Ping pong Bahamas

by Diego Bianchi il 11 agosto 2008 @ 11:30 / Mia_cara_Olimpia / 5 Commenti
Festeggiare il primo oro italiano avvolto in una bandiera algerina non era previsto, ma così è andata.
Quando tal Tagliariol da Treviso è venuto al trotto verso la sguarnita tribuna dove ero seduto per spiccare il salto verso l'abbraccio dei pochi suoi cari e dei tanti suoi colleghi invidiosi, un tizio con bandiera bianco verde mezzalunata ci ha travolti tutti solo per dare un senso imprevisto a quel suo portar la bandiera algerina in un posto privo d'algerini. O per esultare perché era stato battuto un francese, che forse per un algerino nazionalisticamente è pure meglio.
Alla finale della spada ci sono arrivato stanco e stordito più del francese che ha perso con Tagliariol, carico come una spugna d'acqua piovana nelle ossa, scaricata dallo smog cinese, che è esattamente come la pioggia dei posti senza smog solo che questa non la vedi arrivare (o meglio, non t'accorgi più di tanto che il tempo stia virando al peggio e all'improvviso ti ritrovi sotto l'acquazzone). [...]
I vestiti con l'acqua piovana sono più bagnati di quelli bagnati d'umidità, ragion per cui, con la magliettina Excite e i bermuda zuppi, la mia colazione a Casa Italia è stata più notata di quanto non volessi, essendomi presentato gocciolante al bancone dei cornetti, con relativa scia lasciata dalle scarpe. Ma il guardaroba di Casa Italia m'è venuto in aiuto nei panni asciutti e corti di Federica, roscia programmatrice 30enne veneta (ma rifondarola, mi dirà poi con orgoglio) incaricata di controllare che ogni giornalista sia potenzialmente connesso e abilitato a superare eventuali firewall censori. Tenendomi per gentilezza il cornetto appena azzannato, la ragazza m'ha messo davanti al bivio di giornata: tuta Rai o tuta Italia? Non ho avuto dubbi, ho afferrato la maglia con la giovanilistica scritta Italia e dopo 5 minuti di vestizione chiuso in bagno giravo per Casa Italia da atleta vero seppure sbaffato di poco atletica crema di cornetto. Federica era molto contenta della mia metamorfosi e io con lei, soprattutto dopo che una sua collega m'ha chiesto quale fosse la mia disciplina; ma mentire non è la mia specialità e quando Federica le ha indicato i miei vestiti zuppi in una busta, lo scherzo non è neanche iniziato e la collega è tornata da Franco Lauro.
Così vestito sono andato a vedere gli spadaccini, non con Xian, impegnato con Romagnoli a vedere Usa-Cina di basket, ma con Zhu, che è come Xian ma un po' più vecchio e addirittura, cosa rara per un cinese di 28 anni, prematuramente calvo, cosa che me lo ha reso subito affine e simpatico. Zhu parla italiano peggio di Xian, ma sa il francese meglio dell'inglese, e comunque fa molti gesti, più di Xian e di qualsiasi altro cinese visto fin qui, e non so se li faccia solo con me perché sono italiano o se sia una sua prerogativa, comunque alla fine ci si capisce.
Con al mio fianco Zhu e alcuni tecnici di Rai Sat ho appurato che se la spada non si capisce in televisione, dal vivo si capisce ancora di meno. Seduto a metà gradinata, a circa 20 metri dalla pedana, di sbieco rispetto agli spiedini, più che alla vista ci si affida all'udito, allo sferragliare e ai boati, di tutti. Perché nella scherma festeggiano tutti sempre, ad ogni punto (per non parlare di Zhu che esulta sempre, senza sensibilità particolari per la mia italianitudine). Se nel calcio quando c'è il gol festeggia solo chi l'ha segnato e l'altro rosica, nella scherma ad ogni infilzata urlano tutti, gli spadaccini, gli allenatori, i parenti, i colleghi, i tifosi, tutti, come se il punto andasse al primo che ha urlato. Solo dopo qualche secondo il rumore si appiana e festeggia solo chi ha fatto il punto davvero, ma per i sensi ormai è già tardi, il duello è ripreso. E' come quando capisci le battute in ritardo e il comico ne ha già fatta un'altra, stai in ansia, non ti godi niente e ti senti imbecille, però partecipi.
Ora, a me di Tagliariol non me ne è mai fregato niente e al momento me ne sono già dimenticato i lineamenti, ma ieri per 10 minuti circa è stato lui il mio atleta ideale di sempre, mi è sembrato di averlo seguito fin da bambino, di conoscerne la carriera spada per spada e solo quando ho sentito la madre dire ad un giornalista Rai che aveva visto suo figlio “tirare bene” e “quando tira così non c'è niente da fare, ah, come tira mio figlio”, mi sono ripreso dal torpore del fascino dell'olimpionico, immaginandomelo a tirare, tirare, e tirare ancora, cosa che può oggettivamente togliere un po' di magia.
Ho cantato l'inno d'Italia a squarciagola, anche per far contenti Liu e l'algerino caterpillar, passando forte su “schiava di Roma”, lasciando da parte bandiere rosse, per il momento. Con quella tuta addosso, come una riserva qualsiasi, le emozioni aumentano e sono improvvise e richiedono responsabilità e fantasia. Come quando in mattinata, finalmente vestito d'asciutto e a zonzo da solo a bocca aperta per il Villaggio Olimpico, ho visto membre della squadra d'atletica femminile delle Bahamas arrivate in anticipo su altri atleti leggeri scambiarsi iPod con canoisti croati, ridendo troppo forte per essere mattina e pretendere di non essere notati, dandosi gran pacche sui culi bagnati, pestando allegramente pozzanghere da 3mila siepi, con scarpe da passeggio piene di molle.
E lì è successo l'imprevisto. Un croato m'ha visto camminare guardandoli e m'ha chiamato forte “Italia, Italia”. Mi sono girato ma c'ero solo io nei paraggi e non sapendo che fare, pietrificato dall'equivoco in embrione, con tutte quelle bahamensi davanti ad attendere un mio cenno qualsiasi, ho sorriso strizzando l'occhio, alzando la mano, anzi il dito indice (non so perché, m'è venuto l'indice), ho detto forte “Hi!” e una bahamense più bahamense delle altre, mentre le cuffie che aveva in mano sparavano raggaton indefinibile, mi ha chiesto a bruciapelo che sport facessi e quando gareggiassi, due domande in una (solo dopo ci siamo detti i nomi, in un trionfo di Evelyn e Janette e Mary ma anche Dabor che ovviamente non ricordo più). Per un secondo non ho sentito più suoni, vedevo quelli ridere ma non li sentivo, ho cominciato a sudare, ma sembrava umidità mista a pioggia e nessuno se n'è accorto e lì, su due piedi instabili, ho detto la prima cosa che m'è venuta in mente: “ping pong!” ho urlato, “ping pong!”. Al che loro hanno cominciato a fare “wow” e “yesssss”, in bahamense e in croato, e a chiamarmi “little China”, a me, nonostante la tuta con scritto Italia, solo perché avevo detto ping pong, solo perché ero imbarazzantemente più piccolo di loro (ma molto più vecchio). Cazzata per cazzata ho detto che avrei gareggiato mercoledì, così, un giorno a caso, e ci siamo salutati con gran pacche sui culi, delle quali ho approfittato, e molti see you later, strizzatine d'occhi e mani alzate, che nel Villaggio si usa così.
Eccitato sono tornato a Casa Italia, pensando a Forrest Gump che gioca con Mao, tremando all'ipotesi di incontrare di nuovo bahamensi croati convinti del mio status di atleta olimpico.
Che se provato per qualche secondo, mette i brividi addosso, sempre e comunque, soprattutto per finta.
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5 commenti a “Ping pong Bahamas”

  1. sei un idolo cazzo..t’immagino che ti atteggi da atleta.. grandissimo!

  2. A Zo`, ma prima di tornare in Italia te lo fai un salto in Giappone? Il posto per farte dormi` ci sta, e i pranzi e le cene so pagate dal sottoscritto. DAI SU SU!

  3. scritto il 11 agosto 2008 13:55 da Leon De Rem

    Little China con passaporto Zoro tse tung e’ bellissmo. Pero’ la bandiera rossa ci vuole

  4. scritto il 11 agosto 2008 14:40 da bobo

    Tu sei un campione de lancio… altroché :)

  5. Insomma te stai a divertì dall’artra parte der monno. Ma nun se doveveno boicottà ste olimpiadi? Nun eri pe’ Turn Off Pechino?Fregatene, segui e continua a raccontare :)

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