Il mare intorno

Daje de arretrati, più o meno sempre attuali.
Quello che segue è un pezzo pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 21 settembre.

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“C’è il mare però, capito? Abitassi qui andrei a casa e tornerei domani, ma noi abbiamo il mare!”. Quando la stanchezza ha divorato tutto, l’operaio in maglietta rossa ricorda ai conterranei cosa significa essere sardi: avere il mare intorno, nel bene e nel male.
“Per decidere cosa fare, se rimanere o andare via, dobbiamo fare un’assemblea, adesso, qui”, aveva detto poco prima il sindacalista, voce roca e autorevolezza tale da metter seduti in terra i “tamburi sardi, duri e testardi” ex Alcoa. Sono le 23.00, e la parola “assemblea”, dopo mille petardi esplosi, mille caschi sbattuti e mille trombette suonate, arriva alle orecchie attutita ma risolutiva.
Sono ormai 13 ore che operai, fotografi, giornalisti, videoreporter e forze dell’ordine si fronteggiano, annusano e intrattengono nel budello di Via Molise, sede del Ministero dello Sviluppo Economico.
Nel mentre, ai piani alti, la trattativa procede, o così spera chi in strada aspetta e da quella trattativa dipende. Aspettando sono volati spintoni, manganelli, transenne, sampietrini, alluminio, caschetti, fuochi d’artificio, interviste e lacrime senza lacrimogeni, perché aspettare un comunicato dal quale cambierà la tua vita, ti fa ogni minuto più precario, sospeso tra la dignità di una vita onesta passata in fabbrica e l’umana voglia di spaccare tutto.
E non vorresti, non l’hai mai fatto, tanto che provi a spiegarlo al poliziotto che ti ha appena stampato il manganello sulla schiena, e quando gli ricordi che la stangata arriverà presto anche per lui, quello smette di fissare il vuoto e ascolta. Mai viste tante complici conversazioni tra manifestanti e forze dell’ordine come il 10 settembre, al punto che quando la trattativa finisce e i sindacalisti escono a spiegare che la palla è stata buttata in tribuna (chiusura e dramma rinviati di qualche settimana), per un attimo dubiti del fatto che le forze dell’ordine li difenderanno dalla rabbia dei loro rappresentati.
Che chiedono ai sindacalisti di tornare dentro a trattare, ma dentro non c’è più nessuno. Non c’è Passera, non c’è Alcoa, non c’è Cappellacci, che chissà quanti di quegli operai hanno votato.
Fare il sindacalista, come il politico, a farlo bene è lavoro duro, serio, difficile, ora più che mai. Decidere di andare via, dopo 13 ore così, con poco più di niente in mano, è la cosa più amara da far digerire a chi si sente sardo duro, testardo e in cassa integrazione. Ma l’assemblea decide, prevale il buon senso, si riprende il traghetto. Con la paura di non farcela più a ritornare. Perché di mezzo c’è il mare. Che così profondo non è stato mai.



Therry, o Thierry

Il pezzo che segue è stato pubblicato sul Venerdì di Repubblica di ieri, 14 settembre 2012.

“E poi adesso ci sono le primarie”, mi dice l’amico giornalista. “Ah, quindi ci stanno! mi stai dando una notizia!”, rispondo semiserio, visto che di queste primarie si parla da anni e nel momento in cui ci telefoniamo se ne ignorano ancora data e regole.
“Ci sarebbe da andare a vedere Renzi alla festa del Pd”, aggiunge poco convinto, “oggi ha presentato il camper col quale farà la campagna elettorale, si chiama Therry (all’inglese), o Thierry (alla francese)”. Il fatto che il camper di Renzi sia stato battezzato (e battezzato così), mi fa fissare il vuoto per cinque minuti, quindi mi convince a rimandare l’impatto con le primarie in arrivo. Ma i giorni passano, comizi e interviste imperversano e le primarie prendono a tracimare da giornali e tv col tradizionale corredo di sondaggi, dichiarazioni di voto, schieramenti in armi e spin doctor alla riscossa. E così come accade per Grillo, la cui ascesa nei sondaggi s’impenna ogni qualvolta un dirigente del Pd decida di mettersi dialetticamente sul suo stesso piano, anche Renzi, inaspettatamente, diventa più competitivo del previsto.
“Il problema di Renzi è Renzi”, dichiara D’Alema, “litiga con tutti, a noi serve uno che unisca”. Ecco, oggi basta molto meno di una frase così, soprattutto se a votare non sono solo gli iscritti al partito, a far sì che il trasversale sentimento antitutto porti il simpatizzante a turarsi il naso prendendo in considerazione l’ipotesi Renzi. Non perché bravo, di sinistra, di centro o di destra, ma perché “giovane” alternativo ai “vecchi”.
“Il problema di D’Alema è D’Alema”, potrebbe rispondere Renzi, anche perché l’onda che può portarlo lontano è oggettivamente caricata dal fatto che è contro il suo nome che nel Pd si trova la maggiore unità. Anni fa, quando lo spread non si sapeva cosa fosse e Berlusconi pareva a un niente dal cadere, era di Vendola che Bersani si preoccupava fantasticando di primarie. Allora la questione sembrava essere tutta politica, nella scelta di una candidatura ritenuta più di sinistra dell’altra. Ma Berlusconi ha resistito fino a cadere senza che nessuno riuscisse a prenderne i meriti, Grillo ha trovato praterie e i problemi del paese sono ancora tutti lì. Di conseguenza può diventare prioritario sconfiggere l’esistente, “la casta” (qualunque cosa sia), anche e soprattutto alle primarie del centrosinistra, che dovrebbero fomentarne l’elettorato sugli argomenti più che logorarlo sui personalismi. Che ai tempi del referendum di Pomigliano, ad esempio, Renzi si esprimesse per Marchionne “senza se e senza ma”, oggi sembra non essere granché importante.



Gigino

A Terzigno e Boscoreale fu la mia guida. Protagonista assoluto del video “La puzza degli altri”, Gigino mi aiutò moltissimo.
E ci divertimmo, anche se non c’era niente da ridere.
Il pezzo che segue è stato pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 10 agosto.
Il video che segue il pezzo è quello fatto con la partecipazione di Gigino, per la trasmissione Parla con me, Rai3.

“Non sara’ una sigaretta ad uccidermi!”, diceva Gigino un anno e mezzo fa mentre l’aria intorno a lui, per colmo dei colmi, si faceva improvvisamente migliore proprio grazie a quell’occasionale vizio. Perché se la sorte ha fatto si’ che la casa che ti sei comprato nel 1999 per godere ogni giorno del patrimonio UNESCO del Vesuvio sia diventata l’ultimo casello prima di accedere alla discarica della Cava Sari, ormai sei abituato a respirare ben altro.

Gigino, che tutti chiamavano Maestro o Compagno, nei giorni in cui Terzigno e Boscoreale finirono nei talk show per qualche camion bruciato, era il leader più pacifico e rispettato che rivolta di popolo potesse avere. Alla Cava Sari, funesta responsabile della contaminazione di uomini, animali, piante e raccolti della zona, il governo stava affiancando la Cava Vitiello, “la più grande discarica d’Europa”. Per Gigino, come per molti altri uomini e donne del territorio, divenne necessario passare giorni e notti al freddo del presidio permanente di una rotonda, sotto lo sguardo e il manganello vigile e poco solidale di forze dell’ordine straordinariamente presenti.

In quei giorni Gigino mi fece da guida.
Lui che nella Cava Sari praticamente ci abitava, mi porto’ al centro esatto della vergogna. Armato solo di inevitabile cinismo e sarcastica passione, mi raccontava e mostrava la fine colposa di un territorio unico per storia e fertilità, e di quando prima di me ci aveva portato giornalisti di Al Jazeera che al cospetto di tanta mondezza reale e morale gli avevano detto: “e il terzo mondo saremmo noi?”. Quella frase gli era rimasta in testa, Al Jazeera per lui era modello e deriva al tempo stesso, anche perché il fatto di esser costretto a comprare i broccoletti “di Al Jazeera” invece di quelli buoni ma contaminati della sua terra non gli andava giu’. Sarebbe bello, visto che nessuno in Italia lo farà mai, che Al Jazeera trovasse il modo di ricordare Gigino, eroe italiano. Lui ne avrebbe riso di gusto.



Lo specchio che non c’era

by Diego Bianchi il 30 giugno 2012 @ 10:34 / Cose_Mie / 20 Commenti / Tags: , ,

Lo specchio che non c'è

A me la 122, a Simone la 114.
Trascinando trolley seguiamo la guida del rosso della moquette.
Fa caldo, siamo sudati, abbiamo voglia di un’ora in mutande sotto l’aria condizionata.
Le stanze con la decina sono sul lato sinistro del corridoio, quelle con la ventina sul destro.
118, 116, 114. Simone arriva, apre, mi saluta, entra.
Resto solo nel corridoio, davanti alla 124.
Ho superato la 128 e la 126, ho salutato Simone che entrava nella 114, mi sono fermato davanti alla 124. La 122 però non c’è. Il corridoio finisce lì, con uno specchio davanti a me e una porta di servizio sulla sinistra.
Torno indietro.
Ubico mentalmente la 122 al lato opposto del corridoio, non può essere altrimenti. A volte le numerazioni seguono logiche impreviste, arcani della matematica e della solitudine dei numeri civici che si battono affinché la matematica diventi finalmente un’opinione.
Risalgo la corrente fino alla 128 per arrestarmi davanti alla mappa del piano, appesa al muro apposta per me o per chi prima di me ha trascinato qui il suo trolley. La 122, mostra la mappa con inequivocabile disegno, è subito dopo la 124, esattamente dove mi ero fermato.
Rifaccio il percorso.
128, 126, 124.
Niente, il corridoio finisce con lo specchio.
Mi innervosisco sudando, apro la porta di servizio vista in precedenza. La 122 potrebbe nascondersi lì dietro. Invece no, come ogni porta di servizio nasconde scope, secchi, strumenti da lavoro pagato poco.
Busso alla 114 di Simone, sperando che quattro occhi funzionino meglio di due anche se due dei quattro sono ormai appannati e vittime di labirintite.
“Che c’è?”, mi chiede Simone non ancora in mutande. “Mi sono perso la stanza”, rispondo sincero e imbarazzato. In quel momento una voce di donna che non vedo, da lontano indaga: “Cosa sta cercando?”. Lo sapevo, prima o poi qualcuno se ne sarebbe accorto. Un sistema di telecamere avrà seguito il mio rimbalzare, il mio nomadismo, la mia incertezza, il mio senso del disorientamento a Milano, roba da Totò e Peppino, ma al chiuso e al riparo di un hotel. Dove quel che esigo è solo aria condizionata e la sicurezza dei numeri pari, quella che impone che scendendo dal 124 ci sia il 122, sempre, ovunque.
“La stanza, sto cercando la stanza”, rispondo ad alta voce alla voce.
Nei tre secondi di silenzio che seguono la mia risposta non m’arrendo, mi faccio coraggio e reagisco. “Con chi sto parlando? Non la vedo!”.
Parlo senza interlocutore, non vedo niente, ma lo sento vicino.
Non vedo la 122, non vedo la donna in possesso della voce che mi sta parlando.
Voce che incredula molla gli attrezzi e s’alza stentorea, scandendo come si fa con chi mostra problemi di comprensione: “sono qui! la stanza è qui!”.
Una figurina di nero vestita mulina mani e braccia, perplessa, forse preoccupata.
Sta dentro lo specchio.
La metto a fuoco, finalmente la vedo.
E vedo porte di stanze mancanti fino a un secondo prima.
La 122, addirittura la 120.
Dietro di me Simone ride spalmato sullo stipite della 114.
Nel corridoio alle mie spalle un ragazzo di origine estsudestasiatiche ride più di tutti.
Rido anch’io, per forza.
Ma il sudore s’è fatto freddo.
Sto realizzando che ho bloccato due volte la mia deambulazione davanti a uno specchio che non mi rifletteva.
Impallidisco oltre ogni concetto di “fuori stagione”.
Un lieve scalino, un amen di disimpegno, aveva omesso il corridoio ai miei sensi, scompaginato ogni prospettiva.
Entro nello specchio che non c’era.
Saluto il pubblico in corridoio.
Apro la 122.
Mi metto in mutande.
Non sto granché bene.



Aperti a chi ci sta

Dopo la vittoria di Ferrandelli alle primarie del centrosinistra a Palermo, scrissi questo, pubblicato sul Venerdì del 16 marzo. Le discussioni di quei giorni, viste nella prospettiva delle prossime primarie nazionali indette da Bersani e “aperte a chi ci sta”, sembrano ancora attuali.

“E invece voto Ferrandelli, perché è quello che tra tutti ha più possibilità di diventare sindaco!”.
Fuori dal Teatro Zappalà, sei giorni prima che le primarie del Pd portino alla ribalta la poliedrica figura del 31enne Ferrandelli, militanti Pd si confrontano su intenzioni di voto e strategie. Bersani se ne è appena andato dopo aver ricordato che, al netto del fatto che le primarie non sono né una cena di gala né una resa dei conti, lui ha invitato la Borsellino a partecipare.
Pure Ferrandelli se ne è appena andato. Lo ritrovo a mezzanotte, all’Università, a parlare a una ventina di studenti che gli battono le mani. “Dobbiamo sostituire l’io col noi”, dice, e quasi non ci credo che una frase così trita possa far breccia, ma funziona. Ferrandelli sostiene che sono loro, i giovani, a dettare gli orientamenti di voto a genitori e nonni, e pare convincente nell’affermare che c’è grande voglia di cambiamento; ma questo lo dicono pure Faraone, la Monastra e la Borsellino, ognuno convinto che conseguenza ovvia di tale voglia sia la propria vittoria.
Ma Ferrandelli va oltre. Spiega che voteranno per lui gli immigrati che gli sono riconoscenti per il lavoro fatto nei quartieri popolari e che anche la signora Carmela, 63enne costretta ai domiciliari, non potendo votare farà votare per lui. “Mi sono battuto con lei perché ricevesse un sostegno dal Comune. Non ce l’ho fatta, è finita a rubare”.
Entriamo in macchina per andare “locali locali” a consumare le ultime ore di esposizione elettorale, e Ferrandelli mi dice la frase più urticante che candidato possa dire: “sono il candidato della società civile”.
La frase, a prescindere dalla sincerità con cui viene enunciata, mi disturba sempre, con quel non detto di superiorità morale e presunta freschezza che si porta dietro. Eppure lui ci crede.
Ci crede anche se chi non lo voterà lo accusa di trasformismo, di essere stato uomo di Orlando per rinnegarlo ora, di aver dimenticato i movimenti per accettare l’appoggio della parte più discutibile del Pd siciliano, quella che in Regione ha portato il Pd ad allearsi con l’Mpa di Lombardo.
Ferrandelli, ciononostante, e ricorsi permettendo, vince le primarie, di poco ma le vince.
Dal giorno dopo, ineluttabile, riparte la polemica sul fatto che con primarie aperte a tutti, può votare chiunque, il che è vero. Come è vero anche che, l’elettore Mpa che fosse andato a votare, non si sarebbe sentito infiltrato, ma pienamente avente diritto al voto. In primarie di coalizione, chi della coalizione regionale fa parte, si sente coinvolto.
Difficile prendersela con Ferrandelli per questo.



Il candidato che candidato non era

Di ritorno dalle ultime giornate di campagna elettorale per le primarie del centrosinistra a Palermo, scrissi quel che segue, pubblicato sul Venerdì del 9 marzo. La cosa che di quei giorni più mi colpì fu la tracimante presenza del più candidato di tutti, Leoluca Orlando, che però formalmente candidato non era.
Qualche mese dopo, il non candidato vincerà le elezioni di Palermo.

“Tu hai votato Cammarata! Tu o votasti! Cam-ma-ra-ta!”. Leoluca Orlando, in campagna elettorale nel mercato ortofrutticolo di Palermo e in quello di Via Montalbo, se messo alle strette tira fuori l’arma dialettica finale. Anche ad un non palermitano come me appare evidente che Diego Cammarata, il sindaco Pdl dimissionario a soli tre mesi dalla naturale scadenza del mandato, deve aver amministrato particolarmente male se il solo evocarne il nome produce l’effetto di placare gli ardori dei più coraggiosi tra i pochi che provano a discutere con Orlando. Perché per opporsi ad Orlando ci vuole coraggio.
Leoluca Orlando e’ ancora un animale da campagna elettorale, una rockstar che nella ricerca del consenso si esalta e dell’ostentazione del suo longevo e oggettivo radicamento fa programma politico. Leoluca si getta volantinando tra chi trasporta frutta e verdura, sfida gli sguardi, ricorda o finge di ricordare i nomi, bacia la mano di chi gli bacia la mano, poi abbraccia, comunque bacia tutti.
Leoluca e’ un caterpillar che spiana la strada al suo candidato senza curarsi di quel che resta del suo passaggio, ma il compito stavolta e’ molto difficile. Deve spiegare ai fan e agli indifferenti, agli scettici e ai contestatori, che il candidato a fare il sindaco di Palermo non e’ lui, come tutti credono e forse vorrebbero, ma Rita Borsellino che lui sostiene. Per fare ciò Leoluca non conosce mezze misure e presenta la Borsellino come “la nuova sindaco”, che lo segue in scia complice ma visibilmente imbarazzata da tanta sicurezza e differenza di modi. Leoluca saluta il cassiere della ditta perché “salutando lui, nel dubbio, hai salutato tutti quelli della ditta”, spiega alla Borsellino che come una studentessa ascolta.
Leoluca non perde tempo, macina chilometri, entra nei negozi, una mano stringe mani, l’altra volantina. Quella che sta facendo e’ la campagna per le primarie del centrosinistra, contro altri tre candidati che lo considerano casta superata dagli eventi.
Ma di loro Leoluca non vuole nemmeno parlare, non li considera proprio. E’ per questo che si incazza quando vede i volantinatori più giovani poco lesti nel supportarlo con le informazioni su gazebo e altre quisquilie logistiche. Lui sta già litigando altrove, con uno che gli preferisce Berlusconi, uno con cui l’argomento Cammarata non basta. “Tu prendi il pizzo, due euro a banco, lo sanno tutti”, gli dice urlando Orlando. L’arma dialettica finale è cambiata e fa più male. Tra gli insulti la discussione improvvisamente si placa. Orlando riprende a baciare contento.



Oltre il campanilismo dei campanili crollati

Questa cosa l’ho scritto dopo aver visto una puntata di Agorà dove si parlava del terremoto in Emilia. C’era ospite anche la Pezzopane, in qualità di terremotata “esperta”. E ho pensato a Sgarbi. L’articolo è stato pubblicato sul Venerdì del 1 giugno.

“L’Emilia reagirà, non come l’Abruzzo che si piange ancora addosso” ha dichiarato Vittorio Sgarbi all’indomani della scossa del 20 maggio, dando il potenziale via all’ultima e impensabile frontiera del campanilismo, quello dei campanili crollati.
A L’Aquila non l’hanno presa bene perché, anche ammesso e non concesso che il critico d’arte si sia riferito alla semplice osservazione dello status quo aquilano a tre anni dal sisma, lo sgradevole e inopportuno effetto mediatico generato è stato quello di aver fatto di ogni aquilano terremotato un piagnone.
Tuttavia, nel paese dove si può dire qualsiasi cosa a sprezzo di ogni sensibilità e dove anche la cazzata più grossa si guadagna rapidamente l’ambito status di “provocazione”, scossa dopo scossa, articolo dopo talk show, l’impressione è che, per gli aquilani, quello di Sgarbi sia stato solo lo smacco più esplicito tra i tanti che, direttamente o indirettamente, potrebbero trovarsi a subire in questi giorni. Gianni Riotta, collegato con Agorà, raccontava che gli emiliani sono gente tosta che vuole stare lontanissima dalle polemiche e ha solo una gran voglia di ricominciare. In studio, ad ascoltarne le parole, l’ex presidente della provincia dell’Aquila Stefania Pezzopane recitava l’ingrata e imbarazzata parte dell’amministratrice esperta di terremoti. Toccava a lei rappresentare una popolazione della quale, è bene ricordarlo, nei giorni che seguirono il 6 aprile 2009 si magnificarono in ogni dove le doti di dignità, forza e gentilezza, doti necessarie ma non sufficienti a garantire una solerte e soddisfacente ricostruzione. L’Aquila, oggi più che mai, diventa case history negativa, campionario di errori da non ripetere, precedente scomodo archiviato dalla memoria, e gli aquilani lo sanno. Vedono gli emiliani ripercorrere il loro infinito iter e pensano che doversi subire Alemanno che gli monta le tende a favor di telecamera, tweet e retweet, stordisca comunque meno che ritrovarsi il pasto cucinato dal principe Emanuele Filiberto con Vissani, o Obama tra le macerie di casa con George Clooney.
Gli aquilani sono quelli che, superato lo shock, spente le telecamere e visti i risultati delle promesse fatte, si son dovuti fare le magliette con scritto “forti e gentili sì, ma fessi no”. Loro che non sono più priorità mediatica da tempo e forse si sono accorti prima degli altri che dell’Emilia, pochi giorni dopo la scossa del 20 maggio, tra elezioni e calcioscommesse, ci stavamo già dimenticando tutti.



Sanremurinoterapia

Nei giorni del delirio sanremese, appena uscito dalla sala d’aspetto per le analisi di sangue e urine del San Giovanni, scrissi questa cosa. Che è stata pubblicata sul Venerdì il 2 marzo.

“Perché gli abiti comunque sono importanti, a Sanremo l’occhio pretende la sua parte, il giudizio è inevitabilmente condizionato dal look, inutile girarci intorno”. Un vezzoso opinionista in cose di moda aggredisce di prima mattina una conduttrice dai bioritmi dopati verso un prematuro eccesso di buonumore.
Il coconduttore asseconda plastico la discussione passando il microfono ad un’opinionista più attempata che duella a colpi di ostentato buon senso. Il tutto sta avvenendo su un canale Rai a caso, nella settimana di Sanremo, nella sala d’aspetto per i prelievi del sangue del San Giovanni di Roma dove, insieme ad una cinquantina di persone circa, sono seduto col naso all’insù a guardare il televisore posto a tre metri da terra.
Sono di gran lunga il più giovane di un pubblico dove l’età media si aggira sui 70. In quel momento, ad accomunarci tutti in una grande famiglia, a fare da livella sociale e politica, ci sono due cose: il Festival di Sanremo e il contenitore delle urine nelle nostre tasche.
Quando in tv arriva Scialpi con collare borchiato e piume rosse, il silenzio è assoluto. Scialpi attacca il Festival che non valorizza a dovere la musica ma preferisce il resto, tipo Celentano. Scialpi fa capire di essere o sentirsi cervello in fuga, parla solo dell’America e di quanto siano fichi i Grammy Awards, che lui ha visto e noi no.
Mariella Nava, seduta al suo fianco, annuisce prima che un signore imbracci la chitarra per cantarle “Spalle al muro”. Il pubblico della sala d’aspetto non percepisce la dedica, non tradisce emozioni.
Una signora movimenta il quadro, facendo la spola a fatica tra lo sportello delle informazioni e le stanze dei prelievi. Ad ogni passaggio brandisce con rinnovato vigore il suo campione d’urine. Noi stringiamo forte il nostro nelle tasche, immobili, senza commentare quel che vediamo e sentiamo, ma seguiamo.
Seguiamo il dibattito che ora si è spostato sulla farfalla inguinale di Belen, che sapeva di provocare e turbare con sapori antichi, di un tempo momentaneamente e apparentemente andato.
Poi, all’improvviso, il flusso di coscienza Rai sul Festival viene accidentalmente interrotto da un telegiornale che annuncia che la Merkel, per ragioni politiche di forza maggiore, non potrà venire in Italia come previsto. Da Belen alla Merkel il passaggio è oggettivamente brusco, qualcosa potrebbe accadere, una voce di dissenso, greve o sobria, politica o tecnica, stonata o fuori tempo, potrebbe levarsi, invece niente.
Assecondiamo i temi nel loro inspiegabile ordine, in attesa del nostro turno.
Quando arriva, ci tolgono il sangue. Quasi non ci facciamo caso.



Farsi trovare preparati

Sempre sul Venerdì, il 17 febbraio è invece uscito questo pezzo.
I tempi sono ancora quelli della neve e dell’Alemanno show, con il pensiero rivolto al 2013. Alcune immagini dell’episodio citato all’inizio, il comizio pre ballottaggio 2008 di Veltroni e Rutelli a due passi da casa mia, si possono vedere verso la fine dell’80a puntata di Tolleranza Zoro (Er Ciaspola).
M’accorgo solo ora che già in questo pezzo manifestavo timori di recente ricondivisi. Alla fine scrivevo “le previsioni sono positive”, cosa che oggi non credo riscriverei.
Vabbè, staremo a vedé.

“No signora, non è detto, non è sicuro, non dica così”.
Francesco Rutelli, attraversando il mercato di Via Orvieto, sta cercando di smorzare le certezze di una signora che, in quanto sicuro prossimo Sindaco di Roma, lo ferma per chiedergli soluzione ai suoi problemi di salute e assistenza. Rutelli fa lo sciolto come sempre, saluta i fotografi facendo marameo con la mano, alla mia telecamera dice di stare “tranquillo”, ma lui tranquillo non è.
Per personale masochistico feticismo sono andato a recuperarmi un video dell’epoca, che tale mi appare un video che girai sotto casa mia nei giorni del ballottaggio con Alemanno, aprile 2008. Ci sono Veltroni e Rutelli in una delle ultime iniziative di popolo di uno degli ultimi giorni di campagna elettorale. Fa caldo, si suda. Ci sono famiglie, vecchi e bambini.
C’è gente speranzosa ma perplessa, indecisa e comunque già rassegnata a un nuovo governo Berlusconi.
C’è Veltroni che sorride e saluta tutti da par suo, visibilmente stordito. Il suo sogno, che poi era il nostro, è appena finito bruscamente. Il pericolo, percepibile nei gesti di tutti, da Veltroni a Rutelli passando per le voci, le facce e gli sguardi dei presenti all’iniziativa, è che il sogno possa diventare incubo. Un incubo di nome Alemanno. In quel video, di soli quattro anni fa, siamo tutti molto più giovani.
Mi infliggo questa penitenza nei giorni in cui l’incubo, passati quattro anni di MalaRoma (titolo dello speciale di Presa Diretta dedicato ai troppi problemi della città), tracima come slavina da ogni canale televisivo. Nei giorni in cui qualche centimentro di neve manda in crisi e surgela la capitale d’Italia, il Sindaco prende a pallate ogni senso del ridicolo, spala via ogni residuo di credibilità, scivola sui disservizi di cui è piena la città con il sole, figuriamoci con la neve. Neve che non ha comunque impedito l’ennesimo omicidio di una serie senza fine. Vedere e considerare tutto ciò con occhio elettoralmente proiettato al 2013 è tanto ovvio quanto pericoloso. Nei negozi, alle fermate dell’autobus, negli uffici, parlare male di Alemanno, ridere di Alemanno, è il modo migliore e più facile per attaccare discorso o cominciare la giornata.
Non vincere contro Alemanno tra un anno, oggi sembra impossibile. Ma anche perderci nel 2008 sembrava impossibile.
E impossibile sembrava perdere contro la Polverini priva di lista. Eppure abbiamo perso in entrambi i casi.
Ricordarsene, da qui al 2013 sarà un bene.
Le previsioni sono positive, ma bisogna farsi trovare preparati, per meritarsi il bel tempo.



Un gioco nuovo

Erano giorni di Alemanno, neve e scuole chiuse, di Monti, noia e posto fisso, quando scrissi questo pezzo, uscito sul Venerdì del 10 febbraio.

“Papà, oggi in classe abbiamo fatto un gioco nuovo”.
Anita varca la porta di casa di ritorno da scuola e prima ancora di togliersi sciarpa e cappello mi sta già raccontando come ha passato l’intervallo. E’ contenta e eccitata, e nonostante la mia capacità d’ascolto e concentrazione sia spesso colpevolmente al di sotto delle sue aspettative, stavolta è certa di fare centro. “Abbiamo deciso di giocare a fare le giornaliste”. Non sono sicuro d’aver capito correttamente, ma è proprio così, e il più bello, o comunque il più anomalo, deve ancora venire. “Una di noi faceva le domande”, spiega Anita, “e le altre che si facevano intervistare decidevano di volta in volta quale personaggio famoso essere”. “E chi avete scelto di essere?”, le ho chiesto ancora parzialmente distratto. “Io Lady Gaga, Eleonora ha scelto Mario Monti. Camilla ha fatto Laura Pausini, e poi Napolitano”.
Sbarro gli occhi, mollo ogni multitasking in corso, mi preoccupo, la stringo forte a me come si fa con un figlio alle prese con le difficoltà della fase 2, quella della crescita e dello sviluppo, e le chiedo conferma di quanto detto. Lei è divertitissima, va avanti senza pietà. “‘Quale legge vorresti fare?’, è stato chiesto, e Eleonora, che faceva Mario Monti, ha risposto: “meno compiti, più divertimento’. Poi Camilla Napolitano ha detto “‘meno scuola, più vacanze’”.
Mai avrei potuto immaginare che Monti e Napolitano bucassero il video al punto da finire nei giochi di creature tra Lady Gaga e Laura Pausini. Mai avrei potuto immaginare che fingendosi giornaliste ste creature si facessero domande da giornaliste.
Mai, soprattutto, avrei potuto immaginare che le risposte fossero improntate ad un riformismo forse discutibile negli slogan ma dichiarato, esplicito, sfrontato, finalizzato a far diventare il posto fisso e garantito di studente il meno noioso possibile. La cosa stupefacente è che mentre scrivo e mia figlia è a scuola, Alemanno ha appena deciso di chiudere le scuole per due giorni, causa neve in arrivo. Meno scuola più vacanze, appunto, dalle parole di Anita e compagne ai fatti di Alemanno alla velocità della luce. Viste con occhi più distaccati potrebbero sembrare un giovane gruppo di pressione che si fida dei due grandi vecchi che ne stanno decidendo le sorti con la fase 3.
“Ma tu, Anita, oltre a Lady Gaga (che è politico e tecnico), non hai scelto altri politici?”. “Sì, poi ho fatto Obama”.
Se in casa fossimo più convinti, Monti l’avrebbe fatto lei, ne sono certo. O almeno ci avrebbe provato.




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