Vessillologia al popolo

“Turkmenistan! 6 a 2 per me!”.
Rosico, oggettivamente rosico. Anita, 8 anni, mia figlia, sangue del mio sangue, si bulla di me e della mia ignoranza.
Da quando la madre mette alla prova le nostre conoscenze in fatto di bandiere, la mia autostima traballa sempre più. Complice un libro comprato a inizio estate, un libro che spiega ragioni cromatiche e storiche delle bandiere di tutti i paesi. Anita ha studiato a fondo, dall’Africa all’Oceania, salvando colori e geometrie nel suo immenso database di bambina. Da quel momento non è stata più la stessa. Da quel momento non c’è stata notizia di esteri al tg che Anita non abbia commentato descrivendo la bandiera dei luoghi coinvolti. Che sia calciomercato, fame nel Corno d’Africa o rivoluzione, poco cambia. Brasile, Somalia o Siria, bandiere sono. E così è per il Turkmenistan, che penso sia Europa e invece è Asia, che quando le bandiere le ho imparate io era Unione Sovietica e fuori dalla guerra fredda c’era poco o niente.
Quando le bandiere le ho imparate io “rivoluzione” era parola lontana, il terrorismo non era religioso, non eravamo riformisti ma comunisti, si votava proporzionale e a preferenze, difficile ragionare maggioritario, impossibile immaginare Calderoli. Quando io ero Anita, la parola referendum non mi diceva quasi niente, più o meno come ad Anita fino al giugno scorso.
Quando avevo la sua età la parola referendum evocava cose grandi dalla portata poco chiara; di certo evocava i radicali, strane creature irresponsabilmente utili a far fare al mio Pci (lo sentivo mio già dai 4 anni, più o meno come mia figlia sente sua la Roma) quello che di suo non avrebbe mai fatto, quel che senza il Pci non si sarebbe mai potuto fare. Capitava così che all’improvviso, grazie a quella parola, si festeggiasse come quasi mai ci capitava per le elezioni, che poi è quello che è successo a mia figlia nel momento in cui ci è sembrato che il vento cambiasse definitivamente.
Ecco perché, nell’attesa di ben altre feste, con l’afa che appiccica e il vento che ristagna, mi piacerebbe ricorrere presto a quella parola, magari grazie al contributo del Pd alla raccolta delle firme necessarie al referendum contro l’attuale legge elettorale. Per chi ne ha raccolte 10milioni in pochi mesi non dovrebbe essere difficile, entro il 30 settembre, dare il contributo decisivo. Che intanto intorno todo cambia, sembra, tutto tranne noi.
“Com’è la bandiera della Libia?”, chiedo ad Anita. “Tutta verde!”, mi risponde sicura. “Eh no amore di papà, non più, è cambiata oggi”.



A scudar le stelle d’agosto

Articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 26 agosto.

“Sei bravo sei, te leggo sempre, begli articoli, ammazza. Cioè, non tutti eh, a volte se vede proprio che nun sai de che scrive, però va bene”.
Rivelino, lazialissimo over 60 passeggiatore di battigia così soprannominato per l’immutabile baffo e la visione di gioco di un tempo che fu, dedica a questa rubrica i 5 minuti l’anno in cui ci parliamo, quei 5 minuti durante i quali sembra che i precedenti 5 siano finiti 5 minuti prima. Sono in pieno agosto marchigiano adriatico, gli argomenti si aggrovigliano, e proprio mentre sto pensando a cosa scrivere, mi fa subito tana. “Rivelino, dimmelo tu cosa vorresti leggere”, lo sfido. Spalle al mare, sguardo a Cupra alta, Rivelino riflette e commissiona: “fa un bell’articolo sul fatto che qui mangiare un gelato è un casino”.
Gli do ideale appuntamento ai 5 minuti del prossimo anno e continuo a vagare.
Potrei scrivere del punk che ho visto a Manchester mentre insultava poliziotti, o dei poliziotti che lo afferrano per la cresta e lo scaraventano sulla prima pagina del free press locale del giorno dopo, dove è scritto che si farà quattro mesi di galera sani sani, non un giorno di più non uno di meno, e per un vaffanculo mi pare comunque troppo. No. Basta riot in Uk. Riot a Cupra Marittima semmai.
Per il gelato no, ma per la provincia che non c’è più si potrebbe, che qui siamo sempre stati nel pieno dell’ascolanità, quindi ultimo baluardo piceno al cospetto del fermano, e ora che spariscono sia Ascoli che Fermo che si fa? No, è ancora presto, sulle province no. Allora scrivo degli statali, della categoria che stando sul cazzo a tutti paga sempre per tutti senza uno straccio di sottosegretario che ne prenda le parti in quanto non abbastanza cool da meritare la comprensione che si deve ad un evasore scudato. Faccio il pezzo su come sia possibile in un sol colpo di sole agostano far passare il concetto per cui abbia senso chiedere di lavorare sempre di più per guadagnare sempre di meno in un paese senza lavoro.
Faccio un pezzo sul verbo transitivo “scudare”, scudare chi, che cosa. E chi farà scudo agli statali ora che non hanno neanche più un primo maggio da festeggiare? Allora faccio un pezzo su come sia possibile tornare ufficialmente un paese fascista cancellando 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno. Però tenendo San Pietro e Paolo, se possibile senza irritare San Gennaro, che non è che quello “gronda” sangue quando pare a Tremonti.
No vabbè, ‘sta settimana il pezzo non lo scrivo, non avrebbe senso.
Rivelino capirà.



The weapon, the target

Articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 19 agosto

Io e Rooney a Manchester“Be the weapon, not the target”, ovvero “sii l’arma, non il bersaglio”. Alla fine di una giornata passata scappando per le strade di Manchester, è questa la frase che mi resta.
Non l’ho sentita da un ragazzino incappucciato mentre sfasciava vetrine, ma l’ho letta ovunque sia stato possibile alla Nike mostrare Wayne Rooney, stellare testimonial dello United. Ad esser didascalici sembra sia Rooney ad aizzare la ribellione. E’ Rooney, che brandendo uno scarpino di ultima generazione, incita i tifosi a saccheggiare la Nike.
Lo fisso ogni volta che gli passo accanto girando per la sua città, dove sono in vacanza con famiglia nei giorni della rivolta.
Rivolta che per qualche giorno è sembrata lontana quanto Londra, seguita sulla BBC più per sbrinare l’inglese che per reale comprensione della gravità delle cose. Rivolta che a Manchester, la mattina del 9 agosto, non c’è.
Una commessa cyberpunk mi dice che loro, a Manchester, sono orgogliosi al punto di non fare niente pur di differenziarsi dal resto dell’Inghilterra. Poco dopo pranzo però una cameriera ci dice di stare attenti, girano voci di “riot” in centro. Che è più o meno dove già siamo, e dove i negozi, senza che accada nulla, ammainano saracinesche prima dell’orario previsto. All’ufficio informazioni s’ostenta tranquillità, ma quando apro un sito che parla di “gossip in town” su imminenti casini, l’eloquio pro loco impreparato s’incaglia.
Minuti dopo, nella via più affollata, sciama improvviso un gruppo incappucciato. Camminano e si mostrano a chi li guarda come si guarda una cosa che somiglia a quella che hai visto in tv, quella di cui è tutto il giorno che parli, che succede agli altri ma non a te, che è vera ma non ci credi. L’impressione è che quei ragazzi, se solo provassero ad avvicinarsi ai negozi aperti, prenderebbero botte da security e clienti. Gran parte dei quali però va a casa, che i negozi sono chiusi e c’è la rivolta da seguire in tv. Dove da quel momento c’è Manchester, dove tutti scappano, per lo più ridendo.
Gang di pischelli sfasciano, a volte rubano, ogni tanto incendiano, sempre aspettano che la polizia sia ad un passo, per sfidare, scappare, ricominciare altrove. Sono troppi e senza paura, l’esatto opposto dei poliziotti. Verso cena è coprifuoco, di aperto non c’è niente. Dalle finestre dell’appartamento vediamo una cinquantina di ragazzini sfondare le vetrine di Jd Sport. Alcuni portano sacchi per la refurtiva, indossata la quale saranno quasi identici a Rooney.
Alla Nike saranno contenti.
E pazienza se da “weapon” sono diventati “target”.



Nello Kitty

Articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 12 agosto

“Il modello di società americano mi fa schifo, non mi piace per niente, sì, lo so, sono stato fan dell’America tanti anni fa, ma ormai ho viaggiato tanto e a sufficienza per capire che quella è una società dove si pensa solo a consumare, consumare e riconsumare, si fa tutto per quello, è tutto massificato, tutto uguale, anche in quei posti dove pensi di trovare qualcosa di tipico, genuino, tradizionale, tipo il New England, che pure ha una storia; trovi sti panzoni spalmati sulla spiaggia a bere Coca Cola che guardano le barche a vela che gli passano davanti e non muovono un dito se non per mangiare. Per me c’è solo la Francia, la Bretagna, la Normandia, il piacere delle cose, il gusto, l’attenzione alle esigenze del turista purché si adegui, o mangia la baguette o niente, sono meno consumer friendly, quello è il parametro, l’unica vacanza possibile. Anche se vado nel New England vorrei essere a Honfleur, Trouville, al limite Ventotene”.
Il mio coetaneo ex mio capo in tempi di new economy moribonda serve la conversazione che condisce l’intimo barbecue di terrazza romana di inizio agosto. Si mangia, si beve, si ragiona romanzando, si schivano figli che corrono, ci si misura ridendo di sé, convinti comunque di essere meglio di quel che diciamo e facciamo.
“Buona questa carne, comprata a Testa di Lepre? Lo sapete vero che ormai tutta Roma compra la carne a Testa di Lepre? E davvero quest’olio è di un vostro amico che fa il giurato ai concorsi e vi segnala cosa comprare? Posso conoscerlo? E un cocomero ogm senza semi lo mangereste? Comunque, l’Oman come vacanza ve la straconsiglio, e anche le vacanze a piedi. Ma per tornare al New England, quando mi sono buttato dall’aereo non ci ho pensato più di tanto, mi ci sono trovato e l’ho fatto, pure se l’ala morbida non è l’ala dura, certo.
Ad ogni modo, il Pd non si deve votare più, non cercare di convincermi, Grillo sì, oppure i radicali, ma la verità è che qui ci vuole una rivoluzione ma chi la fa? Io no di certo, noi non la faremo, però è l’unica soluzione. Ora sto qualche giorno a Roma. Il Teatro Valle dici? L’hanno occupato? Non ne so niente, bene. Del resto non si può pensare ingenuamente di risolvere tutto con il buonismo, per lottare alla fine si diventa aggressivi, si cambia livello. Guarda, un salto al Valle ce lo faccio. Poi parto per la Scozia, andiamo con una houseboat, è una barca grande che va per fiumi, piano, lenta, comoda, houseboat, ricorda, ne sentirai parlare. Tanto qui non ci salva neanche Nello Kitty, come dice il correttore automatico del telefonino”.



Delle pene norvegesi

Articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 5 agosto.

“Lo vedi quello a centrocampo? E’ Ardian Gashi, il nostro gioiellino. Pensa che dopo questa partita deve andare in prigione, 18 giorni”.
E’ il luglio del 2005 quando Claudio, compagno della Fgci migrato a Oslo da tempo sufficiente a diventare tifoso della squadra locale del Vålerenga, mi porta a vedere un preliminare di Champions League di cui nessuno, alle nostre latitudini, saprà mai niente.
“L’hanno fermato per eccesso di velocità – spiega Claudio – e qui non c’è niente da fare, superato un certo limite è galera, chiunque tu sia. L’unico privilegio concessogli è che può scegliere quando scontare la pena, in modo da saltare il minor numero possibile di partite. Ma in galera ci va”. La cosa m’impressiona. In galera per eccesso di velocità, senza incidenti, pur facendo parte della casta (calcistica).
Noi del Vålerenga vinciamo 1-0 su rigore, e mentre continuo la mia vacanza guidando per fiordi, di cascata in cascata penso a Gashi, che andrà in galera ormai già proiettato al turno successivo.
Che poi guidare in Norvegia è difficilissimo. I rettilinei abbondano, il traffico non esiste, le distanze sì, le renne pascolano e per assurgere allo status di centro abitato bastano due case distanziate di 20 km. Ma ce l’ho quasi fatta. C’è Lillehammer da raggiungere, poi Oslo, poi riconsegna all’autonoleggio. Penso questo quando tre poliziotti, tanto temuti quanto improvvisi, mi sbucano da un cespuglio.
Accostare prego, patente e libretto, lei andava a 76 km/h, il limite è 60 km/h, sono 500 euro di multa. Sudo, m’arrampico sugli specchietti, cedo, pago. In questi giorni di stupore italico per la leggerezza delle pene norvegesi, realizzo che in vita mia non sono mai andato così vicino alla galera come in Norvegia. Galera dove ogni detenuto ha la cella con internet, lettore dvd, tv a schermo piatto, mobili moderni, stanza per la musica e percorso per il jogging, ma sempre galera è. Galera dove è vero che se sei un terrorista stragista rischi di rimanere solo 21 anni, ma è vero pure che se vai troppo veloce, anche senza far danni 18 giorni ce li devi passare.
L’esperienza (che dopo Utoya è drasticamente cambiata, ma al massimo porterà le pene da 21 anni a 30) deve aver portato i norvegesi a ritenere che ci siano meno possibilità che qualcuno compia un’altra strage che non che qualcuno superi pericolosamente i limiti di velocità.
La cosa strana è che nei due apparenti eccessi non trovo contraddizione. Tra le due misure, razionalmente, c’è il valore rieducativo del carcere in un paese che, a differenza nostra, ci crede ancora.



Manchester Divided

by Diego Bianchi il 10 agosto 2011 @ 12:21 / Tolleranza_Zoro / 7 Commenti / Tags: ,

Quelli che seguono sono sette minuti circa di immagini in presa diretta della giornata del 9 agosto, nel centro di Manchester. La qualità non è granché perché ho potuto montare solo le cose girate con la Flip, ma meglio di niente, rende l’idea di come tutto è cominciato.
Buona visione.



L’epopea dei Taakoma

Non ho smorzato del tutto. Qualcosa ho smucinato, non molto ma qualcosa, confusamente, senza criterio. Ho girato materiale video che prima o poi forse mi tornerà utile. Ho fatto qualche serata in giro con i  video fatti quest’anno (l’ultima due giorni fa a Viterbo, seduto sulla sedia dalla quale Brunetta aveva insultato i contestatori qualche giorno prima). Ho partecipato per la prima volta al Festival dell’Argentiera e per la seconda al Premio Ilaria Alpi. Prima avevo fatto l’attore in un film vero, di quelli col regista e gli attori e la troupe e motore ciak azione, all’improvviso, per la prima volta, come fossi in Africa. Per la prima volta ho fatto il bagno a Ventotene. Sono tornato a L’Aquila. Ho intervistato Ignazio Marino alla festa dell’Unità di Caracalla. Ho rotto un hard disk. Mi sono incagliato su un paio di idee. E per settembre non so niente.
Nel mentre ho soprattutto suonato.
Con la Slammer (video), con l’Orchestraccia (video), con i Trinità (con i quali stasera torniamo a suonare all’ex Cinema Palazzo Occupato, dopo aver esordito al Teatro Valle Occupato). Ho risuonato con Mory, che ho ritrovato in Sardegna, dopo quindici anni. L’ultimo pezzo scritto per il Venerdì è dedicato a quest’incontro. Ecco, ricomincio a pubblicare la rubrica da qui, dalla coda. Poi riprendo da dove avevo smesso, più o meno a fine 2010.

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Articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 29 luglio 2011.

“Mio nonno s’è venduto tuo nonno!”. Mory, percussionista ballerino senegalese estraneo al politicamente corretto, quando decideva di ferire dialetticamente qualche pompato collega cubano se ne usciva così. Era la frase più cattiva del suo repertorio; gliela ricordo, lui ride e la traduce in wolof ai nipoti venuti a trovarlo. E’ ora di cena e siamo di nuovo insieme, io e Mory, quindici anni dopo l’ultima volta. Ci siamo cercati e ritrovati su Facebook per riabbracciarci a casa sua, che adesso è a Sennori, vicino Sassari. Conobbi Mory nel 1990, allorché decisi di imparare a suonare quei tamburi che gli avevo visto far brillare come fuochi d’artificio nell’Aula Magna di Lettere ai tempi della Pantera. Suonava con i Taakoma, senegalesi già mezzi italiani, griot (artisti) spesso scambiati per vucumprà, come se un senegalese potesse solo vendere collanine. Loro erano quelli fortunati, la prova che vivere in Italia della propria arte era possibile. Per un po’ ci riuscirono, illudendo se stessi e tanti connazionali. Nel frattempo divenni l’allievo preferito di Mory, confidente e complice, finché la sua strada si fece ripida e pericolosa, i ritmi accelerarono, perdemmo il tempo.
Vent’anni dopo ripassiamo l’epopea dei Taakoma, i primi immigrati che ho conosciuto. C’è chi sopravvive suonando a Napoli, chi è scappato in Venezuela dopo aver tirato su troppe famiglie, chi si è sposato a Terni e lavora in fabbrica; la ballerina passata per l’144 delle tv locali pare stia insieme ad un connazionale santone, un’altra ha perso con la droga.
Poi c’è Mory, a Sennori con la compagna, dove bizzarre dinamiche diplomatico parrocchiali lo hanno traghettato a portare il tempo, radicandolo fino al voto: “Ho votato quello che ha vinto, ma non so come si chiama”, mi dice mostrando il certificato elettorale timbrato. Lo diverte molto che un casinista disinteressato come lui possa influire sull’esito di un voto italiano; quando però gli dico che il presidente Wade vuole anticipare il voto in Senegal diventa serio. Sa per certo che là si voterà a febbraio, l’ha detto la tv senegalese sulla quale da Sennori si sintonizza ogni giorno. Mory in Sardegna ha trovato pancia e tranquillità, a Roma ha perso un occhio in un incidente e l’eredità della moglie italiana morta anni fa. “Qui lavoro, mi rispettano, mi vogliono bene. A Roma, se torno, mi ritrovo con qualcuno che mi offre droga. Non voglio. Resto un po’ qua, poi torno a Dakar”. Dove c’è un altro certificato elettorale che lo attende. O una migrazione al contrario da cominciare.



Pia Pisa

Di un anno che è passato, di viaggi e incontri e manifestazioni e illusioni e delusione e desideri e speranze, di lotte, di Italia e di Milano, di inseguimenti e sorprese, a rituffarsi nel paese, per provare a sentirsi meglio.
Questo e molto, molto altro nella settantaquattresima puntata di Tolleranza Zoro, la sedicesima e ultima per questa edizione di Parla con me, impreziosita dalla partecipazione di Daniele De Rossi e Valerio Mastandrea, in una versione di un paio di minuti più lunga rispetto a quanto andato in onda.
Buona visione, e grazie a tutti.

E comunque anche quest’anno è finita, in qualche modo ce l’ho fatta.
Quantitivamente ho fatto leggermente meno rispetto agli anni passati, ma qualitativamente penso di aver fatto di più. Lo so, non dovrei dirmelo da solo, ma è quello che penso e che conta, almeno per me.
Ringraziamenti corali non ne so fare e credo di non averne mai fatti, non per cafona irriconoscenza ma perché le persone incontrate, le storie vissute, le emozioni provate stanno tutte qua, nelle sedici (più le due estive) puntate di questa stagione, e per ognuna ci sono stati abbracci e mail e parole e musiche che restano. E per ognuna ci sono stati i vostri commenti, qui, su Facebook, nelle mail, in chat, per strada, che restano tanto quanto. Chi sa sa.
Ciò premesso, sempre grazie a Michela, Anita, mamma e papà, per le idee, la collaborazione, il sostegno, la pazienza, la tolleranza, appunto.
Non è stato facile.



Beato chi ci crede

Di Primo Maggio, di lavoratori, di concerto e sindacati, di primo maggio, di beati, di papi e di miracoli, di par condicio e suore leghiste, di un mondo migliore per chi ha fede e peggiore per chi non ne ha.
Questo e molto altro nella settantatreesima puntata di Tolleranza Zoro, la quindicesima per questa edizione di Parla con me, in una versione di circa quattro minuti più lunga rispetto a quanto andato in onda.
Buona visione.



Macedonia

by Diego Bianchi il 30 aprile 2011 @ 18:13 / Tolleranza_Zoro / 7 Commenti / Tags: , ,

Di Pasquetta e voglia di resuscitare, di bollito e fave e pecorino, di antichi e moderni romani, di magistrati, terroristi, pacifisti e Vittorio Arrigoni, di scuola e Costituzione, di barzellette e depilatori, del bar di Vezio, aspettando il tramonto.
Questo e altro nella settantaduesima puntata di Tolleranza Zoro, la quattordicesima per questa edizione di Parla con me, in una versione di circa due minuti più lunga rispetto a quanto andato in onda.
Buona visione.