No, Alfano no, lo sai anche tu

A margine delle prime riapparizioni tv di Berlusconi, ho scritto questo, pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 18 gennaio 2013.

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“No, questo non glielo lascio perché a lei non interessa”, dice Silvio Berlusconi a Lilli Gruber mettendosi sotto l’ascella il cartonato a colori con la graphic novel dei suoi infiniti successi di governo. “Occupy Otto e mezzo”, nonostante la logorrea dell’ospite, è al fin finito sbracando ogni palinsesto. Con la stessa faccia delusa e vagamente offesa di un rappresentante di elettrodomestici rimbalzato o di un militante di Lotta Comunista che non ha avuto risposta al citofono (detto col massimo rispetto degli uni e degli altri), Berlusconi lascia lo studio col broncio. Nonostante i titoli di coda siano passati già due o tre volte ad implorarne il commiato, che anche questo show sia finito, dispiace.
Dispiace soprattutto il mattino dopo, quando già bulimico di campagna elettorale, trovo Mariastella Gelmini a darmi il buongiorno. “Il leader della coalizione è Silvio Berlusconi, ma il premier lo indicheremo dopo le elezioni, e sarà un giovane”. Ospite di Agorà, lei che le convenzioni politico anagrafiche nostrane vorrebbero “giovane”, mi saluta così, rinunciando di fatto ad ogni auspicabile intraprendenza giovanile. L’avevo rimossa, lo ammetto, e per un attimo infinito mi sforzo di ricordarla ministro dell’istruzione. Non ha più la sicumera di un tempo, ma è tornata lì dentro, in tv per almeno un paio di mesi, a farmi sostenere il dazio di qualcuno che spieghi il Berlusconi del giorno prima.
Ma io non voglio. Ognuno Berlusconi se lo spiega da sé, altrimenti non c’è più gusto.
Lui che è ancora, e lo capisco soprattutto guardando e ascoltando la Gelmini, il più immaturamente giovane e irresponsabilmente combattivo dei leader di destra. Lui che il nome di un giovane erede in realtà l’ha già fatto, rivelando soprattutto lì, in quell’investitura a denti stretti, il più grave e irreversibile segnale di vecchiaia. Il vero Berlusconi non avrebbe mai neanche sussurrato, pretendendo di risultare accattivante, il nome di Angelino Alfano come premier. E lo sa pure lui, Angelino. L’unica volta che l’ho visto dal vivo, a Palermo, lanciava le primarie del 16 dicembre “punto di svolta per un nuovo centrodestra”; dopo qualche ora si sarebbe ritrovato a commentare la sentenza di colpevolezza del suo capo, che ritirava tutto e tornava in campo. Angelino no, Silvio, lo sai pure tu. Nella speranza di poterti davvero un giorno rimuovere dalle nostre teste dove ti trapiantasti vent’anni fa, in questi due mesi sono pronto per ogni tua esibizione. Esagera, inventa, stupisci, racconta. Ma quella di Alfano no, non la raccontare più. C’è un limite a tutto.

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