Locali Locali

Di Palermo, Pd e primarie, di giovani e rottamatori, di sinistra, partiti e società civile, di Bersani e Pci, di locali locali e di panelle, di Borsellino, Faraone, Ferrandelli, Monastra e Orlando, comunque votando, laddove si può. E di Lucio Dalla. Questo e molto altro nell’ottantaduesima puntata di Tolleranza Zoro in una versione di circa 5 minuti più lunga rispetto a quanto andato in onda su La7 nella sesta puntata di The Show Must Go Off.



Gente de tremarella

Di Festival di Sanremo, di tecnici e di Adriano Celentano, di chiese e di partiti, di Gesù e di Marx, di Vangelo e Manifesto, di Morandi, di Canlis e di Ipazia, di primarie e di guerre finte, di Pupo, di alti, di bassi, di vatussi e di gente de borgata. Sempre e comunque con la tremarella addosso. Questo e molto altro nella ottantunesima puntata di Tolleranza Zoro in una versione di circa tre minuti e mezzo più lunga rispetto a quanto andato in onda su La7 nella quinta puntata di The Show Must Go Off. Un grazie particolare ad Edoardo Vianello per la straordinaria partecipazione.
Buona visione.



Er Ciaspola

Di Roma e di neve, di freddo e di Freddo, di Alemanno e sicurezza, der Ciaspola, der Ferpa e di campagne mediatiche, di continuare a spalare, a prescindere dal tempo che fa. Questo e molto altro nell’ottantesima puntata di Tolleranza Zoro in una versione di circa quattro minuti più lunga rispetto a quanto andato in onda su La7 nella quarta puntata di The Show Must Go Off. Un ringraziamento particolare a Vinicio Marchioni per la partecipazione.
Buona visione.



Panza e paranza

Di questione morale e Pd e Pds e Margherita, di mercati e pesciaroli e pescatori, di tesorieri e latitanti, di Lusi, Rutelli, Monti e Lavitola, di quel che avanza, di chi resta senza. Questo e molto altro nella settantanovesima puntata di Tolleranza Zoro andata in onda nella terza di The Show Must Go Off, in una versione di 4 minuti più lunga rispetto a quanto andato in onda.
Buona visione.



Taxi dixit

Di Lega, taxi, liberalizzazioni, trattative e psicologia, per lavorare meno, lavorare tutti e ridistribuire ricchezza. O povertà. Questo e molto altro nella settantottesima puntata di Tolleranza Zoro in una versione di qualche minuto più lunga rispetto a quella andata in onda nella seconda puntata di The Show Must Go Off, su La7. Grazie assai per la partecipazione a Daniele De Rossi e Valerio Mastandrea (e al tassinaro Mirko).
Buona visione.



Uno sporco lavoro

by Diego Bianchi il 26 gennaio 2012 @ 02:42 / Tolleranza_Zoro / 20 Commenti / Tags: ,

Di tecnico al lavoro, di vivere al di sopra delle proprie possibilità, di parole da non dire, di obiettivi raggiunti, di professori in tv, di ricchezza e povertà, comunque con orgoglio. Questo e altro nella settantasettesima puntata di Tolleranza Zoro, in una versione di circa 4 minuti più lunga rispetto a quella andata in onda su La7, a The Show Must Go Off.
Buona visione.



Zoro 2011. Finale di partita.

Da Pisapia a Monti, dallo Spread a Lavitola, dai referendum allo sciopero generale CGIL, dall’Europride a Penati, dalla Grecia al Teatro Valle, dai riot di Manchester agli Indignati, dagli scontri di Piazza San Giovanni al Pd in Piazza, dai 308 del rendiconto alle dimissioni di Berlusconi, fino all’arrivo del tecnico.
Tutto questo e molto, molto altro, nell’ora e venti di “Zoro 2011 – Finale di partita”, il documentario (così era scritto sul palinsesto) andato in onda su La7, il 29 dicembre 2011.
Buona visione.



X Babbo Natale. P.s.

Una volta ero convinto del fatto che non ci fosse bisogno di tutte ste scorciatoie di status, di Facebook o Twitter, perché uno, volendo, 140 caratteri, una foto o un video li poteva mettere pure sul blog, tenendoci tutto dentro, brevità e prolissità, sintesi e sbrodolamenti.
Ho lottato contro il socialprogresso, perdendo sistematicamente (tranne contro Second Life, lì ho vinto io).
Avevo ragione, in teoria, torto, in pratica. E a sconfiggermi è stata spesso la pigrizia.
Come per gli articoli sul Venerdì. Li ho messi qua per un po’, poi dimenticatene uno, dimenticane due, te li dimentichi tutti.
Mo ci riprovo e ricomincio, dall’ultimo, quello uscito ieri. Poi rimetterò i vecchi. E poi, ad avere qualcosa da scrivere o da far vedere, vorrei rimettermi a farlo qua sopra.
Ma qui già stiamo ai propositi per l’anno nuovo, e io tutta sta programmazione non ce l’ho mai avuta.
Vediamo come va.

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“X Babbo Natale. P.s. sono due fogli, leggi davanti e dietro. Anita”.
La busta sta lì, debolmente incastrata poco sotto il puntale rosso e rotto ficcato nell’ultimo ramo storto dell’albero finto di famiglia.
Mia figlia, 8 anni, alla crisi non pensa, sicuramente non a Natale. Su un calendario in cucina segue il conto alla rovescia crocettando i giorni che passano, mirando quelli che mancano. A distrarla dalla meta solo il copione della recita di Natale, quella per la quale ha già imparato, come ogni anno, la parte sua e quella dei compagni di classe. Anita, quando vede Monti in tv, ancora non ha ben capito come catalogarlo. Fin qui era tutto facile e immediato, per un bambino, paradossalmente, più che per un adulto. A decidere chi fossero i pochi simpatici, e quindi i buoni, ci metteva un po’, ma sui troppi antipatici, e quindi cattivi, andava dritta, senza esitazioni. Su Monti e la Fornero tentenna, il che significa che a tentennare sono i genitori. Genitori che si troveranno davanti una lista di 63 o 64 richieste fatte dalla figlia per Natale nei due fogli da leggere, davanti e dietro. Il numero è quello, lo sappiamo già.
Però, le anticipazioni rivelano anche che la bambina, forse suggestionata dalla ricerca di tecnica mediaticamente in voga, tra le richieste di quest’anno non ha inserito bambole ma binocoli, atlanti, prassinoscopi, torce dinamiche, foto stenopeiche e solari, alla ricerca di illusioni ottiche. Il meravigliato, compaciuto e un po’ preoccupato stupore genitoriale, è durato il tempo di spiegare ad Anita che un conto è ciò che si vorrebbe, altro ciò che si può. E che il tutto va quindi tarato su parametri di giustizia, opportunità, equità.
Insomma, figlia mia, c’è la crisi, anche per chi a Natale ha deciso di diventare tecnico da grande. Anita, ma non la senti la tv? E tutte ste metafore allora che le fanno a fare se non per far capire anche a te la gravità del momento? Non hai sentito che siamo su un treno che sta deragliando sull’orlo del burrone greco dove c’è il capezzale con i medici che arrestano l’emorragia? Non hai capito che siamo come la Lettonia, quasi come la Grecia, comunque l’Italia, qualsiasi cosa voglia dire? E le lacrime? E il sangue?
No Anita, non parlo dei senegalesi ammazzati da un fascista che ha fatto il fascista. E neanche dei rom quasi bruciati vivi per una bugia adolescenziale.
Quello, fuor di metafora, è il paese dove viviamo. Quella è l’Italia, oggi.
L’Italia che, così com’è, non la salvano né Monti né Babbo Natale.
L’Italia che devi salvare tu. Noi non ne siamo stati capaci.



L’amico mio

by Diego Bianchi il 2 ottobre 2011 @ 10:59 / Calcio_Antico -Cose_Mie / 20 Commenti

Allenatore mio.
Eri diventato l’allenatore mio.
Allenatore precario e di passaggio quale non ti saresti sentito mai, avevano deciso così, ma quella domenica saresti stato tu l’allenatore mio, l’allenatore nostro.
La cosa ci faceva ridere, ma ci dava anche molte responsabilità. Pino si era dimesso o l’avevano mandato via, non me lo ricordo più, fatto sta che il successore del nostro mister potevi essere solo tu. Fare i seri, i professionisti, per gente come noi che professionista non lo è mai stato, ma nel suo dilettantismo ha messo tutta la professionalità che aveva, in una situazione così non era semplice.
Che poi, a pensarci oggi, io non ho mai saputo come chiamarti. Massimiliano era lungo, per questo in tanti ti chiamavano Massimo. Ma Massimo non era il nome tuo, e forse anche per questo alla fine ti chiamavano tutti per cognome. Io ti ho chiamato un po’ in tutti i modi, spesso “amico”, o “amichetto”, vezzeggiando noi per primi quel rapporto così forte che ci faceva sentire “migliori amici”.
Quella domenica però dovevo chiamarti Mister.
Ostia Antica, campo ostico, difficile. Forse pioveva. Andammo sotto di due gol. Tu in panchina ti sbracciavi, ma sembravamo imbambolati, più di tanto non quagliavamo. Mi avevi messo a giocare centrale di difesa, ufficializzando irreversibilmente con quella scelta la maturazione che il ginocchio gonfio, complice una innata predisposizione a saper fare tutto benino ma niente benissimo, mi aveva reso necessariamente precoce. Era stata un’idea di Pino quella di farmi giocare libero o stopper, niente di più lontano dalla mia natura banalmente offensiva, ma tant’è, pur di lottare nella pozzolana ogni domenica, imparai a fare quello ed altro.
Perdevamo, 2-0. Perdevi tu, perdevamo noi, perdeva il nostro gruppo, ad un niente, dopo milioni di calci e di vite, dall’appendersi al chiodo delle proprie strade.
Ma mancavano ancora 10 minuti.
Fu più o meno a quel punto che Samà, dal limite, decise di incollare la palla di collo destro e scaraventarla sotto la traversa. Un gollone fatto da uno che di gol ne faceva pochissimi, fatto in un momento dove la sostanza non poteva apprezzare l’estetica, perché perdevamo ancora, ad un soffio dalla fine.
Due minuti o forse meno, tanto mancava quando andai avanti per un calcio d’angolo, più per fare massa che per altro, che non era il colpo di testa il nostro forte. La palla sbucò da una mischia, rimbalzò a casaccio tra pozzanghere, gambe, piedi, braccia. Poi vicino a me, al mio fianco, provocante. L’occasione di un attimo, o di una vita. Senza pensarci la colpii di destro, al volo, di collo. Io che col destro non ho mai saputo cosa farci, la presi bene, precisa, al centro.
Gol.
Il tuo migliore amico ci aveva impedito di perdere.
Urlai non so cosa non so come, che al tempo esultare era un imprevisto.
Felice più per te che per me corsi verso la panchina, ma tu già eri in campo che correvi verso di me. Fu questione di niente. Ci abbracciammo forte, giocatore e allenatore, amico e amico, con tutti gli altri.
Non avevamo perso, non quella domenica.
Ne abbiamo parlato più volte di quella coincidenza bella, di quel mio gol anomalo, che di gol ne facevo pochi anch’io, fatto nella tua unica partita da mio allenatore.
Poi non ne abbiamo parlato più.
E ci siamo persi un sacco di gol.
E ci siamo persi un sacco di cose.
Ciao amico mio.
Eri forte.
Eravamo forti.
Potevamo esserlo di più.



D’Alema a Ostia Beach

Quelli che seguono sono ampi stralci dell’intervista di due ore e mezza circa che ho fatto a Massimo D’Alema (la più lunga che io abbia mai fatto, ma forse pure lui) il 9 settembre alla Festa dell’Unità di Ostia, vicino a Ostia beach (e tanto può bastare per un titolo scemo).
Si parla di tutto, o quasi.
Buona visione.

Qui si parla di Berlusconi, di “cojoni di sinistra”, di argomenti a loro cari, di Cgil e di Pd, di cose di sinistra.

Dove si parla di vincere le elezioni con Sel e Idv ma provarci anche con altri nel caso non si facesse un governo tecnico prima. Più o meno.

Qui si parla di Chiesa, Ici e titoli nobiliari tornati d’attualità sui giornali.

Di referendum, di meno peggio, di banchetti che non ci sono, di atteggiamento amichevole, di essere persone serie, di Rutelli, di Pecoraro Scanio.

Di Greganti, Penati, dalemiani, bersaniani, magistrati e differenze varie.

Argomento complicato da trattare, quindi seconda parte di risposta.

Dove si parla di compatibilità con l’Udc, di diritti civili, di fiction in tv e di nozze tra omosessuali

Dei tre mandati e delle eccezioni allo statuto, del quando se ne va, del perché non se ne va e della sua adesione sofferta al Pd.

Qui si parla di vendita di barche, di vigna, di Tarantini a bordo e in vacanza, di conflitto d’interessi e par condicio

Questa è stata l’ultima domanda. Di Roma, Totti, Luis Enrique, tessera del tifoso, sciopero calciatori, Rosella, Tom, campagna acquisti.




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