Oltre il campanilismo dei campanili crollati

Questa cosa l’ho scritto dopo aver visto una puntata di Agorà dove si parlava del terremoto in Emilia. C’era ospite anche la Pezzopane, in qualità di terremotata “esperta”. E ho pensato a Sgarbi. L’articolo è stato pubblicato sul Venerdì del 1 giugno.

“L’Emilia reagirà, non come l’Abruzzo che si piange ancora addosso” ha dichiarato Vittorio Sgarbi all’indomani della scossa del 20 maggio, dando il potenziale via all’ultima e impensabile frontiera del campanilismo, quello dei campanili crollati.
A L’Aquila non l’hanno presa bene perché, anche ammesso e non concesso che il critico d’arte si sia riferito alla semplice osservazione dello status quo aquilano a tre anni dal sisma, lo sgradevole e inopportuno effetto mediatico generato è stato quello di aver fatto di ogni aquilano terremotato un piagnone.
Tuttavia, nel paese dove si può dire qualsiasi cosa a sprezzo di ogni sensibilità e dove anche la cazzata più grossa si guadagna rapidamente l’ambito status di “provocazione”, scossa dopo scossa, articolo dopo talk show, l’impressione è che, per gli aquilani, quello di Sgarbi sia stato solo lo smacco più esplicito tra i tanti che, direttamente o indirettamente, potrebbero trovarsi a subire in questi giorni. Gianni Riotta, collegato con Agorà, raccontava che gli emiliani sono gente tosta che vuole stare lontanissima dalle polemiche e ha solo una gran voglia di ricominciare. In studio, ad ascoltarne le parole, l’ex presidente della provincia dell’Aquila Stefania Pezzopane recitava l’ingrata e imbarazzata parte dell’amministratrice esperta di terremoti. Toccava a lei rappresentare una popolazione della quale, è bene ricordarlo, nei giorni che seguirono il 6 aprile 2009 si magnificarono in ogni dove le doti di dignità, forza e gentilezza, doti necessarie ma non sufficienti a garantire una solerte e soddisfacente ricostruzione. L’Aquila, oggi più che mai, diventa case history negativa, campionario di errori da non ripetere, precedente scomodo archiviato dalla memoria, e gli aquilani lo sanno. Vedono gli emiliani ripercorrere il loro infinito iter e pensano che doversi subire Alemanno che gli monta le tende a favor di telecamera, tweet e retweet, stordisca comunque meno che ritrovarsi il pasto cucinato dal principe Emanuele Filiberto con Vissani, o Obama tra le macerie di casa con George Clooney.
Gli aquilani sono quelli che, superato lo shock, spente le telecamere e visti i risultati delle promesse fatte, si son dovuti fare le magliette con scritto “forti e gentili sì, ma fessi no”. Loro che non sono più priorità mediatica da tempo e forse si sono accorti prima degli altri che dell’Emilia, pochi giorni dopo la scossa del 20 maggio, tra elezioni e calcioscommesse, ci stavamo già dimenticando tutti.

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2 commenti a “Oltre il campanilismo dei campanili crollati”

  1. Ci hai preso ancora una volta.
    In Emilia è in moto la “macchina della merda”, quella che minimizza sulle conseguenze per avere meno “problemi” nella gestione della ricostruzione.

    Emiliabruzzo, cose diverse, ma una cosa sola.

  2. scritto il 12 giugno 2012 19:50 da Francesco-Alessio

    Ciao Diego,

    Analisi eccellente, come al solito. In generale, vorrei ringraziarti per l’equilibrio ed intelligenza con cui lavori costantemente. Ritengo che sia un elemento di particolare qualità e professionalità giornalistica, nel generale clima di urlatori che si vive in Italia.

    Ti scrivo qui un commento che avevo scritto su youtube. Grazie per le inquadrature della sezione “Gramsci” (ju circoletto) che hai fatto per la puntata N. 85 di tolleranza zoro. Alcuni di noi hanno passato splendide serate in quel posto, me incluso.

    Francesco-Alessio da L’Aquila/Stoccolma.

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