Gilles Jacquier e altre storie

Questa cosa, pubblicata sul Venerdì del 20 gennaio, l’ho scritta poco dopo l’uccisione in Siria di Gilles Jacquier, giornalista francese che avevo incrociato d’estate al Premio Ilaria Alpi. La sua mi ha fatto venire in mente altre due poco note storie di giornalismo, italiano.

“Domani mi sa che parto per Il Cairo. Poi da lì un modo per arrivare in Libia lo trovo. Che dici vado?”.
Quella di Fabio Bucciarelli era una domanda retorica. Con lui, fotografo torinese appena trentenne, ci eravamo appena salutati a Lampedusa, dopo tre giorni di scatti e video passati insieme a capire quel che succedeva nell’isola.
Io, lui e Giulio Piscitelli, fotografo napoletano conosciuto sul posto, guardavamo al bar le immagini delle rivolte del Nord Africa, circondati da tunisini che non credevano ai loro occhi. Anche perché l’ultimo paese a ribellarsi, in quelle ore, era la Libia di Gheddafi.
E’ quando mi ha fatto quella domanda al telefono che ho realizzato che Fabio, davanti alla tv di Lampedusa, con la testa era già in Libia. In quel momento lo conoscevo poco o niente, ma dai racconti fatti a tavola cominciavo a farmi l’idea di uno che prima di pensare una cosa l’ha già fatta. La routine di una vita a bordo campo a fotografare Del Piero lo aveva spinto un giorno a rischiare tutto per vedere da vicino la storia, soprattutto se lontana. Tuttavia, mentre Fabio spiegava le sue peripezie lungo il confine birmano, pensavo seriamente di avere a che fare con un mitomane. Ma quando sulle pagine di mezzo mondo, alcuni mesi più tardi, è apparso lo scoop di un giovane fotografo italiano che era riuscito a intrufolarsi nel casolare che custodiva il cadavere di Gheddafi fotografandolo in primissimo piano, ho capito che di mitomani così non ne bastano mai. Anche Giulio, davanti alla tv del bar di Lampedusa, era già altrove. Dall’altra parte del mare, in Tunisia, dove qualche giorno dopo si sarebbe imbarcato, italiano tra i tunisini, per fare rotta verso Lampedusa e raccontare il viaggio semplicemente facendolo, con tutti i rischi del caso.
Rischi che, sempre in Tunisia, più o meno in quei giorni, si stava prendendo Gilles Jacquier per documentare l’assalto dei rivoltosi alla prigione di Kasserine.
Cosa spinga a rischiare tutto per raccontare quel che accade non è semplice da capire. Non i soldi, comunque troppo pochi, né la fama, che raramente arriva. Forse, semplicemente, la consapevolezza che vedere le cose è sempre meglio che farsele raccontare. Forse, meno semplicemente, il dovere morale di rischiare per far sapere al mondo che c’è chi sta rischiando.
Avrei dovuto chiederlo a Jacquier quest’estate, a Riccione, quando con quel servizio vinse il premio Ilaria Alpi. Come tutti, invece, mi limitai a fargli i complimenti. Dell’eroe non aveva niente, del pazzo neanche. Probabilmente con la testa era già altrove. Forse in Siria, dove qualche giorno fa, per vedere e raccontare, è stato ammazzato.

Facebook

Lascia qui il tuo commento


Creative Commons License