, naturalmente. Mentre il dolore si fa più sopportabile ricordo le parole di un mio amico padre da un anno: “l'epidurale, i soldi meglio spesi”.
Espulsione in ascensore
Il mix di epidurale, ossitocina e quel che di naturale è rimasto ci porta velocemente alla fase finale.
Michela, perchè la mia signora si chiama Michela, comunica che sente necessità di spingere e il segnale è tanto chiaro quanto da assecondare al volo.
Avviso i parenti con l'ultima telefonata pre-parto (ogni volta che li chiamo mi urlano “è nata?” e la cosa non lenisce lo stress) e andiamo in sala travaglio. A questo punto la cronaca va ulteriormente censurata perchè vi assicuro che ho visto e provato cose difficilmente immaginabili prima.
Mentre Michela si cimenta su tutte le tecniche di spinta possibili, io mi sento una merda d'uomo solo per il fatto di essere uomo e non poter minimamente reggere il confronto con l'altro sesso, nè ora nè mai. Invoco una scarica di calci sulle palle per provare a reggere il confronto delle urla della mia signora che esce da quel poco di self control rimastole per liberare se stessa, svuotarsi, gridare un'inarrestabile voglia di generare, con dolore, grande e sempre troppo dolore.
“Vieni a vedere, è mora!”, mi fa l'ostetrica mentre zuppo di sudore sostengo le spinte della mia signora alzandole la schiena.
E in effetti una microcresta comincia ad intuirsi, ma le spinte non bastano a rivelarla completamente.
Tesi in volto ma consapevoli di essere nel rush finale abbandoniamo la sala travaglio per scendere nella sala parto ufficiale.
Chiamiamo l'ascensore, entra l'ostetrica, entra il lettino, entro io con la flebo d'ossitocina in mano, entra la ginecologa. Tasto -1, si chiudono automaticamente le porte, e altrettanto automaticamente restiamo lì, immobili, in attesa di scendere, ma l'ascensore non parte. Si riapre la porta, ci si sposta dalla cellula fotoelettrica, si richiude, non si parte. Trambusto all'esterno con infermieri a cercar soluzioni, la mia signora con gli occhi sbarrati che mi guarda pensando di dover partorire in ascensore e io che la guardo cominciando a pensare a quanto può essere imprevedibilmente originale un parto in ascensore, poi qualcuno s'illumina d'immenso e fa scendere la pur magrissima ginecologa.
E l'ascensore, alleggerito, finalmente scende.
Il mix di epidurale, ossitocina e quel che di naturale è rimasto ci porta velocemente alla fase finale.
Michela, perchè la mia signora si chiama Michela, comunica che sente necessità di spingere e il segnale è tanto chiaro quanto da assecondare al volo.
Avviso i parenti con l'ultima telefonata pre-parto (ogni volta che li chiamo mi urlano “è nata?” e la cosa non lenisce lo stress) e andiamo in sala travaglio. A questo punto la cronaca va ulteriormente censurata perchè vi assicuro che ho visto e provato cose difficilmente immaginabili prima.
Mentre Michela si cimenta su tutte le tecniche di spinta possibili, io mi sento una merda d'uomo solo per il fatto di essere uomo e non poter minimamente reggere il confronto con l'altro sesso, nè ora nè mai. Invoco una scarica di calci sulle palle per provare a reggere il confronto delle urla della mia signora che esce da quel poco di self control rimastole per liberare se stessa, svuotarsi, gridare un'inarrestabile voglia di generare, con dolore, grande e sempre troppo dolore.
“Vieni a vedere, è mora!”, mi fa l'ostetrica mentre zuppo di sudore sostengo le spinte della mia signora alzandole la schiena.
E in effetti una microcresta comincia ad intuirsi, ma le spinte non bastano a rivelarla completamente.
Tesi in volto ma consapevoli di essere nel rush finale abbandoniamo la sala travaglio per scendere nella sala parto ufficiale.
Chiamiamo l'ascensore, entra l'ostetrica, entra il lettino, entro io con la flebo d'ossitocina in mano, entra la ginecologa. Tasto -1, si chiudono automaticamente le porte, e altrettanto automaticamente restiamo lì, immobili, in attesa di scendere, ma l'ascensore non parte. Si riapre la porta, ci si sposta dalla cellula fotoelettrica, si richiude, non si parte. Trambusto all'esterno con infermieri a cercar soluzioni, la mia signora con gli occhi sbarrati che mi guarda pensando di dover partorire in ascensore e io che la guardo cominciando a pensare a quanto può essere imprevedibilmente originale un parto in ascensore, poi qualcuno s'illumina d'immenso e fa scendere la pur magrissima ginecologa.
E l'ascensore, alleggerito, finalmente scende.
ANITA
Arrivati giù vengo dotato di parascarpe e camice verde molto bello con scollatura a v.
Nella sala parto c'è un piacevole accenno di aria condizionata, un'ostetrichina predispone il letto e i pedali d'appoggio, un pediatra impaziente di andarsene a casa ci scruta dall'oblò con fare scocciato, noi lì a spingere lei che spinge ma ancora non ce la fa. La testa si vede ma poi qualcosa la blocca. Michela cede per pochi attimi ma determinata si riprende, l'ostetrica le dice di “entrare nel dolore” e lei da gran signora anche in quel momento riesce a soffocare un poderoso quanto appropriato ” che cazzo significa?” che comunque recapita con eloquente sguardo al destinatario.
Quando la situazione sembra in irrimediabile stallo un rapido cenno d'intesa tra le pupille di tutti i componenti dello staff escluso me fa sì che il timido anestesista, aggrappandosi con forza ad una provvidenziale maniglia appositamente collocata ad un lato del letto, punti il suo braccio di traverso sul pancione impedendo il rinculo della pargola la quale, a quel punto costretta, sbuca con la testa a guardare il mondo circostante avente null'altro che le crepuscolari sembianze di una sala parto. Si dice che in sala parto il padre non veda la sortita del neonato e che venga posto nel backstage dell'evento.
Si dice, ma non è così, almeno nel mio caso. Sito a bocca spalancata e chiappe strette esattamente dietro all'ostetrica la osservo svitare con fare esperto il collo della mia signorina la quale, diventata per una frazione di secondo la figlia dell'uomo allungabile, nella frazione di secondo successiva sguscia fuori, completamente.
“18 e 49!” esclama l'ostetrichina.
Con l'anticamera del cervello registro l'orario, e dopo pochi centesimi sono a fianco di Michela che con Anita in braccio finalmente piange di gioia.
Le guardo rincoglionito, una sopra all'altra, mi ricordo che devo piangere anche io e le ginecologa confermerà poi che anche il padre ha avuto i suoi secondi di cedimento emotivo.
Impacciatissimo nelle prime prese della creatura (4 kg e 55 cm., una creaturona), con la paura di alitarle in faccia qualche batterio pericoloso, girerò stravolto per l'ospedale, inviato con la pupa in braccio e i primi vestiti intorno al polso alla ricerca del nido, irresponsabilmente e splendidamente da solo con lei, io e lei, in ascensore e per i corridoi, a guardarci interrogativi e titubanti, in un abbraccio imbranato che ci ha cambiato la vita, per sempre, a me, alla mia signora e alla mia signorina.
Facebook Arrivati giù vengo dotato di parascarpe e camice verde molto bello con scollatura a v.
Nella sala parto c'è un piacevole accenno di aria condizionata, un'ostetrichina predispone il letto e i pedali d'appoggio, un pediatra impaziente di andarsene a casa ci scruta dall'oblò con fare scocciato, noi lì a spingere lei che spinge ma ancora non ce la fa. La testa si vede ma poi qualcosa la blocca. Michela cede per pochi attimi ma determinata si riprende, l'ostetrica le dice di “entrare nel dolore” e lei da gran signora anche in quel momento riesce a soffocare un poderoso quanto appropriato ” che cazzo significa?” che comunque recapita con eloquente sguardo al destinatario.
Quando la situazione sembra in irrimediabile stallo un rapido cenno d'intesa tra le pupille di tutti i componenti dello staff escluso me fa sì che il timido anestesista, aggrappandosi con forza ad una provvidenziale maniglia appositamente collocata ad un lato del letto, punti il suo braccio di traverso sul pancione impedendo il rinculo della pargola la quale, a quel punto costretta, sbuca con la testa a guardare il mondo circostante avente null'altro che le crepuscolari sembianze di una sala parto. Si dice che in sala parto il padre non veda la sortita del neonato e che venga posto nel backstage dell'evento.
Si dice, ma non è così, almeno nel mio caso. Sito a bocca spalancata e chiappe strette esattamente dietro all'ostetrica la osservo svitare con fare esperto il collo della mia signorina la quale, diventata per una frazione di secondo la figlia dell'uomo allungabile, nella frazione di secondo successiva sguscia fuori, completamente.
“18 e 49!” esclama l'ostetrichina.
Con l'anticamera del cervello registro l'orario, e dopo pochi centesimi sono a fianco di Michela che con Anita in braccio finalmente piange di gioia.
Le guardo rincoglionito, una sopra all'altra, mi ricordo che devo piangere anche io e le ginecologa confermerà poi che anche il padre ha avuto i suoi secondi di cedimento emotivo.
Impacciatissimo nelle prime prese della creatura (4 kg e 55 cm., una creaturona), con la paura di alitarle in faccia qualche batterio pericoloso, girerò stravolto per l'ospedale, inviato con la pupa in braccio e i primi vestiti intorno al polso alla ricerca del nido, irresponsabilmente e splendidamente da solo con lei, io e lei, in ascensore e per i corridoi, a guardarci interrogativi e titubanti, in un abbraccio imbranato che ci ha cambiato la vita, per sempre, a me, alla mia signora e alla mia signorina.
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59 commenti a “La mia Signorina”
Here comes the sun… Here come the sun…
Non e’ un racconto, ma una meravigliosa campagna a favore dell’Amore e della Famiglia. Grazie!
E’ il post più bello che hai scritto, e che io abbia mai letto. Auguri, emozionati, di tutto cuore a te e alle tue signore!
di complimenti e felicitazioni già t’ho riempito, grazie dei ringraziamenti, ma di una cosa voglio meravigliarmi con te e i tuoi lettori: quando sono andato a trovare zoro in clinica mi ha fatto questo preciso e identico racconto (il che oltre a dimostrarne la veridicità significa pure che zoro è come scrive)(è un pregio e un complimento)(ed era anche ora che tornassi sia a scrivere che a difenderti da solo) comunque bellissima anitona, bella, eroica e brava michela e bravo – come al solito – zoro…(ah prohaska vabbè il lieto evento ma troppo sun!!!)
Bè caro zoro…auguri ancora e fammi l’in bocca al lupo… verso febbraio capiterà anche a me la stessa cosa.e mi hai commosso.
Complimenti, avete fatto proprio un bel capolavoro! Ma quando ce la porti ?????
semplicemente grande Zoro e tanta felicità per te, la tua signora e la tua signorina
Una storia bellissima, sono molto orgogliosa di tutti e tre….follemente mamma, nonna TITA
Bella a Nanni!
Sei riuscito a farmi piangere! La piccola è meravigliosa!
Le avevo dedicato un post, ma speravo proprio di vederla in foto! Un capolavoro!
Grande Zoro!! M’hai fatto ride invece di piangere, è normale o so strano io?
ma che bella bambinona!Augurissimi a tutta la famigliola, anche se un po’ in ritardo, e un bentornato a Zoro!
“Matri ch’è bedda!!!!!!”
Complimenti e auguroni a tutti e tre
Con il tuo bellissimo post, mi hai fatto rivivere le mie emozioni di sette mesi fa. Welcome to the next level
Hai visto caro Fabz? Seguendo il tuo esempio il nostro Diego m’ha fatto Zio Telematico, per la seconda volta!
mi ero preoccupata della tua assenza poi laura mi ha confortato annunciandomi il tuo diventare padre, congratulazioni vivissime!
bravo Zoro…complimenti, riesci a scrivere in modo coinvolgente, è facile immedesimarsi e ridere ^_^ auguri alla signorina!
io che ho così voglia di diventare mamma …. di formare una famiglia con il mio amore…. mi sono commossa…tantissima felicità .. per tutti
benvenuta ad Anita
ai neogenitori Michela e Diego i miei più sentiti auguri
Allego sperando di annoiarvi una poesia che mi sembra appropriata
I figli sono le risposte che la vita dona a ognuno di noi.
Sono loro lessenza del vostro sorriso.
Sono sangue e carne della vostra carne
ma non il vostro sangue e la vostra carne.
Loro sono i figli e le figlie della fame che la vita ha di se stessa.
Attraverso di voi giungono, ma non da voi.
E benché vivano con voi, non vi appartengono.
Affidategli tutto il vostro amore ma non i vostri pensieri:
Essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi:
La vita è una strada che sempre procede in avanti e mai si ferma sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono stati scoccati in avanti.
Kahlil Gibran, Il profeta
tutto bellissimo ma… perchè Anita? Non che sia brutto, ma è sicuramente “importante” quindi deve esserci una storia dietro, e dato che ci piace come racconti le storie…;-)
…ed ecco che lei non so come mi
afferra un dito, non è che un piccolo mostriciattolo che muove bocca e mani senza saperlo e tuttavia solo ad afferrarmi il dito ha stabilito con apparente naturalezza un rapporto anche affettivo indissolubile, mi ha preso insomma per tutta la mia vita collocandomi al suo servizio, un bell’affare a pensarci bene, per i prossimi vent’anni o venticinque se non di piu’ il mio lavoro e le mie fatiche sapranno dove andare a finire…
Giuseppe Berto, Il Male Oscuro.
bella la citazione di Berto, ma ora chi gli dice, absit injuria verbis (si dice così?), che avrebbe preso il dito di chiunque ?
Lasciamolo nell’illusione che non
sia cosi’ .
In ritardo, come sempre….auguri di cuore.
Scusate il ritardo, ma gli auguri e i complimenti ( a te per il modo di narrare simpaticamente i fatti e le impressioni) alla signora e alla neonata per il loro piu’ felice futuro! graziano
un mix di risate e pianti, congratulazioni….voce di mamma
Anche se in vistoso ritardo, auguri per la piccola Anita.
Con lei condivido il compleanno, quindi mi è inevitabilmente simpatica. Continuerò a leggerti, continua a farti leggere.
Ciao. Filippo (aficionado documentero del GF3 su excite)
QUALCHE ANNETTO FA SONO DIVENTATA MAMMA ANCH’IO DI UNA SIGNORINA DI KG 4, PERO’ DELLA CLASSICA LUNGHEZZA DI CM 50 (ADESSO NE MISURA 183…). DOPO DI LEI E’ ARRIVATO IL FRATELLINO (ATTUALMENTE CM 198), E TUTTI E DUE INSIEME SONO IL RICORDO PIU’ BELLO, STRAORDINARIO, DOLCE DELLA MIA VITA. UNA SENSAZIONE CHE PURTROPPO NON HO PIU’ POTUTO RIPETERE(NE AVREI VOLUTI ANCORA, DI FIGLI, DICIAMO UNA BELLA SQUADRETTA!) MA CHE E’ TUTTAVIA QUOTIDIANA FONTE DI GIOIA, PERCHE’ “MAMMA E’ BELLO”. ALLA TUA MICHELA, ALLA TUA SPLENDIDA MORETTINA GUANCIOSA E PERFETTA, E A TE, NOVELLO, ADORANTE E FELICISSIMO PAPA’ GLI AUGURI PIU’ SINCERI DI TANTISSIMA GIOIA, CON, CONSENTIMELO, UN PIZZICO DI SANA INVIDIA PER LA VOSTRA BELLISSIMA ESPERIENZA. CIAO CIAO
TITTI
Ehi…mi hai fatto ritornare a 7 anni fa…quando in quella sala parto ci stavo io, il mio ex marito a bocca aperta come la tua!!…bellissima esperienza…goditela fino in fondo…e sempre…per ogni giorni…..AUGURIIIIIIIII
ma che ti prende?…mi fai piangere?…AUGURI siete una meraviglia!
oggi per me primo contatto con un blog.si lieto evento merita un commento. tante buone cose a tutti i partecipanti (anche al timido anestetista).
W la vita, e si impone il pensiero FORZA PASTICCIO
sei grande zoro, davvero…
Con notevole ritardo, ma sono riuscita finalmente a leggerti… Bellissimi ricordi, dolorosi momenti, ma indimenticabili ! E quando penso che a gennaio ci torno di nuovo in sala parto!!
Un salutone
Fantastico…commente e coinvolgente
Ciao, come diamine fai a mettere il numero delle persone che ti leggono gli articoli???? fammi sapere grazie!
tantissimi auguri a te e alla mamma della bimba ..è stupenda!
ma va a c…are, ciò le lacrime agli occhi
Non so se ti ricordi ma un po’ di anni fa mi hai fatto da autista ad un certo raduno di un certo ng….
Solo ora apprendo di questo lieto evento e anche se in ritardo mando i miei migliori auguri di cuore alla piccola, a te e alla sua mamma!
QUESTO SI KE E UN REALITY SHOW!
IL MIGLIORE!
AH SCUSA IL RITARDO PAPARINO E TANTISSIMI AUGURI!!!!
WOW T__T ho i lacrimoni!! congratulazioni!!!!!!!
beh! auguri allora! la nascita di un bambino è semre una cosa bellissima e molto commovente!
Stupendo! grazie di aver condiviso con noi e baci (senza batteri) alla tua deliziosa signorina!
Lo leggo immagino dopo due anni,
non ti nascondo che mi sono divertito.
Lacrimuccia…
deve proprio essere bello avere dei genitori come voi!
we like this element!
auguri assassino…mi hai fatto piangere!!!!da quello che hai scritto sono certa che sarai un padre meraviglioso e un compagno degno di questo nome!
congratulazioni!!! dalle tue parole si legge una gioia infinita
E direi quindi che un “DAJE” ci sta proprio bene!
Un abbraccio a tutti voi!
Benvenuta Zoretta! Bimba fortunatissima ad avere un padre così “grande” ed una madre così coraggiosa.
Grazie Diego per aver condiviso con noi questa esperienza unica.
Daje, daje, daje!
c’avrò i nervi a pezzi…ma mi sono commossa!!!!
)
cronaca esemplare di un evento straordinario
AUGURI DI CUORE.
M’hai fatto piagne pure a me, vi abbraccio.
Auguri Zoro e Michela, benvenuta Zoretta. Un bacio Diè
bella diè… e mò so c@##i…
Che bellezza!!! Mi sento partecipate della vostra gioia, grazie e in bocca al lupo!
che cazzo voi da me!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Caro diego, i miei piu cordiali auguri ! sentendo il tuo meraviglioso racconto sulla ginecologa e l’ostetrica che ti hanno assistito ..visto che sono state eccellenti mi chiedo se nn potresti dirci come riuscire a contattarle per chi come me avrebbe bisogno di trovarne una !
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