Le partite del figlio unico

by Diego Bianchi il 10 dicembre 2003 @ 22:56 / Spot / 5 Commenti
- Non ti piacerebbe avere un fratellino o una sorellina? – mi dicevano quando ero piccolo.
- Non lo so – rispondevo – io così sto bene, con un fratello non saprei, probabilmente starei bene lo stesso, o forse no, non lo so -.
 
A quella risposta l'interlocutore s'allontanava un po' schifato con la faccia tipica di chi ha davanti un rompicojoni in erba alla ricerca di risposte originalmente troppo adulte per la sua età.
Oggi, stimolato dall'irritante spot del Governo sull'irritante bonus di 1000 euro destinato alle coppie che giungono al secondo pargolo, ripasso quella risposta tante volte data a gente che non amava farsi i cazzi suoi. [...]
Lo spot governativo si basa sul concetto che finchè si è soli si è costretti a giocare da soli e per quanto la fantasia possa venire in aiuto, fondamentalmente ci si annoia; in due, invece, si crea un mondo, tornano i colori, tutto si vivacizza, si fanno le regole e poi si infrangono e il tutto è meritevole di un bel contributo governativo, (a prescindere dal reddito della coppia).
“Non si è veramente grandi se non si è almeno in 2″ dice il claim finale.
Per rendere al meglio i concetti appena esposti viene riesumato un videogame anni 80.
L'ideatore di questa pubblicità, uno che mi auguro per lui che non sia figlio unico, probabilmente giocava con quel giochetto da piccolo e si deve esser rotto le palle parecchio finchè non è arrivato il fratello per fare una partita. A quel punto si sono rotti le palle in due perchè quel gioco per quanta fantasia puoi avere è intrinsecamente palloso.
La verità è che ci sono fratelli e fratelli, figli unici e figli unici.

A me il gioco dello spot non è mai piaciuto particolarmente.
Preferivo organizzare appassionanti e sfibranti tornei di tutto il torneabile, dalle palline coi ciclisti ai tappi delle bottiglie con i nomi scritti a penna, dalle monete sul muretto al Subbuteo, fino all'età di almeno 16 anni. Avessi il tempo continuerei pure adesso.
Il Subbuteo soprattutto, e a schicchera, perchè le regole da piccoli le infrangono tutti, a prescindere dalla presenza di complici consanguinei e la punta di dito l'ho sempre ritenuta come un gesto tecnico contronatura.
Per i miei tornei non utilizzavo i giocatori famosi.
Le star dei miei campionati avevano i cognomi dei miei compagni di scuola, più altri rinvenuti sull'elenco del telefono, più alcuni letti al contrario o di mia creazione che mi servivano per coniare i cognomi degli stranieri.
Mi sono creato un mondo idealisticamente verosimile, sovrapponendo senza sosta realtà e gioco, creandomi personalità veramente confuse, recitando, interpretando, straprecorrendo inconsapevolmente ogni anticipo e posticipo satellitare di murdochiana attualità.

A ben pensarci stavo ancora avanti rispetto all'adesso.
C'era un campo centrale dove si svolgeva la partita più importante della giornata, con telecronaca di Diego Bianchi che parlava delle gesta dell'omonimo Diego Bianchi che tra gli altri si destreggiava nelle fila del Napoli (la Roma non la facevo giocare per garantire un minimo d'imparzialità al tutto).
Nel mio campionato partecipavano squadre come il Ragusa e il Siena (che ora sta in serie A ma a quei tempi stava dove più o meno credo sia ora il Ragusa).
Finita la partita c'erano sempre le interviste che non di rado espletavo in bagno, sulla tazza o nella vasca.
Capitava spesso che Diego Bianchi intervistasse Diego Bianchi, ma nessuno obiettava alcunchè. Tuttavia ogni volta dedicavo qualche secondo a spiegare al mio pubblico virtuale che si trattava solo di una coincidenza.
Se avevo voglia di fare un'altra partita non aspettavo una settimana. E non c'era finzione temporale.
Un superjet prelevava i giocatori dai campi dove si erano appena esibiti e li ricollocava sui nuovi campi, due massaggi e si ripartiva con la nuova giornata di campionato.
Non concedevo nessun turn-over. I miei giocatori li spremevo, li acciaccavo e li riincollavo, storpi, zoppi, nani, ballerini, senza baricentro, davano vita a partite dai supplementari esponenziali, interrotte solo dalla cena.
Le formazioni erano tutte scritte su un quaderno, tanto quelle della partita principale da me commentata e giocata quanto quelle che teoricamente si svolgevano in contemporanea sui campi minori.
Quando decidevo che era tempo di cambiare qualche risultato dagli altri campi buttavo la penna sulle formazioni appuntate. Il nome dove la penna cadeva era quello di un marcatore e l'inviato da quel campo interrompeva la mia telecronaca per dirmi che il tale aveva segnato. L'inviato che mi interrompeva ovviamente ero sempre io. A volte discutevo con me stesso.
Raramente succedeva, essendo psicologicamente suddito del mio tifo, che alterassi un po' i risultati delle partite.
Fu così che il fantomatico supermondiale a 150 squadre (più o meno tutte le nazioni presenti sull'Atlante De Agostini, una delle mie letture preferite) venne vinto dall'Italia in una storica finale contro Singapore finita 4-3.
Bianchi fu uno dei migliori in campo, ma questi sono dettagli che ad un figlio unico viziato si possono anche perdonare.
 
Perchè io sono figlio unico. Viziato.
Lo ammetto da solo prima che la molla dei vostri riflessi scatti associando l'aggettivo all'unicità.
Sono figlio unico e inevitabilmente viziato, non so se tanto o poco, probabilmente il giusto.
Non ho mai pensato a cosa fosse meglio o peggio nello status di figlio, a come mi sarebbe piaciuto essere diversamente da quello che sono.
Ho sempre ritenuto che l'esser soli o in compagnia di altri 5 o 6 fratelli non cambiasse di moltissimo le potenzialità di crescita di un individuo.
Diversi tempi, diversi contesti, diverse dinamiche, diversi stimoli, diversi riferimenti, ma niente di grave e irrimediabile, tutto rientrante in quel fatale meccanismo che fa sì che si sia tutti diversi, per storia, per cultura, per famiglia, soprattutto per famiglia.
Nel numero dei figli non ho mai visto un meglio o un peggio.
Questo è ciò di cui sono da sempre convinto nonostante l'immaginario collettivo tenda a considerare il figlio unico come uno sfigato al quale mancano un sacco di esperienze formative, uno che è uomo (o donna) a metà, non completato da quel provvidenziale compagno di giochi e di vita che sarebbe un fratello o una sorella.
Esser figli unici non significa stare da soli.
Io da solo ci sono stato pochissimo e quando stavo da solo ho sempre trovato il modo di non annoiarmi.
Tracimando ovvietà, ma l'esser banali a volte aiuta a chiarire i concetti e a non venire fraintesi, dico che chi ha un fratello non potrà mai sapere cosa vuol dire esser figli unici. Per lo stesso motivo, chi è figlio unico non potrà mai sapere cosa significhi avere fratelli.
Chiunque stabilisca un meglio e un peggio in questo campo è uno che parla di cose che non sa.
A partire da Berlusconi, dal suo Governo, dai suoi bonus e dal suo spot.
Senza considerare poi il fatto che Silvio, nonostante abbia avuto in sorte un fratello, è stato e continua ad essere molto più viziato di me.
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5 commenti a “Le partite del figlio unico”

  1. scritto il 11 dicembre 2003 00:11 da Druuna

    Anche io figlia unica. E anche a me ponevano sempre la solita stupida domanda: ti piacerebbe avere un fratellino? Sapevo bene che mia madre non poteva e me ne rallegravo in cuor mio. Perchè se proprio avessi potuto scegliere, io avrei voluto solo ed esclusivamente un fratello più grande che mi spianasse la strada nelle lotte di conquista nel campo della libertà familiare. Ma non potendolo avere… meglio così che con un altro bambino che poi magari avrei pure dovuto sorvegliare io. Finchè un giorno ma madre non mi ripropose la domanda in modo mooolto più strano e molto più convincente. Rimasi perplita a lungo finchè non mi disse il nome con cui l’avrebbero chiamata se fosse stata femmina: Eufemia! Il feto si suicidò!

  2. Grande Diego! Ma te l’ho detto che se ci viene maschio lo vogliamo chiamare come te?

  3. Al contrario, mio fratello è nato su pressanti richieste mie. E’ al mondo grazie a me, è un parto della mia volontà. Ancora oggi uso questo dato di fatto come una clava: “Guarda che come ti ho creato, ti posso anche distruggere”. C’è, infine, un’ipotesi che non viene mai considerata:l’avere un fratello o una sorella quando ormai si è già grandicelli. Si vive in quello strano limbo per cui è impossibile che il secondogenito rappresenti un compagno di giochi, ma d’altra parte si è troppo acerbi per fargli da secondo padre. E’ il mio caso.

  4. scritto il 11 dicembre 2003 15:56 da ilcommentatorscortese

    per tutto ciò, dovrebbero dare i mille euro a chi i figli non li fa (eliminato il problema fratellanzasi fratellanzano)!!!

  5. Io invece ho una sorella + grande ed è una laziale, antiromanista e berlusconiana convinta…io sono l’esatto opposto: ovvio ke se ci fosse 1 altra vita vorrei rinascere figlio unico e viziato (ma mai viziato quanto il berluska!)

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