Stop that taxi

by Diego Bianchi il 17 agosto 2008 @ 23:42 / Mia_cara_Olimpia / 17 Commenti
Portafogli nella tasca destra, chiavi nella tasca sinistra, telefonino nella taschetta destra, programma nella borsa, telecamera nella borsa, lasciapassare stampa appeso al collo, biglietto cartonato della finale dei 100 metri nella tasca destra, a contatto col portafogli ma gaudente di vita propria.
La portiera del taxi si richiude dietro di me, spinta da me. Sono le 20.30, mancano solo due ore al momento in cui vedrò da vicino l'uomo sulla Luna, la presa della Bastiglia, lo sbarco dei Mille, l'invenzione del telefono, i fratelli Lumière; a me solo quello interessa, non ho visto altro per tutto il giorno, non una schiacciata, non un tuffo, non una vela che scuffia. Ho fatto il turista, che sennò il rischio di venire a Pechino e vederne solo Amedeo Goria che non schioda da Casa Italia diventa alto. Ho fatto il giro classico, prima con uno staff di medici baschi ai quali ho parlato con eccessiva partecipazione del mio recente viaggio dalle loro parti, poi da solo. Ho videoripreso quel che potevo, fondamentalmente a caso, finché l'adrenalina non s'è affacciata e non ho cominciato a pensare ad altro. Usain Bolt l'ho visto nelle batterie, in televisione però, e tra poco lo intuirò da vicino, mentre scopre la penicillina e costruisce Piramidi, trovando acqua su Marte. [...]
Ma in una giornata dove è già scritto su Wikipedia che tutto andrò più veloce che mai, il mio personalissimo spazio si inchioda, su quel marciapiede, davanti al Nido, dove tutti già corrono per andare a vedere quelli che corrono.
Il biglietto cartonato della finale dei 100 metri non risponde alla tastata che gli porto circa 100 volte al giorno da una settimana. Non c'è. Stringo la tasca ma c'è solo il portafogli con il quale ho appena pagato il tassinaro, nient'altro. Affondo la mano nella tasca, vuota, una scudisciata mi blocca la schiena, vane tutte le precauzioni prese per non perdere il prezioso grimaldello. Sono fuori, eliminato. Sono pure recidivo (un episodio simile mi successe a Washington 2006).
Mi ripasso alla moviola mentre mi torco per riafferrare la maniglia del taxi, ma ho la mano flaccida e quella mi sguscia via come unta lottatrice; il tassinaro ha appena riingranato la prima e se ne è andato, eccezionalmente senza cliente.
Sto per lisciare la Storia, scivolatami dalla tasca sul sedile di un taxi ad un niente dal traguardo, ostaggio di una macchina che mi è davanti 20 metri circa quando comincio a rincorrerla. Esco dai blocchi e gli sono ad un'incollatura, molto meno di un armo di distanza, ma quello accelera e strappa a scatti e strattoni, siamo un elastico intorno al Nido, dove la gente comincia a seguirci con lo sguardo, incuriosita e affascinata dall'inseguimento al tassinaro, nuova specialità per impreviste ma programmabili medaglie cinesi.
Corro forte e sudo piano, ragazzini cinesi accennano a rincorrermi a loro volta, turisti alle bancarelle mi scattano foto e io li guardo posando disperato, vorrei chiedere aiuto ma se solo sapessero perché seguo così quel taxi vincerei l'oro della cojonaggine con troppa facilità. Data la giornata ragiono in levare e urlo Stop that taxi! al vento, ma ormai ce l'ho fatta, o quasi. Traffico e semafori mi aiutano e in tuffo afferro con grecoromana forza il finestrino di destra della macchina. Grondo fiatone, non coordino bene musica e parole ma scorgo gli occhi cinesi del tassinaro impaurito. Lo guardo scusandomi, indicando con mani e occhi il biglietto, che sta lì, lo vedo, pancia all'aria sul sedile, colorato e civetto.
Il tassinaro segue la traiettoria dei miei gesti, si volta, vede, intuisce, capisce, s'illumina. Quando mi restituisce lo sguardo i suoi occhi sono due fessure stronze, una goccia di sudore gli scende dal folto zerbino di capelli e prima che io possa inutilmente dire “fermo, ammerda”, quello scatta. Scatta con il mio biglietto come passeggero, con una Storia non sua da portare a destinazione, con una pattuglia della polizia che gli corre appresso insospettita dalla caciara alzata e dall'improvvisa fuga. Ma quel che più è grave è che 5 poliziotti 5, prima che io possa anche solo improvvisare un'altra rincorsa al tassinaro, mi alzano da terra per posarmi su una camionetta. E portarmi via.
Il cinese non è lingua foneticamente piacevole in certi contesti e i poliziotti sembrano tiratori al piattello coreani che si sono dopati per rallentare il battito del loro cuore. Sulla camionetta con me c'è un tedesco con maglietta del Dalai Lama e scritta in tedesco. Se l'è cercata, diciamo. Anche qualora la scritta in tedesco recitasse “il Dalai Lama è uno stronzo” sarà comunque difficile spiegarlo ai poliziotti cinesi. Ma io no, non me la sono cercata, io ho solo rincorso un tassinaro che s'è portato via il mio biglietto per vedere da vicino Annibale che supera le Alpi con gli elefanti e mi sto cacando addosso come neanche quando ho mangiato il criceto. Ci scaricano dall'altra parte dello stadio, in una stanzetta piena di luce, il tedesco (che sembra contento) da una parte, io dall'altra.
Mi prendono tutto, mi perquisiscono, mi guardano i documenti e il lasciapassare da giornalista, scrutano la tuta dell'Italia che indosso, sembro atletico il giusto per il contesto, ma la telecamera, inopportunamente giapponese, li convince della mia colpevolezza potenziale.
La prendono, la accendono senza istruzioni, guardano le immagini che ho girato, cosa che io stesso spesso non faccio.
Sono convinti sia un giornalista a caccia di scoop o, peggio ancora, un citizen journalist, un rompicojoni dilettante ma fastidioso. Guardano le immagini girate a Casa Italia, atleti italiani che mangiano e ruttano e ballano, Dal Monte che declama in greco arcaico abbracciando pallavoliste con Juan Carlos sullo sfondo, tutto il nastro fino alla Città Proibita, tra le poche cose che non è proibito riprendere, pregna di ambulanti venditori di magneti destinati al frigorifero di mia madre. I poliziotti cineamatori non dicono niente, non mi dicono niente, poi si danno ordini in un mandarino più aspro del previsto. Il tedesco è in un'altra stanza, sento rumori, non voglio sapere, forse non è più contento.
Rimaniamo io e 5 poliziotti 5.
Sono le 22.00.
Ho perso tutto, ho perso la Storia, ma in quel momento direi pure sticazzi della Storia e dell'evoluzione della specie; è sulla mia storia che si sta improvvisando più del previsto, buia e ferma in quella stanza piena di luce.
Poi Xian.
A lui non penso più da un pezzo, me ne sono incautamente emancipato, fino al giro in taxi per cazzi miei, senza guida nel mio planet che così lonely non è mai stato.
Ma Xian mi cerca da più di un'ora, forse ha capito, forse qualcuno gli ha detto di in un italiano fermato intorno allo stadio, forse la Storia la fa lui, fatto sta che dopo 4 frasi nette e cinesi come poche Xian mi guarda tifando per me come si guarda il giocatore preferito che sta per tirare il rigore decisivo. E sai che ci sono ottime possibilità che lo sbagli.
“Qual è il codice del biglietto?”, mi chiede scandendo lento Xian.
La so. Questa la so.
La so da quando sono arrivato a Pechino.
Per le gare dell'atletica e del nuoto, dove non basta il lasciapassare da giornalista ma ci si deve procurare anche un biglietto per entrare (comprato o regalato formalmente poco cambia), a mali estremi l'importante è ricordare il codice.
Quel codice è associato al tuo nome, ma i cinesi ragionano più per codici che per nomi, e se quel biglietto è già dentro lo stadio anche ricordandomelo non entrerò mai più, ma intanto ricordatelo sto cazzo di codice e fai in fretta. Se il tassinaro bagarino è stato più veloce di te, sei fregato.
“02636M” urlo in faccia a Xian.
Xian riporta la serie al poliziotto davanti al computer. Pausa e silenzio, poi Xian storce la bocca e di nuovo mi chiede: “L come Los Angeles o N come New Yolk?”
Non ci credo, è un complotto, m'incazzo, mi scordo dei poliziotti, penso siano tutti in combutta col tassinaro, Xian più degli altri e urlo “M come mortacci tua Xian, M come Ming, tirame fori da sto cazzo de posto, daje!”
I 5 poliziotti 5 s'alzano in piedi serrando tacchi, Xian mi guarda severo ma calmo e riporta la lettera giusta al poliziotto desk, per poi urlare “sì! non è ancola entlato! Andiamo! Di colsa!”
Il poliziotto diventa amico, (in fondo non m'ha fatto niente di male, stanno lì per lavorare pure loro) blocca eccezionalmente il mio codice e ci indica un'entrata alternativa. Mi ridanno telecamera e documenti, ogni cosa di nuovo nella tasca giusta, sono libero. Butto un occhio nella stanza del Dalai tedesco che non vedo più. Sticazzi, e corro.
Dalla stanza della polizia nella pancia del Nido, in un tunnel tra i rami del Nido dove arrivo sempre in ritardo, Xian alle mie spalle mi urla la direzione, sinistra, destra, più sinistre che destre, il tassinaro è ormai dimenticato, bruciato sul podio del bagarinaggio, ma sono le 22.30 in punto e quando faccio l'ultima rampa di scale sbucando con gli occhi ad altezza tartan, è giusto per sentire il colpo di pistola.
Che non è la polizia, ma il segnale che la Storia è rimasta lì ad aspettarmi.
9 secondi e 69 centesimi dopo, zuppo, in lacrime e con una scarpa slacciata, allargo le braccia e mi batto il petto felice.


Il re della mazza

by Diego Bianchi il 15 agosto 2008 @ 14:56 / Mia_cara_Olimpia / 9 Commenti
“A questi mica li chiudono però, a noi ce chiudeno, a questi no, dimme te se te pare giusto”.
Su uno dei divanetti più periferici di Casa Italia mangio rustici mentre intorno è festa. Xian, Zu e gli altri volontari di casa a Casa Italia fanno i gregari a destra e manca per assecondare i voleri di assessori in trasferta e sponsor in spolvero, ogni giorno più fieri dei loro investimenti grazie all'improvviso acquazzone di medaglie che sta bagnando il nostro sport.
A pochi metri dal mio divano si omaggia la Cainero, baciata da gente in coda come per baciare la sposa, sparatrice lesta e di sostanza, che con una mano addenta orecchiette offerte dalla Puglia e con l'altra addenta la medaglia a beneficio di fotografi senza fantasia.
“E' un'Olimpiade der cazzo questa, è inutile che se la tirano e se fanno le foto, se stanno a piglià per il culo da soli. E a noi ce chiudeno, a questi no”. L'uomo al mio fianco con maglietta e cappelletto del Venezuela incalza in romanesco sghembo, cercando una sponda che dopo il primo sparo andato a vuoto decido di offrirgli con un “beh, sì, insomma, fallimentare mo me pare esagerato”. [...]
Giancarlo da Nettuno, anni 48, abbronzato con lieve panzetta evidenziata dall'aderente maglietta di cui sopra mi si fa più vicino appoggiando il Prosecco sul bracciolo del divano. Ci presentiamo e per me è sempre dura; sento di avere meno identità del Pd e ogni volta bofonchio un “giornalista ma non proprio, roba di web, blog, video… scrivo, ecco, sto qui per scrivere”, ma lui s'inserisce sul finale del mio biglietto da visita con un “sono tra gli allenatori in seconda della nazionale di softball del Venezuela. Sono pure accompagnatore. Cioè, sono più accompagnatore che allenatore, comunque faccio parte dello staff”, e vince per ko.
A occhio e orecchio Giancarlo pare un cazzaro, ma pur prendendo in considerazione l'ipotesi la sua storia comincia ad intrigarmi più della Cainero che sulle note de La vie en rose di Grace Jones balla rigida a centro Casa tra le braccia del professor Del Monte.
Giancarlo non ha bisogno di domande, una volta lasciato il blocco di partenza non resta che aspettarlo al traguardo del racconto.
“Ste Olimpiadi per noi so un fallimento, è inutile che fanno tutta sta caciara questi. Tiè, guarda Del Monte, poraccio, me fa pena; per non parlà dei giornalisti, la maggior parte dei quali nce capisce ncazzo e sta qua solo pe rimorchià e magnà. E' tutta na gran tristezza”. Per inerzia annuisco alle sue osservazioni, ma viro sul tecnico facendo presente che nel medagliere siamo altissimi.
“Ma quando mai. Ma hai visto che amo vinto? Ma che so sport quelli? Er tiro ar piccione, er tiro a schioppo, er tiro coll'arco, e freccette, ma che so sport quelli? Ma l'hai visti quelli che hanno vinto? Ma te sembrano atleti? Co la panza, le gambe storte e i piedi a papera. No dimme tu se quelli so sport. Allora mettemo pure er tiro alla fune, poker, rubamazzo, salto nel cerchio de foco, domino. Daje, mettemo domino, magari piamo medaglie pure là”.
L'idea del domino come specialità olimpica non è male, le argomentazioni hanno un loro scorretto senso, ma penso alla Pellegrini, alla Quintavalle, alla Vezzali e vado alla carica. A quel punto Giancarlo sbotta: “ma quelle so donne! ma che te pare sport quello? so donne, o sanno tutti che lo sport femminile non è sport vero, è roba pe trovà una un po' più bona da mette in copertina, ma i valori so bassi, il livello tecnico è basso, esistono solo per dire vabbè, giocate pure voi, ma lo sanno loro pe prime che lo sport vero è quello maschile. E là non abbiamo vinto praticamente gnente. E mo che ariva l'atletica er medajere poi pure smette de guardallo. E questi ballano e magnano e ce raccontano che semo forti. E a noi che chiudeno”.
L'impostazione maschilista di Giancarlo non l'avevo ancora presa in considerazione, ma come l'ascolto penso che siano in parecchi a ragionare così, magari anche tra quelli che stanno ancora lì in fila a baciare la Cainero.
“Scusa Giancarlo, ma te allora? Fai l'allenatore di uno sport femminile che non conta un cazzo e infatti lo chiudono, come dici te (questa è l'ultima Olimpiade per il softball). Non razzoli come predichi”.
Giancarlo finisce il Prosecco, mi si mette di tre quarti e mi guarda come si guarda uno che parla male e che a quello che mi sta per raccontare ci arriverà tra 10 anni per rimanere a bocca aperta anche tra 10 anni.
“Ma io so consapevole. Anzi, l'ho fatta apposta sta scelta di vita, pe divertimme senza stress. La carriera mia a Nettuno l'ho fatta col baseball, che è no sport vero, di squadra, di uomini e ci ho girato il mondo. Poi ho aperto un negozio di vestiti da donna in centro con mio fratello e le cose vanno pure bene, potrebbero andare meglio ma non mi lamento. Ma io troppo tempo fermo non ce riesco a sta e le Olimpiadi me le volevo fa da un pezzo. Così ho pensato de riciclamme nel baseball delle femmine, che è più facile, de damme un tono e di propormi ad un paese un po' scarso, ma qualificato. Ho mandato il mio cv al consolato der Venezuela dove lavora namico mio che m'aveva messo sta pulce nell'orecchio l'estate scorsa; m'hanno chiamato, so andato st'inverno, m'hanno fatto fare delle prove, mi sono messo a disposizione, me pagano e da quel giorno la mia vita è cambiata, ma mica poco. Carcola che là le giocatrici di softball so diventate eroine nazionali; so la prima squadra femminile del Venezuela a partecipare alle Olimpiadi. Pensa che siamo stati ad allenarci pure in America. E alla cerimonia d'apertura janno fatto portà la bandiera, alla Cirimele, che c'ha 41 anni, e pure alle altre”.
Penso a Chavez che si fa allenare le donne eroine da un italiano e continuo a pensare che Giancarlo sia un cazzaro, ma lui spara meglio della Cainero e incepparlo è impossibile.
“In Venezuela se non vai a fare quello “so tutto io”, ma ti metti a disposizione umilmente diventi er mejo amico loro. E a quel punto cominci a scopare e non ti fermi più”.
Il Prosecco mi si ripropone all'improvviso. “In che senso?” faccio io come se quanto appena sentito avesse un senso diverso da quello inteso.
Giancarlo ride, rutta e va avanti, padrone del divano.
“Nel senso che scopi quando ti pare con chi ti pare o quasi. Giocatrici, giornaliste, ragazze dell'amministrazione, gente della federazione. Sarà che so italiano, sarà che so simpatico, sarà che praticamente so andato là e so venuto qua quasi solo pe scopà, ma è così. E mo al Villaggio me do da fa con un paio di danesi alle quali dei Giochi non je ne po fregà de meno. Qua al Villaggio è pieno de mignotte, e l'italiano va sempre forte, è simpatico, c'ha na fama. Ce fosse un medagliere delle scopate, là sì che avrebbe senso festeggià, là sì che saremmo primi”.
Innervosito, cerco di pungerlo sulla professionalità. “E senti mpo, com'è andata st'Olimpiade per voi?”
“Benissimo”, mi risponde. “Alla prima partita giocavamo contro l'americane, le favorite, le campionesse in carica di tutti i tempi. In Venezuela c'era molta attesa e paura per questa partita, la prima della prima partecipazione della nazionale di softball alle Olimpiadi, contro er nemico poi, poi immagginà. E' venuta pure la ministra dello sport a vedere l'incontro. Abbiamo perso solo 11-0, un trionfo”.
Scoprirò solo più tardi che quello fatto registrare dalle americane contro le ragazze di Giancarlo è stato il record di punti messo a segno in un Olimpiade, ma in quel momento sono pronto a tutto.
“Poi abbiamo perso 7-1 con la Cina, ma quello pure se sapeva e con Taipei se la semo giocata. Abbiamo perso solo 3-0. L'obiettivo del resto era fare almeno un punto e con la Cina ci siamo riusciti. Ma ci sono ancora tante partite, stiamo ingranando, possiamo solo migliorare”.
E' in quel mentre che ancheggiando sulla voce di Giusy Ferreri ci raggiunge Federica, la hostess veneta rifondarola, che nel vederci insieme s'accende e mi fa: “conosci Juan Carlos?”
“Juan Carlos?” faccio io pensando all'ennesimo piattello di cazzate sparato dal mio vicino. Giancarlo ride, non fa una piega, asseconda Federica che canta “Non ti scordar mai di me”, mi strizza l'occhio e alzandosi a ritmo mi spiega: “ormai mi chiamano tutti così, a Caracas, a Nettuno, e pure qui. E' na specie de nome d'arte. Sono o non sono il re della mazza?”.


Il granchio di Oulu

by Diego Bianchi il 14 agosto 2008 @ 11:10 / Mia_cara_Olimpia / 8 Commenti
“Nelle palestre di Oulu c'è odore di sughero e kalakukko (pane e pesce)”.
Jaako mi introduce all'odorama della lotta grecoromana finlandese sbattendo sul tavolo del ristorante del suo hotel il terzo grande boccale di birra della serata; penso di aver capito bene, cork, ha detto cork, cioè sughero, non esattamente uno dei vocaboli cardine della lesson one di ogni nostrana lezione d'inglese, ma se the cat is on the table, di cosa sia fatto il table nessuno l'ha chiesto mai.
Jaako l'ho incontrato al budello della lotta libera, dove sono andato consigliato da Romagnoli che su quella disciplina ha scritto un bel pezzo per Repubblica, e siccome ho deciso che fare l'inviato a Pechino senza almeno un'intervista o qualcosa che ci somigli ha poco senso, alla fine delle gare ho avvicinato il personaggio che più di tutti m'aveva affascinato per ruolo, presenza e carisma, inconsapevolmente ma fatalmente fotografato di sguincio anche su Repubblica. [...]
Jaako, eletto miglior arbitro ai recenti europei di Tampere, è un pregevole signore di anni 56 che sembrano dieci di meno, alto poco più di me anche se sembra molto più alto di me, capello biondo argentato, occhio turchese, ingegnere elettronico internettaro da sempre, uno degli arbitri più rispettati dagli unti ragni grecoromani che da qualche giorno s'avvinghiano per l'oro sotto il suo ginnico finnico giudizio. Gli ho chiesto un incontro per capire come si diventa arbitri di lottagrecoromana in Finlandia, quali la strada e la gavetta, i momenti di sconforto e le gratificazioni, gli obiettivi raggiunti e quelli lisciati, per porre domande che non ho mai pensato possibili. Ha accettato come se non aspettasse altro.
“Ho lasciato Irani, il paesino della Lapponia dove sono nato, all'età di 13 anni, per proseguire gli studi ad Oulu, più a sud, molto più a sud” e da come parla sembra un leghista che ha guadato il Po, ma Oulu di fatto sta molto più a Nord di qualsiasi cosa al mondo, più a sud forse solo di Irani, ma tutto è relativo a questo mondo, e Jaako lo sa.
“A Oulu ho studiato”, continua Jaako, “poi mi sono laureato, sono diventato ingegnere nella “Silicon Valley del Nord”, ho lavorato per il Comune, 5 anni per la Nokia e infine mi sono messo in proprio con degli amici, anche loro amanti della lotta come me; ora lavoro solo a grandi progetti, mi gestisco il tempo come voglio, così da poter continuare ad arbitrare in giro per il mondo, che è bello, come è bello arbitrare, decidere, essere giusti, far rispettare le regole, tutelare tutti. Ecco perché arbitrare è bello”, e mentre lo dice si passa la mano tra i capelli, guardandomi come si guarda uno di una razza inferiore pur volendogli bene. In Italia uno così intimamente garantista lo chiamerebbero giustizialista.
Lotta grecoromana e Finlandia sono mondi lontani per me ma vicini per chi è del tappeto, se è vero come è vero che in Finlandia, per ammazzare il tempo e le notti che non finiscono mai, lottano tutti contro tutti, fight club come funghi, in piccole palestre spesso invisibili ad occhio nudo, sepolte sotto cumuli di neve che rivelano appena l'entrata, e poi giù ad afferrare e rovesciare il prossimo, ad affondare il naso sotto ascelle ostili, a fissare nell'occhio brufoli esplosivi, a rigirarsi sul collo, nella pancia di Oulu, di Turku, di Tampere, fino ad Helsinki, dove pure l'Olimpiade è passata tanti anni fa e dove una delle tante strade che si sono incrociate sulla carriera di Jaako è partita.
“Alle Olimpiadi del 1952 la lotta fu forse la disciplina che diede il maggior numero di medaglie alla Finlandia e da quel giorno cominciammo tutti a lottare, più di prima, anche chi non lo faceva già, un normale automatismo nazionalista, voi giocate a pallone, noi giochiamo a pesapallo (nome bizzarro del rigoroso baseball scandinavo), a hockey e lottiamo. Nascere sotto Olimpiadi è roba che segna e influenza, non necessariamente come accade alla sensibilità dei cinesi che hanno pianificato di diventare genitori in queste ore olimpiche, ma quasi. Il giorno in cui nacqui io, vincemmo un bronzo. Leo Honkala era piccolo, un peso mosca, di Oulu e per pura associazione di date e idee divenne l'eroe di mio padre. Praticamente venni al mondo mentre lui saliva sul podio”.
Bevo birra, in silenzio. Jaako continua guardando oltre.
“Da quel giorno mio padre seguì Honkala in ogni gara, in ogni cantina spolverata con la pancia, fino al giorno in cui ebbe onere e onore di accompagnarmi nella palestra in cui l'ormai ex campione allevava giovani promesse. In realtà Honkala da quel giorno lo vidi poco o niente” sottolinea Jaako quasi a voler allontanare il peso scomodo di quell'icona, “allenava in quella palestra come tanti altri, ma sapermi lì vicino a lui tranquillizzò mio padre al punto che se ne andò di casa lasciando mia madre per una svedese di Uppsala. Ma io m'appassionai comunque alla lotta, alla disciplina, al rigore, al rispetto per l'avversario e feci un po' di carriera grazie alla mossa del granchio. Vinsi tanto, mi ruppi un legamento, smisi, arbitrai ed eccomi qua”.
Crab dice Jaako, e me lo faccio ripetere. Che è la mossa del granchio?
“E' una cosa che facevo solo io, agli altri non sembrava ortodossa ma io ero un tipo fantasioso e se la fantasia ti fa pure vincere, tanto meglio. Guardavo gli avversari negli occhi, li afferravo con le mani portando tutto il peso sulle nostre spalle, poi all'improvviso cedevo nella parte superiore e con le gambe m'avvinghiavo alla loro vita, come un granchio che apre le chele e ti imprigiona, e tu non puoi più fare niente”.
A quel punto Jaako non resiste.
Ha 56 anni ma è molto più in forma di me, ha un legamento che sventola ma l'alcol gli fa da stampella, ha molta birra in corpo, che è pur sempre un corpo di ex lottatore finlandese.
E così mi fa alzare, nella hall dell'albergo, davanti a lui e al cameriere cinese. Jaako mi mette le braccia sulle spalle, poi all'improvviso mi si butta a cavalcioni, sento i suoi piedi sulla schiena e dopo un istante sbatto la nuca sulla moquette. Sono per terra, non capisco un cazzo, sono tra le gambe di Jaako, con il suo culo in faccia. Gambe che non si muovono, pesanti, ferme, quasi rigide.
Quando l'immagine sopra di me si fa più nitida, sopra di noi ci sono gli occhi comprensivi del cameriere cinese che mi dice di non preoccuparmi. M'aiuta a liberarmi, chiama suoi colleghi e in 3 portano Jaako in stanza mentre a fatica riprende conoscenza. “Succede così tutte le sere”, mi dice il cameriere di ritorno dalla stanza di Jaako. “Si ubriaca, racconta la sua vita a qualcuno, fa la mossa del granchio e sviene, o quasi”.
Jaako non si rassegna all'età che avanza. Come Honkala, il bronzo di Oulu, che a 73 anni s'è dopato perché voleva ancora gareggiare nella categoria over 70. E' stato scoperto e squalificato. L'ho saputo cercando quel nome finlandese (nel link precedente diventato svedese, ma tutto il giornalismo può essere paese) su Internet (il wikipedia finlandese toglie ogni dubbio).
Jaako non me ne aveva parlato.
Anche in Finlandia il tempo mette al tappeto.


Il mattino ha Laure in bocca

by Diego Bianchi il 13 agosto 2008 @ 10:48 / Mia_cara_Olimpia / 10 Commenti
“Mia solella, andiamo a vedele mia solella”, suggerisce Xian nel tardo pomeriggio, quando la stanchezza di una giornata quasi smedagliata sta per schienarmi a quattro di bastoni sul mio letto cinese.
“In che senso tua sorella?”, chiedo a Xian. “Pallavolo”, mi dice lui, “pallavolo con Italia”, insiste la mia ombra cinese, ma non lo capisco, non lo seguo più, non sapevo che la sorella di Xian fosse un'atleta olimpica di pallavolo, a dire il vero non ci avevo neanche mai pensato, cosa c'entri l'Italia non mi è chiaro, non ho notizia di incontri Italia-Cina, ma Xian in queste ore può fare di me ciò che vuole, sono uno shangai nelle sue mani, andrei solo maneggiato con un po' di cura dopo gli eccessi col criceto all'arancia, ma ogni giornata superata è un record raggiunto, ostacolo alle spalle, gong di una ripresa finita in piedi e il mio coach è ancora lui. [...]
E poi ci sono giornate così, che non le programmi così ma diventano così, come questa iniziata al Cubo, finalmente al Cubo, un Rubik trasparente pieno di supereroi ignudi, un brodetto bollente pieno di crostacei unti di sudore tra i quali cerco il più ghiotto, quello da tenere lì e mangiare per ultimo; del resto sono lì dentro apposta per quell'animale strano, per la donna che più di ogni altra ha regalato pagine viste e utenti al web italiano. Per omaggiare Laure Manaudou mi sono preparato in anticipo, ho bei posti occupatimi da un inviato de Le Figaro conosciuto ad un buffet neozelandese la sera prima, niente criceti, solo carne maori, mai maoista. Che poi a me la Manaudou non è mai piaciuta, fondamentalmente rozza anche da zozza, ma devo tributarle il rispetto che si deve ai “fenomeni che spopolano sul web”, e se c'è qualcosa che ha spopolato online negli ultimi anni questo qualcosa è stata lei sotto la doccia, ginecologicamente in posa e oralmente abile, più di tutte, recordgirl senza rivali.
E Laure si sbraccia in piedi davanti a me, inguainata per obiettivi superdotati eretti a zoomarle l'inguine, avidi di prestazioni, possibilmente memorabili. Ma Laure si tuffa e nuota normalmente, pare un fumetto di quelli che fanno la schiuma e restano fermi, negli schizzi non si vede che lei è più zozza delle altre e quando arriva ultima o penultima ci resta male, gli obiettivi si ammosciano e mi spengo pure io, che pure non l'amavo, ma vedersi impopolari in vasca all'apice dello spopolamento sul web non è cosa bella per nessuno e mette più tristezza di una foto tagliata ad altezza pelvica.
La seguo con gli occhi, ne guido l'inaccapatoiamento, serro le sopracciglia mentre si toglie la cuffia e scuote il capello, le faccio il tagliando con lo sguardo mentre mi passa davanti. Ed è lì, in quell'incrocio di corsie, che inconsultamente le urlo “Laure, Laure! non ti curar di lor ma guard e pass”, così, non m'è venuto altro.
Ero troppo vicino perché non mi sentisse.
Con una lenta torsione del bagnato collo, Laure mi vede e oserei dire mi guarda, incazzata più di prima, che vedere uno con la tuta Italia addosso che ti ricorda che l'or se ne è andat per lei dev'esser men bell che per altr. Ma mi guarda, proprio così, Laure che ha sudato clor per l'or e l'allor guarda Zor.
L'incazzatura si blocca, per un istante rallenta la corsa sotto la doccia, mi ciocca, sissignore, mentre piange, mentre bestemmia, mentre rosica, Laure si ritaglia un secondo lunghissimissimo di flash nel quale mi ciocca.
E io, come Troisi a messa, con lo sguardo le dico “sì, sì Laure, ho capito, t'ho colpita al còr”.
Perché diciamoci la verità, ste ragazze sono stanche di fisici torcia e braccia allungabili, hanno bisogno di maturità pelosa e calva ordinarietà ed è nel momento della sconfitta che si redimono e crescono. Perché nelle sconfitte ci si forma e si matura e forse mi sbaglierò, nessun giornalista lo scriverà mai, ma Laure m'ha cioccato e quasi sorriso, magari con schifato e sprezzante interesse, ma il mio controsguardo le ha ridato speranza, ci siamo stampati nelle retine, stipati con cura negli armadietti delle nostre memorie.
Da quando ci siamo carpiati nei reciproci sguardi il suo culo che s'allontana mi torna continuamente in moviola, e quando Xian mi presenta la sorella Lin, di sera tardi, un morphing multietnico trasforma Laure in una bella ragazza cinese, in costume pure lei ma sulla sabbia, che mi guarda pure lei, stavolta senza dubbio alcuno, contenta, complice e civetta.
Lin, sorella di Xian, 19 anni, fa la majorette al campo di beach volley durante Italia-Russia, studia violino da quando ha 4 anni ma ha appena finito l'ultima coreografia tra un cambio campo e l'altro, ha sudato ormone ballando White Stripes che non hanno evitato a Lione e Amore (si chiamano così i nostri pallavolisti da spiaggia) una mala sconfitta. Quando Lin e le sue amiche ballano il pubblico balla e le guarda e loro ridono per professione e per passione e il caldo sale e l'ormone gira e gli zoom si ergono di nuovo, mentre Lione e Amore affondano nella sabbia per mano di un russo implacabilmente normale che schiaccia e mura ogni italico tentativo di distrarlo con tatuaggi, occhiali, cappelli e catene.
Lin ride guardandomi di traverso, parla con le colleghe e con il fratello e guardandomi continua a ridere e ridendo se ne va, e il suo culo che s'allontana scalza quello di Laure, un culo cinese, all'improvviso, con tutte le carte in regola per spopolare sul web da un momento all'altro.
Ma a Xian non lo dirò, non ancora (o forse già lo sa).


Mal di faretra

by Diego Bianchi il 12 agosto 2008 @ 11:11 / Mia_cara_Olimpia / 6 Commenti
“Mo je la ficca je la ficca mo je la ficca guarda come je la ficca je la ficca ficca”.
Prega così dietro di me uno che tutti chiamano Giangio, accento testaccino e volume della voce tarato col contagiri per non disturbare ma caricare di fomento anche una gara di tiro con l'arco. Chi sia Giangio non lo so (appurerò poi essere parente di un allenatore), ma tra metropolitane colline pechinesi ci si gioca l'oro, in una delle specialità più assurde che pubblico possa pensare di intendere dal vivo, molto più assurda della scherma, pura presenza fisica e morale da portare lì anche bendati, che tanto sarebbe lo stesso.
“Je la ficca mo je la ficca” sussurra in loop, freccia dopo freccia sto Giangio al quale dopo ogni ficcata un gruppo di amatori arcieri italiani di su del Po dà gran pacche sulle spalle farcite di “ostrega” e “mona” e altre padanìe a me ostili.
Xian è divertito, ammirato, contagiato. La precisione, la concentrazione, il controllo dei nervi, tutta roba molto cinese messa in pratica da italiani per lo più sovrappeso, atleti di testa e di braccio, onanisticamente perfetti, giunti a colpi di “ficca ficca” ad una freccia, una sola, l'ultima, dal bersaglio più grosso. [...]
Mi ci aveva portato Xian lì, che io ieri neanche volevo uscire di casa, che ieri mattina non ero un fiore di loto, non stavo una crema, insomma, ero oggetto di stoccate di cagotto che mi rifiuto ancora adesso di pensare possano in qualche maniera associarsi alla cena del giorno precedente a base di criceto all'arancia offerto dal menu di un ristorante pieno di candele dove m'aveva portato il solito solerte Xian, nell'ennesima tavolata serale partita con una rosa di 5, 6 persone puntualmente sbragata in inconcludente gita scolastica. Con me e Xian si sono via via radunati davanti all'Intercontinental volontari cinesi, volontari italiani (tra cui la mia pusher di tute Federica), giornalisti italiani (tra cui Severgnini con il quale comunque non ho mai parlato) e alcuni atleti in libera ma timida uscita per la città (due enormi pesisti portoghesi, uno smilzo lottatore honduregno e parte della squadra di baseball del Canada). E io, tra tante cose, ho preso il criceto, perché ste cose se non le mangi qui non le mangi più e devo dire che pure l'ipotesi cane, che non ho ancora trovato ma neanche cercato, mantiene il suo fascino fantozziano. Comunque, il criceto alle arance sa per lo più d'arance, di carne ce ne sta poca e le ossa ti si spezzano in bocca ma non sanno di molto, scrocchiano, che è comunque piacevole.
Poi la nottata a sognare centometriste bahamensi, criceti girare la ruota degli intestini e il primo allungo al cesso.
E poi albeggia la nebbia e suona la porta e “alco, alco”, mi dice convinto Xian, “folse olo coll'alco” (non è un luogo comune, i cinesi usano davvero le elle al posto delle erre), mi dà la dritta Xian mentre decidiamo le gare di giornata da vedere. Per niente convinto, tra Pellegrini, Manaudou e cagotto, le opzioni mi sembrano altre, ma se deve essere “alco” che alco sia, se si può andare a cercare oro ci si metta in lunga marcia, passivamente, con la mano sulla pancia ma con bel portamento, in una specie di enorme agriturismo di città, tra gente cui fisicamente, finalmente, non ho nulla da invidiare.
Ed è tutto perfetto, per un po', o quasi.
Sti coreani automatici non sbagliano mai e stanno sul cazzo a tutti tranne ai cinesi, che pure se sono la maggioranza, nel calcolo delle percentuali non vanno contati, non valgono, quindi stanno sul cazzo a tutti sti coreani automatici che non sbagliano mai, o quasi. Perché poi invece steccano e Giangio sussura un condivisbile “attaccateve ar cazzo” e tal Nespoli, il più giovane e atletico del gruppo, ha l'incarico di rubare ai ricchi coreani per dare a noi poveri italiani.
E lì Giangio inspiegabilmente tace, gli amatori arcieri padani chiudono gli occhi (due si voltano), i coreani s'inceneriscono da soli, io non so dove guardare e faccio rimbalzare le pupille a caso, a faretra carica e chiappe strette e non per la freccia che sta per deflorare lo smog pechinese.
Nespoli tende il braccio, la freccia gli arriva quasi nel culo ma non parte, e quando la scoccata sta per passare dal pensiero di Nespoli all'apertura di tutti i telegiornali d'Italia, Xian sussurra a voce imprevedibilmente alta “jelafica jelafica jelafica!”.
Sguisssssh.
Il dardo parte, decolla, ancheggia e ammicca.
Spuffffff.
Il dardo atterra nel pagliaio tondo e colorato, nell'anello sbagliato, cilecca, gioco partita incontro, oro alla Corea, boati cinesi, io dico “cazzo” e guardo Xian avvelenato, lui mi guarda e mi fa “sorry” girandosi verso l'uscita, Giangio alle mie spalle caccia il bestemmione e gli amatori arcieri padani se ne vanno paonazzi e ingrati, senza neanche salutarlo.
Xian vicino a me sente di aver squarciato la tela del dialogo tra sorte e metalli pregiati, ma lui sa che ci sarà una prossima volta. Vorrei spiegargli che certe cose non si fanno mai, che gli equilibri perfetti non si alterano per nessuna medaglia al mondo, che se lui è cinese cinese deve restare e però sono più teso di un arco coreano, mi scocco di scatto oltre Giangio e Xian e vado a scaricare balisticamente la delusione in un cesso Ming, che centrare il bersaglio, in certe condizioni, non è mai stato così difficile.


Ping pong Bahamas

by Diego Bianchi il 11 agosto 2008 @ 11:30 / Mia_cara_Olimpia / 5 Commenti
Festeggiare il primo oro italiano avvolto in una bandiera algerina non era previsto, ma così è andata.
Quando tal Tagliariol da Treviso è venuto al trotto verso la sguarnita tribuna dove ero seduto per spiccare il salto verso l'abbraccio dei pochi suoi cari e dei tanti suoi colleghi invidiosi, un tizio con bandiera bianco verde mezzalunata ci ha travolti tutti solo per dare un senso imprevisto a quel suo portar la bandiera algerina in un posto privo d'algerini. O per esultare perché era stato battuto un francese, che forse per un algerino nazionalisticamente è pure meglio.
Alla finale della spada ci sono arrivato stanco e stordito più del francese che ha perso con Tagliariol, carico come una spugna d'acqua piovana nelle ossa, scaricata dallo smog cinese, che è esattamente come la pioggia dei posti senza smog solo che questa non la vedi arrivare (o meglio, non t'accorgi più di tanto che il tempo stia virando al peggio e all'improvviso ti ritrovi sotto l'acquazzone). [...]
I vestiti con l'acqua piovana sono più bagnati di quelli bagnati d'umidità, ragion per cui, con la magliettina Excite e i bermuda zuppi, la mia colazione a Casa Italia è stata più notata di quanto non volessi, essendomi presentato gocciolante al bancone dei cornetti, con relativa scia lasciata dalle scarpe. Ma il guardaroba di Casa Italia m'è venuto in aiuto nei panni asciutti e corti di Federica, roscia programmatrice 30enne veneta (ma rifondarola, mi dirà poi con orgoglio) incaricata di controllare che ogni giornalista sia potenzialmente connesso e abilitato a superare eventuali firewall censori. Tenendomi per gentilezza il cornetto appena azzannato, la ragazza m'ha messo davanti al bivio di giornata: tuta Rai o tuta Italia? Non ho avuto dubbi, ho afferrato la maglia con la giovanilistica scritta Italia e dopo 5 minuti di vestizione chiuso in bagno giravo per Casa Italia da atleta vero seppure sbaffato di poco atletica crema di cornetto. Federica era molto contenta della mia metamorfosi e io con lei, soprattutto dopo che una sua collega m'ha chiesto quale fosse la mia disciplina; ma mentire non è la mia specialità e quando Federica le ha indicato i miei vestiti zuppi in una busta, lo scherzo non è neanche iniziato e la collega è tornata da Franco Lauro.
Così vestito sono andato a vedere gli spadaccini, non con Xian, impegnato con Romagnoli a vedere Usa-Cina di basket, ma con Zhu, che è come Xian ma un po' più vecchio e addirittura, cosa rara per un cinese di 28 anni, prematuramente calvo, cosa che me lo ha reso subito affine e simpatico. Zhu parla italiano peggio di Xian, ma sa il francese meglio dell'inglese, e comunque fa molti gesti, più di Xian e di qualsiasi altro cinese visto fin qui, e non so se li faccia solo con me perché sono italiano o se sia una sua prerogativa, comunque alla fine ci si capisce.
Con al mio fianco Zhu e alcuni tecnici di Rai Sat ho appurato che se la spada non si capisce in televisione, dal vivo si capisce ancora di meno. Seduto a metà gradinata, a circa 20 metri dalla pedana, di sbieco rispetto agli spiedini, più che alla vista ci si affida all'udito, allo sferragliare e ai boati, di tutti. Perché nella scherma festeggiano tutti sempre, ad ogni punto (per non parlare di Zhu che esulta sempre, senza sensibilità particolari per la mia italianitudine). Se nel calcio quando c'è il gol festeggia solo chi l'ha segnato e l'altro rosica, nella scherma ad ogni infilzata urlano tutti, gli spadaccini, gli allenatori, i parenti, i colleghi, i tifosi, tutti, come se il punto andasse al primo che ha urlato. Solo dopo qualche secondo il rumore si appiana e festeggia solo chi ha fatto il punto davvero, ma per i sensi ormai è già tardi, il duello è ripreso. E' come quando capisci le battute in ritardo e il comico ne ha già fatta un'altra, stai in ansia, non ti godi niente e ti senti imbecille, però partecipi.
Ora, a me di Tagliariol non me ne è mai fregato niente e al momento me ne sono già dimenticato i lineamenti, ma ieri per 10 minuti circa è stato lui il mio atleta ideale di sempre, mi è sembrato di averlo seguito fin da bambino, di conoscerne la carriera spada per spada e solo quando ho sentito la madre dire ad un giornalista Rai che aveva visto suo figlio “tirare bene” e “quando tira così non c'è niente da fare, ah, come tira mio figlio”, mi sono ripreso dal torpore del fascino dell'olimpionico, immaginandomelo a tirare, tirare, e tirare ancora, cosa che può oggettivamente togliere un po' di magia.
Ho cantato l'inno d'Italia a squarciagola, anche per far contenti Liu e l'algerino caterpillar, passando forte su “schiava di Roma”, lasciando da parte bandiere rosse, per il momento. Con quella tuta addosso, come una riserva qualsiasi, le emozioni aumentano e sono improvvise e richiedono responsabilità e fantasia. Come quando in mattinata, finalmente vestito d'asciutto e a zonzo da solo a bocca aperta per il Villaggio Olimpico, ho visto membre della squadra d'atletica femminile delle Bahamas arrivate in anticipo su altri atleti leggeri scambiarsi iPod con canoisti croati, ridendo troppo forte per essere mattina e pretendere di non essere notati, dandosi gran pacche sui culi bagnati, pestando allegramente pozzanghere da 3mila siepi, con scarpe da passeggio piene di molle.
E lì è successo l'imprevisto. Un croato m'ha visto camminare guardandoli e m'ha chiamato forte “Italia, Italia”. Mi sono girato ma c'ero solo io nei paraggi e non sapendo che fare, pietrificato dall'equivoco in embrione, con tutte quelle bahamensi davanti ad attendere un mio cenno qualsiasi, ho sorriso strizzando l'occhio, alzando la mano, anzi il dito indice (non so perché, m'è venuto l'indice), ho detto forte “Hi!” e una bahamense più bahamense delle altre, mentre le cuffie che aveva in mano sparavano raggaton indefinibile, mi ha chiesto a bruciapelo che sport facessi e quando gareggiassi, due domande in una (solo dopo ci siamo detti i nomi, in un trionfo di Evelyn e Janette e Mary ma anche Dabor che ovviamente non ricordo più). Per un secondo non ho sentito più suoni, vedevo quelli ridere ma non li sentivo, ho cominciato a sudare, ma sembrava umidità mista a pioggia e nessuno se n'è accorto e lì, su due piedi instabili, ho detto la prima cosa che m'è venuta in mente: “ping pong!” ho urlato, “ping pong!”. Al che loro hanno cominciato a fare “wow” e “yesssss”, in bahamense e in croato, e a chiamarmi “little China”, a me, nonostante la tuta con scritto Italia, solo perché avevo detto ping pong, solo perché ero imbarazzantemente più piccolo di loro (ma molto più vecchio). Cazzata per cazzata ho detto che avrei gareggiato mercoledì, così, un giorno a caso, e ci siamo salutati con gran pacche sui culi, delle quali ho approfittato, e molti see you later, strizzatine d'occhi e mani alzate, che nel Villaggio si usa così.
Eccitato sono tornato a Casa Italia, pensando a Forrest Gump che gioca con Mao, tremando all'ipotesi di incontrare di nuovo bahamensi croati convinti del mio status di atleta olimpico.
Che se provato per qualche secondo, mette i brividi addosso, sempre e comunque, soprattutto per finta.


Centralismo democratico d'argento

by Diego Bianchi il 10 agosto 2008 @ 14:53 / Mia_cara_Olimpia / 2 Commenti
Il concetto di colazione è relativo, almeno fino al giorno in cui riuscirò a procurarmi un cornetto con germogli di qualcosa o a distinguere le zuppe di pescecane dagli yogurt, ma non sono in un bed and breakfast e scrollarmi di dosso l'approccio vacanziero è necessario. Anche perché qui si corre, che tu sia atleta o figurante, devi correre, per vedere più cose possibili, per cercare di non perderti niente, impresa impossibile ma ambita anche dove l'importante è partecipare. Dovrei trovare il punto di passaggio, quello snodo cruciale tipico degli strusci di paese dove ti fermi e nel giro di un'oretta riesci ad incontrare tutti, a salutare tutti, a non perderti niente e nessuno, appunto.
Ma qui quel punto non esiste e si va a culo, o se preferite a sensazioni. [...]
C'era aria umida di medaglia alla Grande Muraglia, e là mi sono messo sulla punta dei piedi a scrutare l'orizzonte murato, con Xian che mi saltava davanti sventolando 8 bandierine gialle senza farmi vedere praticamente niente (né corsa, né Grande Muraglia), che sti cinesi so alti, non tutti 2 metri e 27 come il portabandiera miliardario, ma ad 1 e 90 ci arrivano in parecchi, e Xian è comunque più alto di me. Tra l'altro vedere dal vivo una corsa ciclistica non ha senso, non tanto perché mentre guardi questi che si fanno il culo ormai sei divorato dalla tentazione di scommettere su chi di loro sarà il primo a venire tanato dall'antidoping, quanto perché della gara non capisci niente. Ecco, nel ciclismo il punto fisso d'osservazione non serve, vedi tutti quelli che passano, proprio come nello struscio del paese, ma non capisci un cazzo della gara, e quindi non serve. Allora ho chiesto a Xian di portarmi al traguardo, dove ovviamente stava piazzato il 99% dei giornalisti.
A quel punto devi fingere conoscenza del posto e farti largo tra folla e sicurezza guardando dritto di fronte a te, fissando un punto indefinito dell'orizzonte che non c'è, materializzando negli occhi tuoi ma soprattutto in quelli cinesi di chi ti si para davanti la sagoma di un collega che ti sta aspettando, e insomma sta gente facesse largo, che tu lì devi lavorare, mica sventolare bandierine o fare foto nella nebbia. Ecco, se fai così, passi, la grande muraglia si sgretola e dopo un po' un inviato bulgaro ti si avvicina per chiederti lumi su cose che neanche lui ha visto, ma pensa, data la sicumera, che abbia visto tu. Ecco, al bulgaro avrei potuto raccontare qualsiasi cosa e quello l'avrebbe scritta sul principale giornale di Sofia, ma non l'ho fatto sarà per la prossima volta.
E comunque è quasi tutto vano, perché quando arrivo al traguardo sono già arrivati tutti i primi e buona parte dei secondi, e un tecnico Rai ti dice senza guardarti che uno spagnolo ci ha fregati sul fotofinish e ormai quando gli Italiani parlano degli Spagnoli lo fanno con un contorno di “mortacci loro sti fii de na mignotta” che un tempo si riservavano ad altri, per lo più Francesi.
Ho cercato con lo sguardo Bettini, che con quel cognome mi suonava sinistramente più familiare degli altri, pensando che fosse lui quello arrivato secondo e invece no, lui era arrivato decimo, forse, o qualcosa del genere, e però stava incazzato perché qualcuno aveva deciso che quest'anno non dovesse vincere lui ma un altro, che poi è arrivato secondo. Tutte scuse o ordini di scuderia, da quello che ho capito, ai quali ha abbozzato, incazzato.
Centralismo democratico su due ruote, per arrivare secondi.


Inviato ombra

by Diego Bianchi il 9 agosto 2008 @ 19:10 / Mia_cara_Olimpia / 6 Commenti
E' vero, confermo, a Pechino il sole non si vede, si cammina avvolti da una nebulosa di zucchero filato ma tutti sorridono e ti guardano come a dire “mbè, se volevi il sole potevi restartene a Cupra Marittima, qui si corre, si salta e si respira il fiatone del prossimo, di qualsiasi cosa sia fatto, prendere o lasciare”. In compenso non si vedono neanche le nuvole, quindi il meteo è tutto fuorché variabile. Se quello che ci avvolge è smog, allora lo smog non puzza di smog ma di aglio e sudore. In compenso il traffico è subibile, soprattutto se non devi guidare tu e un autista ti porta anche a pisciare, come capita ai giornalisti e agli atleti e a quelli come me che giornalisti e atleti non sono ma di riffa o di raffa qui si muovono come tali, imbucati, figuranti e superflui di ogni razza e religione.
Xian ha 22 anni, parla 5 lingue tra cui un italiano essenziale imparato lavorando nell'ombra di un'industria di rubinetti umbra (o di piastrelle veneta, non ho capito bene, ogni tanto i suoi racconti s'incrociano) venuta ad ampliare qui i propri organici (questo concetto è stato molto più chiaro). Da tre mesi Xian e altri 10 ragazzi con cv simili al suo sono a disposizione di tutti gli Italiani di buona volontà che cercheranno di raccontare Pechino, Cina, Cinesi e se capita pure le Olimpiadi. Io sono in scia, defilato, ma considerato. Sono arrivato in ritardo su quasi tutto, trafelato nel Nido in contemporanea con la sfilata della rappresentativa uzbeka, senza avere negli occhi le decine di migliaia di figuranti che fin lì avevano detto al mondo “guardate che ci siamo inventati tutto noi, la pasta, la stampa, internet, lo sport, il sesso, da oggi rimettiamo le cose al posto loro e voi batteteci le mani, o saranno cazzi vostri”.
Un caldo Ming scioglieva il trucco di principesse e battimani, le mie ascelle pezzate poco s'addicevano alla regale presenza dell'Infanta di Spagna messa a sventagliarsi solo 10 file sotto di me. Frattini l'ho cercato in ogni dove, invano. Forse non è venuto, probabilmente ha sbagliato strada, che a Pechino succede, soprattutto se non ti scarrozza Xian ma qualche dipendente del Ministero degli Esteri italiano.
Ad un certo punto ho visto Putin che faceva ciao ciao con la mano alle telecamere. L'ho visto piccolo piccolo sotto di me, grande grande nei maxischermi, contento sia da piccolo che da grande. Aveva appena ordinato di bombardare la Georgia, ma dalla faccia non si sarebbe detto.
Prima di scrivere queste prime righe da autoinviato nei 5 cerchi ho mangiato zampe di pollo con patate, in un ristorante senza molta personalità, nel quale mi sono imbucato solo dopo che Xian mi ha lasciato nella mia casa cinese. Sparito Xian, sono riuscito subito, ho voluto sperimentare, Pechino di notte, da solo o quasi (mi sono accodato ad una comitiva di giornalisti olandesi alla ricerca di salse indiane), ma sono tornato subito in questa camera, che è una mezza pensione trovatami da amici degli amici degli amici di qualche sponsor, spesa accessibile rispetto alle aspettative, una cosa che forse esiste solo da due settimane, tutta pulita, troppo pulita, non lo saprò mai.
Comunque qui gli involtini primavera non ci sono, o almeno, non li ho ancora trovati.
Di involtini primavera potrei ingozzarmi fino a star male, a Roma, ma qui in tanti qui si sentono male al primo boccone di pollo. Credo sia solo suggestione. Le mie zampe di pollo con patate erano buone. Che fossero zampe di pollo l'ho letto sul menu, scritto in 4 lingue. Ora che ci penso non sapevano di pollo, sembrava manzo piuttosto. Ma gli Italiani a Pechino enogastronomicamente mi sembrano tranquilli. C'è Casa Italia. Lì si mangerà italiano, o cinese italiano, alghe fritte con il parmigiano, rischi zero. Di andare a vedere le gare dal vivo non c'è fretta, forse neanche voglia. Ci sono tanti televisori, in Cina, a Casa Italia.
Le gare si guardano lì, con un wanton e una mozzarella in mano, poi si scrivono le emozioni dello stadio.
Nessuno saprà mai la verità.

* immagine del post prodotta da Bobo per la Fondazione Daje



I giorni del txu txu

Cammina cammina siamo arrivati a Bilbao. Una volta a Ginevra non sapevamo ancora con certezza se girare la macchina verso la Croazia o la Danimarca, poi, fieri della nostra indipendenza da tour programmati, abbiamo pensato all'ipotesi terzista e indipendentista dei paesi baschi, abbiamo guardato la cartina e programmato sull'iPod Caparezza quelle 20 volte necessarie a distrarre il giusto la creatura per non farle pesare più di tanto la traversata.
E così siamo passati per Lione, dove un paio d'anni fa l'ingrato Mancini aveva sbiciclettato a favore di mille sigle di Champions dopo che Totti aveva scapocciato in porta l'1-0 in una rara partita perfetta. A Lione ho mangiato trippa, nervetti e cervello, preso la funicolare che però resta ancorata a terra e non sospesa come quelle valdostane, passeggiato nella zona vecchia tra centinaia di guignol che concupivano invano Anita dalle vetrine. [...]
Poi Bordeaux, che uno non è che si aspetti niente di particolare da Bordeaux, però è sulla strada e una sosta ci sta bene, e tanta è la confusione che un lungo viaggio genera che a pochi chilometri dall'arrivo Anita ha cominciato a cantare “stiamo arrivando, Bordone stiamo arrivando”, ecc. ecc., con l'aggravante che quando, per tenere basse le aspettative, ho detto “magari Bordeaux fa cacare”, Anita ha rincarato urlando che Bordone “fa venire di fare la cacca”. E invece Bordeaux è bellissima, o perlomeno, a noi è piaciuta tanto e come pacman inseguiti dai fantasmi ci siamo fatti tutte le vie dell'infinita zona pedonale, incrocio per incrocio, tra gente allegra, almeno all'apparenza, almeno nelle ore in cui ci siamo stati noi. E Bordeaux è piaciuta molto anche ad Anita, che dopo lo spruzzo di Ginevra ha potuto apprezzare e toccare con piede lo specchio d'acqua creato davanti al Palazzo della Borsa, una vera e propria stronzata che qualsiasi paese della terra potrebbe allestire svoltando il proprio appeal turistico col minimo sforzo ottenendo massimo risultato, soprattutto d'estate. Un'area piena di bocchette che mandano acqua, acqua che arriva alle caviglie, nella quale chi vuole passeggia a piedi nudi, come in una grande pozzangherona condivisa, rinfrescante per gli adulti, manna per bambini che cominciano a correre e finiscono fracichi a farsi il bagno in 5 centimetri d'acqua. E si ricorderanno per sempre di Bordeaux.
E poi dici vabbè, sei a Bordeaux che fai, non ci vai nei paesi baschi? e allora passi per Biarritz, che là ci stanno i surfisti che si pettinano prima di abbracciare le onde e allora siamo passati con la macchina in questa Camerota di confine, solo che a Camerota questi biondi biondi fisicati e stronzi sono più sparpagliati e io mi domando e dico perché uno con la panza e calvo non può mettersi a cavalcioni delle onde? Quand'è che avviene la selezione naturale? E come avviene? Dopodiché, arrivato a San Sebastian ho cominciato a capire alcune dinamiche di questa surreale metamorfosi che vede i surfisti più brutti e grassi e calvi costretti ad abbandonare il mare per manifesta inferiorità estetica, cominciare a lavarsi di meno sempre a causa del forzato abbandono del mare, fino all'abbrutimento definitivo con relativo acquisto del cane. Punkabbestia quanti ce ne sono nei paesi baschi non l'avevo visti mai (ma pure in Francia, almeno fino a Tolosa, poi ad Aix en Provence spariscono, probabilmente perché le pro loco locali ci tengono alla credibilità della lavanda come prodotto di punta del luogo).
San Sebastian ne è piena (e qui il turismo balneare è fieramente di massa e assomiglia molto a quello dei Cancelli di Ostia con grandi panze in spiaggia e potenziali vagonate di fettuccine se solo i baschi ne conoscessero l'esistenza), Bilbao ne è piena (io, Michela e Anita a mezzanotte tra allegri metallari indipendentisti è stato un bel momento) , Vitoria Gasteiz ne è piena (e comunque gran mangiata al ristorante El Portalon, nel quale sono entrato solo per il richiamo aziendale del nome) e pure Pamplona ne è piena (nonostante coerenza vorrebbe che qui il punkabbestia s'accompagnasse col toro anziché col cane, toro del quale passeggiando per la via, si teme costantemente l'urto frontale da un momento all'altro). Poi magari quelli che ci sono sono punkabbestia che raccolgono la cacca del cane, come dice Vittorio, anche se il massimo per me sarebbe vedere il surfista raccogliere la cacca del punkabbestia, così, per riequilibrare ingiustizie estetiche e sociali.
Ma quando pensi di aver individuato la cifra essenziale delle tratte turistiche del luogo, quando hai schivato quasi tutti i trenini per turisti (siamo saliti con orgoglio solo su quello di San Sebastian attirati dal nome Txu Txu, un improbabile equivalente del nostro ciuff ciuff ma molto più basco e pertanto cazzuto), zitti zitti tomi tomi cacchi cacchi, spuntano paonazzi e narcisi come teodem i pellegrini in marcia per Santiago de Compostela o di rinculo verso Lourdes (che poi noi tornando a Cupra siamo obbligatoriamente passati vicino a Loreto e a quel punto ci siamo sentiti definitivamente accerchiati, ma siccome a Loreto ci fanno le Winx le suggestioni si sono subito smorzate). Pertanto, riassumendo, la filiera turistica della zona funziona più o meno così: si parte surfisti, ci si sminchia punkabbestia, ci si rinconglionisce pellegrini. Tra quest'ultimi ogni tanto sbuca una comitiva in bici dal Friuli, e tu li guardi perplesso e fermo nella convinzione che la religione continui ad essere, oggi più che mai, il doping dei popoli.


Dajetour, a scantonar dai monti

by Diego Bianchi il 28 luglio 2008 @ 09:57 / Cose_Nostre / 14 Commenti
“Ma Alfredo e Mariangela sono già arrivati a Potenza?” ci ha chiesto Anita dopo esserci separati a fatica dal nucleo direttivo della Fondazione Daje riunito in un ultimo caffè in quel di Gaby, a pochi chilometri da Gressoney. In quel momento Alfredo e Mariangela ancora non avevano raggiunto Torino e mondine, ma Anita li voleva già a Potenza, per archiviare il tutto, il più in fretta possibile e smorzare il magone che come slavina stava precipitosamente riportando a valle ogni spensierata tensione alla fuga mentale d'altura.
In montagna d'estate si perdono distanze e proporzioni e se forse è vero, come dice Elio, che in montagna d'estate ci si rompe il cazzo, è pure vero che in situazioni di alterata e rilassata quotidianità di gruppo quali quella di Kinder, imprevisti e previsti compagni di gita posso diventare all'improvviso i mejo amici tua e non vederteli più intorno d'improvviso lascia spiazzati (cito per tutti Valentina, nuovo avamposto della Fondazione Daje in quel di Bassano del Grappa, o Alessandro, nuovo responsabile del tesseramento della Fondazione, divenuto tale dopo aver posto la domanda “come ci si iscrive?”). In più si son viste cose che a pensarle a freddo potevano fare impressione, tipo dirigenti di partito ballare rigidi ma sinceri indossando magliette dei Pet Shop Boys, ma lì, tra i monti e le valli, tra giovanissimi novantenni e bimbi che giocano e corrono e donne che si scottano e uomini che giocano a wii e perdono contro donne che finalmente rompono il tetto di vetro, non ci ha fatto caso nessuno.
Quando Anita ci ha chiesto di Alfredo e Mariangela avevamo appena fatto un giro con la macchina dentro Courmayeur, che già che stai lì un giro a Courmayeur non ce lo fai? e invece niente, perché i Suv ingombrano e parcheggi non ne trovi e se t'accosti sul marciapiede per rispondere al telefonino passa un cojone a piedi che scuote la testa per dirti con il linguaggio del corpo che “non ci sono più i courmayeurini di una volta” e allora ce ne siamo andati svelti sotto al Monte Bianco.
Che poi chissà perché pensavamo di ritrovarci in Svizzera, e invece Francia sarebbe stata, piovosa e in discesa, con le autostrade indicate in blu anziché in verde come gli altri, come perfino gli svizzeri, che la mattina cantano un samba cantoniero servendoti la colazione, mentre Anita ancora non sa dove stiamo andando. Come noi, come tanti.
E ora siamo al lago, come se fossimo al mare, in costume, però connessi solo per il gusto di connettersi e dire che in Svizzera ci si connette dappertutto. Intorno a me tutta gente in pausa pranzo, tutti svizzeri ai quali mi verrebbe da chiedere “ma che sei svizzero”, come facciamo noi a Roma per dare del tonto a qualcuno, ma questi non sono tonti, hanno il mare sotto l'ufficio e in pausa pranzo si fanno il bagno; ragion per cui mi sono fatto il bagno nel lago pure io, che chi l'aveva fatto mai il bagno nel lago, dove siamo arrivati senza franchi svizzeri che in Svizzera, a Ginevra per la precisione, t'aspetteresti un sacco di banche per fare bancomat e invece le banche ci sono ma per lavorarci dentro e farci chissà che e però il tizio all'ingresso ha detto “certo che prendiamo pure euro, siamo in Europa”, e ci ha sorriso come per dire “ma che siete italiani?”.