Duemilatredici

Questo articolo è stato il primo dell’anno nuovo per il Venerdì di Repubblica, pubblicato l’11 gennaio 2013.

“Odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso”. Passo davanti al computer e leggo questo, a ridosso della mezzanotte del 31. Sono d’accordo da sempre, l’ansia del giorno in cui ci si deve divertire per forza la detesto da ben prima di diventare un accidioso quarantenne, ma il pensiero condiviso online da più di un “amico” virtuale di sinistra, è nientemeno che di Antonio Gramsci, 1916. Mi ci imbatto scorrendo il flusso di auguri che, in tempi di socializzazione tossica, il mondo sente il bisogno di fare soprattutto a perfetti sconosciuti. Se sei di sinistra, li fai con Gramsci, se sei di destra, non lo so, ma ci sarà sicuramente un pensiero utile alla causa di salutare chi ti segue. Lo si fa, è buona creanza, anche perché in caso contrario quelli potrebbero prendersela, ricordarselo per tutto l’anno. Ma limitarsi a scrivere “auguri” potrebbe rivelarti come banale ai tuoi “amici”, i più selettivi potrebbero addirittura toglierti l’amicizia. Occorre qualcosa di originale, che si faccia strada nella competizione degli auguri altrui e lasci il segno. L’ansia da prestazione cresce e inibisce. Tra vago snobismo e implicita vigliaccheria, tendo a sottrarmi al rituale, ma non sono asociale abbastanza da schivare il diluvio. Farsi domande davanti alla foto di un pesce rosso che salta da un bicchiere “2012″ verso una più capiente e accessoriata ampolla “2013″, può far perdere il conto dei conti alla rovescia in corso.
Per fortuna, per qualche strana convenzione universale, i cenoni italiani tendono a sincronizzare buona fine e buon principio sull’incarnato di Carlo Conti, che da Courmayeur batte il tempo su Rai1. Dopo aver ammazzato le due ore che vanno dalla cena alla mezzanotte sfidando la famiglia a una sorta di karaoke del ballo dove il ballo più pubblicizzato per l’acquisto non è compreso nell’acquisto stesso ma richiede un ulteriore esborso, ti ritrovi indifeso di fronte a un plotone di ballerine che a colpi di culo ti lanciano baci e dicono “auguri” come se fossimo amanti. E non sai se ricambiare mandando baci alla tv, cambiare canale perché non è bene che tua figlia segua quell’esempio, o rimettere il ben più casto gioco di prima trascurando gramscianamente la convenzione temporale. Perché mentre davanti casa tua partono i fuochi d’artificio e ti chiedi quale sia l’ora adatta per dormire senza sembrare snob o rivoluzionario, è a Gramsci che ripensi. Nella speranza di svegliarti davvero come fosse capodanno, e riprendere a fare i conti con te stesso.

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2 commenti a “Duemilatredici”

  1. Va bene, ben detto; insomma, ben detto. Ben scritto ma cazzo come ti incarti quando scrivi! Poco pratico, eh? Si comincia ora? Dalla chiacchiera al pezzullo? O non ci sei portato?
    Ti seguirò accuratamente.

  2. Fermi tutti! Il commento non è per duemilatredici, ma per il pezzo prima, su Berlusconi dalla Gruber.

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