Il mare intorno

Daje de arretrati, più o meno sempre attuali.
Quello che segue è un pezzo pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 21 settembre.

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“C’è il mare però, capito? Abitassi qui andrei a casa e tornerei domani, ma noi abbiamo il mare!”. Quando la stanchezza ha divorato tutto, l’operaio in maglietta rossa ricorda ai conterranei cosa significa essere sardi: avere il mare intorno, nel bene e nel male.
“Per decidere cosa fare, se rimanere o andare via, dobbiamo fare un’assemblea, adesso, qui”, aveva detto poco prima il sindacalista, voce roca e autorevolezza tale da metter seduti in terra i “tamburi sardi, duri e testardi” ex Alcoa. Sono le 23.00, e la parola “assemblea”, dopo mille petardi esplosi, mille caschi sbattuti e mille trombette suonate, arriva alle orecchie attutita ma risolutiva.
Sono ormai 13 ore che operai, fotografi, giornalisti, videoreporter e forze dell’ordine si fronteggiano, annusano e intrattengono nel budello di Via Molise, sede del Ministero dello Sviluppo Economico.
Nel mentre, ai piani alti, la trattativa procede, o così spera chi in strada aspetta e da quella trattativa dipende. Aspettando sono volati spintoni, manganelli, transenne, sampietrini, alluminio, caschetti, fuochi d’artificio, interviste e lacrime senza lacrimogeni, perché aspettare un comunicato dal quale cambierà la tua vita, ti fa ogni minuto più precario, sospeso tra la dignità di una vita onesta passata in fabbrica e l’umana voglia di spaccare tutto.
E non vorresti, non l’hai mai fatto, tanto che provi a spiegarlo al poliziotto che ti ha appena stampato il manganello sulla schiena, e quando gli ricordi che la stangata arriverà presto anche per lui, quello smette di fissare il vuoto e ascolta. Mai viste tante complici conversazioni tra manifestanti e forze dell’ordine come il 10 settembre, al punto che quando la trattativa finisce e i sindacalisti escono a spiegare che la palla è stata buttata in tribuna (chiusura e dramma rinviati di qualche settimana), per un attimo dubiti del fatto che le forze dell’ordine li difenderanno dalla rabbia dei loro rappresentati.
Che chiedono ai sindacalisti di tornare dentro a trattare, ma dentro non c’è più nessuno. Non c’è Passera, non c’è Alcoa, non c’è Cappellacci, che chissà quanti di quegli operai hanno votato.
Fare il sindacalista, come il politico, a farlo bene è lavoro duro, serio, difficile, ora più che mai. Decidere di andare via, dopo 13 ore così, con poco più di niente in mano, è la cosa più amara da far digerire a chi si sente sardo duro, testardo e in cassa integrazione. Ma l’assemblea decide, prevale il buon senso, si riprende il traghetto. Con la paura di non farcela più a ritornare. Perché di mezzo c’è il mare. Che così profondo non è stato mai.

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Un commento a “Il mare intorno”

  1. scritto il 24 novembre 2012 11:46 da radialflex

    Quello che hai descritto è il fulcro del mercato del lavoro oggi, cioè il potere di contrattazione dei sindacati è stato frantumato negli ultimi 20 anni, quindi oggi come ci si può difendere dal potere di chi comanda, l’ unica forza rimasta è la forza lavoro.

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