Fu Viale Baccelli 70

by Diego Bianchi il 10 febbraio 2008 @ 23:16 / Cose_Mie / 15 Commenti
Un agriturismo in pieno centro, a Caracalla, chi l'aveva visto mai fino all'estate del 2000, eppure negli ultimi otto anni ci ho passato più tempo che a casa mia.
Un po' baita un po' casale, un po' factory un po' fattoria, Viale Baccelli 70 m'accolse a fine giugno, quando inforcati gli occhiali da vista da colloquio (perché io ai colloqui mettevo gli occhiali da vista anche non avendone bisogno), mi fu possibile dare mura e materia a quell'idealizzazione di new economy che ovunque si andava leggendo ma che difficilmente si poteva toccare. Mentre cominciava a sgretolarsi altrove, la new economy faceva finta di stare anche a Roma, in una via senza case tranne una, e io ci stavo entrando dentro.
Nel mio primo pomeriggio di lavoro si festeggiò in giardino il ritorno di un tizio che in barca a vela aveva attraversato non so quale mare con il logo di Excite sullo scafo. Erano bei tempi, si facevano cose così, se ne sarebbero fatte altre simili, ancora per poco.
In quel giardino qualche anno dopo avremmo visto il piccolo padrone di casa festeggiare il compleanno dentro un castello d'aria a due piani, con tutte le amichette ricche e le badanti bone a cercare animazioni, e noi lì in ufficio, a guardarli dal pianerottolo del casale come quelli che dal molo guardano i vip ubriacarsi sugli yacht. [...]
Non ha mai avuto molto senso lavorare dentro un posto in cui, narra la leggenda, Ignazio da Loyola compose la bolla dei gesuiti, in solitudine, in un posto dove non c'è niente intorno, in una via che i tassinari ricordano bene solo se come riferimento topografico gli dici che è quella dove “ci sono i trans”. Eppure, anche di notte, in quella via non è mai successo niente a nessuno di noi (a parte qualche baule di motorino scassato, solitamente di giorno). I trans ormai erano amici, come la signora Ornella, onorevole battona di mezza età già al lavoro di buon mattino, sempre e comunque prima di me, tutti i giorni, per otto anni.
Il bello è che le mura di Viale Baccelli 70 hanno preso forza, coraggio e anima soprattutto a new economy old e sepolt, quando più passava il tempo più immaginavamo che fosse proprio quel casale la nostra assicurazione sulla vita, che finché saremmo stati lì non ci sarebbe potuto succedere niente, o quasi, anche perché intanto gli altri fallivano, noi no.
In quel posto siamo sopravvissuti agli americani, ai sardi, agli inglesi, a noi stessi e per un po' pure ai subdoli coinquilini architetti giapponesi che approfittando della nuova riorganizzazione aziendale (causa recente acquisizione) hanno puntato il grimaldello e del nostro spazio faranno expo. Pertanto, con ogni probabilità, dove ho lavorato io fino a giovedì, infrattato in fondo a destra, domani ci sarà una Toyota fucsia in verticale, forse.
Sul giardino di Guerino il giardiniere giovedì invece ci stava Tonono, svòtacantine convocato last minute a caricarsi sedie e cavi e ciavatte della corrente, una specie di Mazzone zozzo accompagnato da un Ninetto Davoli invecchiato male, tutti e due a bordo di un'Apetta che sgommando faceva scempio dell'erbetta sacra di Guerino.
A proposito, Guerino, ora te lo posso dire: quel giorno che ti sei incazzato perché una siepe era stata piegata da una macchina in retromarcia, ecco, quel giorno non te l'ho detto, ma la macchina era la mia. Non dissi niente, anzi negai, e tu te la prendesti, comunque giustamente, con i giapponesi che non sanno guidare. Il fatto è che al buio qualche siepe non si vede, lo spazio di manovra è ridotto, e il ramoscello s'è mpo piegato, ora te l'ho detto, scusami, so che capirai (nel caso non capissi, pigliatela ancora con i giapponesi, loro non capiranno e in fondo sticazzi).
Comunque, l'amarcord finisce qui.
A quest'ora gli scatoloni con il poster di Fernanda Lessa seminuda tra i maiali, le spille di Lenin e la Tour Eiffel in miniatura saranno nel nuovo ufficio sulla Colombo, e la collega in lacrime che non riusciva a varcare il cancello di Viale Baccelli per l'ultima volta ormai se ne sarà fatta una ragione, da domani si cambia portone.
Che Colombo sia dunque, verso nuovi mondi, appunto, che affezionarsi ad un ufficio non ha senso, anche se un ufficio così, vissuto così, non capiterà mai più.
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15 commenti a “Fu Viale Baccelli 70”

  1. scritto il 10 febbraio 2008 23:29 da z.

    posso dirlo: io c’ero! :)

  2. Era proprio un posto fantastico. Sono contenta di essere riuscita a vederlo.Mi spiace.

  3. che te lo dico a fa? e’ stato il piu’ bel posto dove ho fatto una riunione per dei siti porno.

  4. …a bbià’, me viene il lacrimone pure a me, anche se in quel posto, oltre a persone diventate indubbiamente mie amiche vi ho conosciuto qualche individuo tra i più inutili ed insignificanti mai visti. Gente da far apparire Guerino, che è un bravo giardiniere come Alessandro Magno al confronto.Ma non è di ciarpame che voglio ricordarmi.Anche io ho i miei scheletri nell’armadio; nel lontano 2000, estate 2000, il solito Guerino arrivo’ incazzato come un bisonte perché erano caduti tutti i mandarinetti cinesi dalla fila di piante che circondavano il vialetto. “Manco li ho trovati er terra! L’hanno fatti cascare e li hano spazzati per non farmene accorgere!!! Disgraziati!”In realtà me li so’ magnati tutti io passando con la moto all’ingresso e all’uscita. Manco a prendersela coi musi gialli, visto che allora non c’erano ancora…Comunque lì dentro so’ successe cose che ti danno un repertorio per il resto della tua vita paragonabile a 18 mesi di allievo ufficiale o a 5 ani di ITIS.Volevo però dire cose diverse ma non mi vengono. Non vorrei citare Don Fabrizio perché non me lo posso permettere; purtroppo però per il nuovo che è avanzato (un po’ come quei diplomatici un po’ acciacatelli che rimangono sul vssoio dell paste) l’eredità di quel posto rischiava di offuscarne la inarrestable e lucente conquista.Spero che i ticket ti siano lievi, amico mio.

  5. scritto il 11 febbraio 2008 12:32 da fish

    che posso dire…oltre ad amici persone e personaggi… ricordero’ sempre le due palle granitiche del giardino che per me hanno sempre avuto un effetto magico su uomini e cose…la mia stonehenge di viale guido…che ha dato vita alla teoria del meteorite….ah belle cose!! quante albe, quante cialde di caffeina e quante migrazioni, è stato lì che ho imparato a mangiare a pranzo, lì ho capito che un pixel può fare la differenza, e che non tutti i ping vengono per nuocere, cosa significa un sito nel sito e che si può gioire per una cartolina…

  6. scritto il 11 febbraio 2008 12:53 da marzamemig

    La signora prostituta si chiama Ornella… e mi sono dimenticata di salutarla…magari si preoccupa non vedendomi più passare? Buuh???

  7. Sai se la vendono quella baita in Viale Baccelli 70?Sto cercando casa a Roma…

  8. scritto il 11 febbraio 2008 17:46 da emma

    you don’t get many offices like that one, I feel sad sat here in my ultramodern office overlooking Raccordo/Tiburtina! good luck for the future!

  9. scritto il 11 febbraio 2008 18:10 da hawaikiki

    È durata poco più di due mesi la mia permanenza in quel di viale Guido Baccelli e sono quindi abbastanza fuori dalla scatola dei ricordi. In un contesto spiccatamente transitorio mi auguravo, i primi giorni, di restarci il meno possibile: io che andavo in ufficio a piedi mi ritrovavo a scalare sui tacchi la dura salita che da circo massimo portava fino ad Excite. Ed oggi mi ritrovo ad una scrivania sulla Columbus Way con i riflessi del sole che finalmente battono sul mio pc ed il frastornante traffico dell’Urbe alle mie spalle. Da “Lost in Caracalla” penso ora ai “Last days in Caracalla”, agli gnomi del giardino, i pappagalli tropicali che beccano i melograni, allo stare insieme a pranzo tra il tetris di sedie in sala break, le sigarette al sole, il vialetto buio all’uscita su cui puntualmente si scivolava, alla pozzanghera che copriva metà strada dopo poche gocce di pioggia e costringeva noi poveri pedoni a contorte circumnavigazioni. Tanta malinconia giovedì al pensiero di questa parentesi che stava per chiudersi. Non avrei mai detto che alla fine quella sorta di baita nel verde, quasi magica, quasi irreale, sarebbe mancata anche a me. No more Alice in Wonderland: abbandonati stregatti e bianconigli, tutti ai remi sulle 3 caravelle!! Buon viaggio a tutti. ;O) Ant

  10. scritto il 11 febbraio 2008 21:41 da Avtuvo

    Che dire? Posso solo citare Fish (che non ne sbaglia una) “è stato lì che ho imparato a mangiare a pranzo”.Quando giunsi nel paese delle meraviglie mi aspettavo il bianconiglio dietro la porta…era giugno, faceva MOLTO caldo. Invece arrivò Zoro a spiegarmi che era tutto vero e che lì si lavorava. Pensai ancora al forte caldo..invece aveva ragione..e posso testimoniare che la tristezza giovedì era tale da coinvolgere tutti senza pietà, vecchie e nuove leve.Ciao Baccelli.p.s.(Antonella il copyright del bianconiglio è mio!!!)

  11. scritto il 12 febbraio 2008 17:39 da Dr.Tarr

    ehhhhh…..il mio rimpianto su v.le baccelli è la cucina in muratura con braciere mai usato… e poi tolta per fare una stanza che in 8 anni è stata usata si è no per 6 mesi.. no more braciere…Poi ricordo le liti Filippo col suo padrone di casa che gli aveva rapito le valigie, le mail dagli usa che ci indicavano come i futuri padroni del mondo, le foto della macchina della formula indy, gli “anni bui” di tiscali, la partita a calcetto con mammucari, la chat con alexia, quella con lopez (tra le giornate più divertenti passate lì) ,l’accappatoio con il soprannome d’ufficio (…franz…) e la porchettata di natale.

  12. scritto il 12 febbraio 2008 18:00 da ESTIQAATSI

    ESTIQAATSI… pensa che nuove avventure belle.

  13. scritto il 13 febbraio 2008 00:20 da ErSanta

    …. da tajasse dalle risate..

  14. scritto il 22 febbraio 2008 09:47 da mica

    la crisi di pianto per fortuna è passata (spazzata via da una settimana di ottime ferie ;) ) ma i ricordi, beh, quelli ci mettono un po’ di piu’ a svanire. Sarà che Gianmario mi ha portato in quell’ufficio di viale baccelli che era il “maggio odoroso” del 1999 e a maggio, si sa, roma ha un odore tutto speciale. Forse l’odore di quell’ufficio dipendeva dall’enorme albero che ha troneggiato in open space per un paio di mesi o forse dall’odore di fumo che si alzava dalle postazioni quando ancora non c’era l’obbligo di uscire in giardino. Magari, invece, erano i rollerblade di Diana che scorrazzava con nonchalanche sul cotto antico o il profumo di Isabella che si alzava la maglietta e mostrava le tette a tutto l’open space. Chissà, forse era solo il caldo, chè l’impianto di aria condizionata avrebbe “rovinato la bellezza della struttura”…E’ vero, siamo sopravvissuti agli americani, ai sardi, agli inglesi e perfino a noi stessi ma io quell’odore lì non l’ho mai piu’ sentito…

  15. scritto il 25 febbraio 2008 09:54 da zizzo

    Io non ho vissuto la migrazione ma uscendo per l’ultima volta da quel cancello la lacrimuccia è scesa anche a me. E’ stata la mia casa per 7 anni, del resto… E poi da lì si partiva, in giro per la città a bordo del mio motorino scassatissimo per andare ad intervistare vip (o presunti tali). Che ricordi incancellabili!!!!

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