Il candidato che non lo era

E daje de respirazione boccabbocca al blog.
Ci riprovo, per ora ricominciando a pubblicare roba vecchia, sempre meno vecchia, in qualche modo ancora attuale.
Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica del 2 novembre 2012. Parla della prima e unica volta in cui, a mia debole memoria, mi sono candidato a qualcosa, vincendo.

“Mah, non ho niente in contrario, però non posso, non ho tempo”. Seduto su un banco, quando il giro di sguardi e domandine provocatorie degli altri genitori cade su di me (“e tu? perché non ti candidi?”), abbozzo una risposta ingenuamente sincera. Immediato, senza possibilità di replica, all’unisono parte l’applauso collegiale, l’investitura per acclamazione di un candidato che non diventa tale a sua insaputa, questo no, ma contro il proprio volere, questo sì. Capisco troppo tardi che l’applauso è per me, che il candidato sono io, che mi hanno fregato.
Dal nulla prendono corpo e vita decine di certificati elettorali. Neanche il tempo di capire il perché di quei foglietti da compilare che una madre alle mie spalle sta scrivendo il mio nome sulla lavagna. Il mio nome sulla lavagna, emozione primordiale, scritto col gesso a beneficio del corpo elettorale che deve esprimere la propria preferenza, scegliere il proprio rappresentante, accorciare la distanza tra popolo e casta, e per farlo ha bisogno di scorrere l’elenco di tutti i candidati in campo. Ma sulla lavagna c’è solo il nome mio. Sono candidato unico. Mentre cado nella trappola cerco di dimenarmi chiedendo allo scrutatore, autominatosi tale un secondo prima, il suo nome di battesimo. Lo voto. Al momento dello spoglio, vinco all’unanimità (unico voto contrario il mio).
Contenti come una sezione del Pci che sta per andare a Botteghe Oscure a festeggiare, i genitori presenti si complimentano con me, stringendomi la mano mi dicono “congratulazioni”, come se quello appena ratificato fosse il coronamento di un sogno, l’apice di una carriera politica ormai matura. Realizzo che forse è la prima volta in vita mia che mi candido a qualcosa, di sicuro è la prima volta che vinco. Mi chiedo quali siano le aspettative del mio elettorato. Subito mi ricordo che devo essere il rappresentante di classe di tutti, rappresentare anche chi non la pensa come me, cioè me stesso, visto che sono l’unico che non mi ha votato. Ho vinto senza neanche un programma, sulla fiducia. Dovrò combattere Profumo e il nuovo preside, collaborare senza cedimenti con maestre e genitori, per il futuro dei nostri figli.
Ormai eletto, annuncio che la nostra non sarà la classe di un uomo solo, che noi diciamo “no” ai personalismi, ma sto parlando più o meno da solo.
Sono andato all’incontro di routine con maestra e genitori relativamente tranquillo, torno a casa perplesso, con un sacco di nuove responsabilità che non volevo.
L’abbraccio orgoglioso di mia figlia è la legge di stabilità più bella.

Facebook

3 commenti a “Il candidato che non lo era”

  1. Ti do un suggerimento per aggiornare il blog ai tempi moderni: convertire “Subliminal” e “L’amore al tempo del plasma” in Epub, per renderlo disponibile a tutti gli eReader, in quanto i pdf da questi dispositivi sono trattati come una successione di file immagine e la lettura può risultare scomoda. Se vuoi te li converto io, ma non garantisco sulla qualità!

  2. scritto il 10 gennaio 2013 19:13 da Leon de Rem

    Bentornato

  3. …ma sì abbandoniamolo sto blog no? tanto ce sta facebook ma che ce frega…

    @Barabba Marlin ottima idea! sono d’accordo.

Lascia qui il tuo commento


Creative Commons License