Volere è Potere

by Diego Bianchi il 3 giugno 2004 @ 13:36 / Tivvu' / 8 Commenti
Non c'è da stupirsi del fatto che i tre finalisti della Fattoria si chiamino Danny, Milton e Daniel.
Ieri ho portato mia figlia ad una festa per bambini dove la festeggiata si chiamava Ariela e gli unici altri nomi che ho sentito urlare dai genitori sono stati Milan (spero per origini slave e non per altro) e Nathan.
Tutto normale, tutto sotto controllo e la Fattoria, anche dal punto di vista onomastico, è solo uno dei tanti specchi dei tempi.
A stupire, semmai, è stato altro.
Intanto la Bignardi, la cui gioia per la conclusione di uno dei programmi più sconclusionati e peggio congegnati dalla Endemol le ha impresso forzature comportamentali a lei solitamente estranee, con urla e schiamazzi tradizionalmente ostili al suo bagaglio tecnico. Colpa sua che non ha capito in tempo lo svaccamento del programma, colpa degli autori che l'hanno esposta a situazioni che forse riteneva facessero parte dei suoi esordi, colpa di chi l'ha convinta che essere “la prima” e “la più brava” potesse garantire di per sè qualità al prodotto. [...]
“Stasera deciderete voi il vincitore”, ha ripetuto più volte Daria cercando di riparare in extremis al fatto che alcuni dei concorrenti siano stati eliminati senza televoto popolare, elemento basilare per l'immedesimazione del pubblico in qualsiasi reality. Ma tant'è, in fondo son dettagli, aspettative deluse di un programma senza guida che ha trovato il suo conducator spirituale nell'epilogo finale.
Selen si domandava, con le poppe esposte e finalmente bisunte per l'occasione, per quale campanaccio avrebbe optato il pubblico italiano, se per quello riflessivo dell'americano o per quello fisico del cubano, e nel domandarselo sgombrava il campo dal fattore ormonale, annotando come si trattasse comunque di due bellissimi finalisti. Tralasciando il fatto che se solo lei lo avesse voluto il pubblico italiano l'avrebbe fatta vincere per acclamazione, la rappresentazione fatta del duello finale va completata. Milton è quello che siamo noi, la maggior parte di noi.
Latino nell'accezione più umorale del termine, braccio armato di chiunque abbia voglia di accenderne la miccia ( sia esso un Baffo o un padre di principino), maschilismo e mammismo estremo, croce e delizia, religione e pueblo unido, ritmo e ignoranza, basso istinto e generosità d'animo, gomiti in faccia e mani sul cuore.
Uno così lo si incontra tutti i giorni per strada, al lavoro, al bar, in Parlamento, al Governo.
Avrebbe vinto ovunque, in qualsiasi reality, ma il fattore Quinn è stato per lui quel che è stato il naufrago Nudo per Pappalardo, la criptonite che non ti aspetti, il muro di gomma impenetrabile, la sconfitta inevitabile.
Intendiamoci, fosse stato solo per il “riflessivo”, agli italiani non sarebbe fregato alcunchè di Danny.
E' tuttavia indiscutibile che gli ammalianti ragionamenti del vincitore, zemanianamente cadenzati e sospesi tra un testo delle Vibrazioni e uno di Pelù, han fatto facile breccia tra anime alla ricerca di intellettuali di riferimento e imbonitori elettorali, tra fan del poliglottismo e potenziali adepti di nuove teologie.
“Siamo ciò che vogliamo”, ha ripetuto più volte Danny, e mai cazzata fu più grossa e convincente al tempo stesso.
Io volevo fare il calciatore, ma sto qui a scrivere di Danny.
Ma Danny una frase del genere può dirla, ne ha diritto.
Danny invece voleva essere attore e lo è stato, forse voleva essere ricco e non ha neanche avuto bisogno di volerlo per esserlo davvero.
Magari non voleva essere amico della famiglia De Blank, ma tutto dalla vita non si può avere.
Di certo ha voluto vincere e ha vinto, pregando, perchè di questi tempi o si bestemmia o si prega in ginocchio, vie di mezzo non sono previste.
Danny Quinn, apparente anomala rappresentazione di americanismo dedito alla gentilezza e all'offerta dell'altra guancia, propone una nuova prospettiva d'interventismo risolutore e civiltà superiore, di voglia di educare e sapiente strategia finalizzata al risultato finale, paraculismo e penetrazione trasversale.
Quando alla domanda sul migliore amico indica nel Baffo colui che più lo ha aiutato a migliorarsi, dimostra finezza di ragionamento, superiorità evidente, forza e tranquillità, conquistando anche l'ultimo baluardo nemico, l'ultima frontiera di scetticismo. Così si conquistano i popoli ostili.
E poco conta che i migliori amici del vincitore siano le cariatidi plastificate della decadente ma rinascente nobiltà italica, poco incide che il tifo per lui si faccia tanto a casa Dell'Utri quanto a bordo piscina.
I nobili piacciono, da che mondo è mondo sono forse quello che parecchi avrebbero voluto essere davvero, con buona pace del “volere è potere” quinniano e della festa della Repubblica ciampiana.
Poco importa, infine, che uno dei più ostentati amici di Quinn sia quel Kaspar Capparoni che prima di andare a recitare picchiò la moglie e la rinchiuse al cesso col figlio di un anno.
Sicuramente, grazie a Danny, anche Kaspar ora è cambiato.
Sarebbe bello se domani, tra una sfilata e l'altra, Bush trovasse 5 minuti anche per Danny.
Tutti possono migliorare.
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8 commenti a “Volere è Potere”

  1. Di solito mi piaci, oggi no!
    Mi dispiace ma un esempio positivo ogni tanto ci va! E chi alza le mani ad ogni discussione verso le persone che gli danno contro PROPRIO non lo concepisco! Danny è stato il primo e uno degli unici a ribellarsi al risolvere le cose tramite la violenza. Non credo alle affermazioni che Milton sia uno di noi, non credo che tu gli assomigli, sei troppo intelligente per picchiare una donna quando ha una discussione con te e troppo innamorato di tua figlia per non augurarle un mondo un pò meno violento!

  2. scritto il 4 giugno 2004 09:45 da zoro

    Il “noi” era un plurale molto allargato, una generalizzazione forzata. Quel che intendevo dire è che in giro vedo più Milton che Danny, ammesso e non concesso che Danny sia quello che è apparso.
    A giudicare dagli amici che si è scelto, un po’ Milton lo è pure lui.

  3. scritto il 4 giugno 2004 12:21 da ironica

    Riflessione su questi show con concorrenti “vip”: non sarebbe più giusto che il premio finale fosse simbolico (per il vincitore) e venisse devoluto in beneficenza? In fondo li pagano già per fare lo spettacolo, ne acquistano in visibilità, magari dopo ottengono qualche scrittura. Dunque il premio lo avrebbero già e i soldi potrebbero essere utilizzati per qualcuno che ne ha veramente bisogno. Boh.

  4. scritto il 4 giugno 2004 13:44 da cate

    ma quante parole!come si fa a giustificare uno come milton..che c’ha scassato a tutti il ca… con “due tre quattro” ciacciaccià a buona domenica..danny queen che oltre ad essere davvero supersonico in fatto di bellezza è stato capace di fare la cosa piu intelligente..stare zitto e lasciare che gli altri si scannassero l’uno con l’altro..cmq io facevo il tifo x ducruet..ma stica..ma mo che me vedo il martedi e il giovedi???c’è rimasta music farm ancora??

  5. Complimenti Zoro, se non sbaglio avevi indicato in Danny uno dei probabili vincitori, se non il favorito, sin dalle primissime puntate!
    Chapeu!

  6. secondo me è un po inutile commentare il programma, visto che è tutta una farsa.Comunque Milton è di rara deficienza e gli altri sono tutti insulsi, forse il personaggio montato in modo più simpatico era la Rettore, che diede del fascista mantenuto al vecchietto di cui non so il nome!
    esilarante!!!

  7. Io avrò pure tanti difetti, ma adoro il puzzo dei piedi sporchi come mi attirano gli uomini flaccidi e sudati, perchè sembra che il mio alito faccia scappare via tutti!

  8. scritto il 16 giugno 2005 11:37 da Ricco

    dipsiace di quel cogl…di samba e rum. sono proprio tutti una massa di cretini, anche chi guarda questi programmi.

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