It's not the music of the ghetto

by Diego Bianchi il 7 novembre 2005 @ 18:58 / Cose_Nostre / 1 Commento
La Haine è un gran bel film, con una colonna sonora tanto azzeccata e furba da cominciare con Burnin' and Lootin' e solo con quel pezzo conquistarti il cuore. La Haine è un film del 1995, Burnin' and lootin' è un pezzo del 1973, l'odio c'è sempre stato e non è mai stato per caso.
A Parigi, nel pieno centro di Parigi, le ultime cose a bruciare prima delle macchine sono stati palazzi pieni di bambini francesi non ritenuti abbastanza francesi per meritare la possibilità di una vita più lunga.
Furio Colombo sostiene che non ci sia miglior spot per l'intelligenza superiore di Pasolini della ribellione dei ragazzi di vita violenta delle banlieue. Là bruciano macchine per disperazione e rivalsa, qua, a Roma, da qualche mese le bruciano più per noia che per altro. Ma gli emarginati, gli esclusi, i disperati, se bruciano bruciano tutto.
Marley e Pasolini avevano titoli e capacità per parlare al cuore e alla testa di chi odia, magari con una canzone, o con una poesia. Rappresentavano coloro che hanno e coloro che hanno bisogno.
Chi ci parla oggi con quelli che odiano?


Che cos'è ques'altro golpe?

by Diego Bianchi il 1 novembre 2005 @ 17:52 / Cose_Nostre / 6 Commenti
Del compleanno della morte di Pier Paolo Pasolini non ne posso più.
E non me ne frega niente che grazie a questa macabra ricorrenza in tanti avranno l'occasione di sapere chi fosse, di leggerne le opere, di farsi un'idea del personaggio; non è giusto, potevano farlo prima, potevano comprarsi un libro, potevano farsi raccontare qualcosa, potevano essere curiosi, a prescindere dalle date tonde. Chi è che decide quando arriva il momento giusto per abbracciare Pasolini? Chi è che decide che 29 anni dalla morte hanno meno senso di 30? E quanti staranno ancora parlando di Pasolini tra un anno?
Se i contesti hanno un senso, non è questa Italia il contesto giusto per la festa di Pasolini.
Quello che sta succedendo in questi giorni non cambia di una virgola le attuali modalità di fruizione e di promozione della cultura di questo popolo, non fa i nomi dei colpevoli, non riaccende le lucciole; quello in corso è solo un gigantesco autolavaggio della coscienza sporca di chi ha insabbiato Pasolini da vivo e da morto, uccidendolo mille volte, offendendolo ancora.
Coloro che in buona fede si stanno prodigando non fanno altro che seguire la scia, non dettano alcun processo, non propongono niente a nessuno.
Senza contare che il primo a provare ribrezzo per il Pasolini-day come momento topico del Pasolini pret-a-porter sarebbe proprio, con ogni probabilità, Pier Paolo Pasolini.


36

by Diego Bianchi il 28 ottobre 2005 @ 13:18 / Cose_Mie / 7 Commenti
Un laborioso accordo di mamme mi fece approdare nella elitaria sezione B del poco elitario Liceo Classico Augusto di Via Gela. L'Augusto, dove già mio padre aveva transumato in gioventù, era e credo sia ancora un liceo socialmente ibrido, dalla fauna politicamente ed economicamente eterogenea, ideale abbraccio tra vecchio e nuovo centro di Roma, con l'Appio Tuscolano in posizione dominante nella toponomastica dei registri di classe.
Nella B approdavano i più ambiziosi, alla stregua dei professori più stronzi e spesso, o di conseguenza, più democristi.
Finii nella B per colpa di una donna (una ragazza con la quale era scritto nel destino e negli accordi materni di cui sopra che dovessi condividere, elementari, medie, superiori e università), senza avere nozione del contesto che m'attendeva; la stessa problematica sorte toccò ad altri miei compagni, se è vero come è vero che il primo giorno del IV ginnasio eravamo in 33 e che a maturarci arrivammo in 18. [...]
Superato l'iniziale sconforto decisi di non cedere, ma deciderlo non bastava e fu così che in I Liceo provai l'esperienza di due materie da portare a settembre: italiano e greco, entrambe con 5 (come si evince, avevo professori particolarmente stronzi).
Rinfrancato dagli aneddoti sugli iter scolastici di mio padre che ogni anno decideva già a febbraio quali e quante materie portarsi in villeggiatura, me ne feci una ragione e affrontai con orgoglioso spirito da ultimo banco gli ultimi due anni di Liceo. In classe giocavo nel ruolo, volente o nolente, di quello di sinistra, un po' più intelligente e brillante della media, troppo preso da politica, musica, calcio e pulsioni sessuali per evitare ai miei genitori di sentirsi dire che “il ragazzo è intelligente ma dovrebbe applicarsi un po' di più di quel poco che gli basta per sfangarla”.
Non risultare indifferente ai miei compagni, tanto in positivo quanto in negativo, fu impresa oltremodo facile in una classe di giovani tristemente vecchi che studiavano per lo più senza capire una ceppa delle parole che ripetevano a memoria. Fieramente consapevole della mia estraneità al contesto arrivai agli esami di maturità; più per ripicca che per altro decisi di portare proprio italiano e greco, oltre ad una trasgressiva tesina su Pasolini (che non so per quale ragione decisi di cominciare a leggere già prima del trentennale della sua morte, nonostante a scuola nessuno ce ne avesse mai parlato).
La sera prima dell'orale mi chiamò a casa il membro interno (in questa frase ci sono molte volgarità ma la terminologia in voga al tempo non ammetteva doppi sensi), una professoressa molto democristiana che quasi mi insultò al telefono dicendo a mia madre che io con quella tesina e con quel tema (dove avevo scritto qualcosa sulla disoccupazione, mi pare, ma non ne sono più certo), volevo per forza far capire alla commissione di essere comunista, e che non dovevo permettermi, e chi me l'aveva fatto fare, ecc. ecc.
La tensione pre-esame era tanta che scoppiai in un umiliante pianto a dirotto, ma la mattina successiva andai a scuola e ruppi il culo alla commissione e di conseguenza al membro interno che finse compiacimento.
Mi maturai con un dignitoso 48.
Il voto più basso fu un 42.
Di 18 che eravamo ben 9 si maturarono con 60, il massimo dei voti.
Più della metà dei nove 60 aveva voti mediamente più bassi dei miei, ma genitori meglio posizionati nel ranking dei giudicanti: un radiologo che faceva le lastre ai professori, un provveditore, un ufficiale, ecc. ecc.
Il premio che ogni anno andava alla classe con la media più alta d'Italia spettava pertanto a noi ma fu assegnato ad una classe di Cuneo (giusto oggi leggo che qualcosa del genere ancora esiste). Chi di dovere preferì insabbiare il giro di squallide e manifeste raccomandazioni che tanta apparente qualità aveva prodotto.
In quella classe neanche un 36, il minimo per poterci dire maturi.
Eravamo stati tutti molto più maturi del richiesto.
Penso a tutto ciò mentre oggi, al compimento dei 36 anni, mi sento comunque meno maturo di mia figlia che ne ha quasi due e mezzo, che ieri ho colpevolmente dimenticato a scuola, ma che stamattina, seduta sulla tazza del cesso e con gli occhi appiccicati dal sonno, mi ha alitato amorevolmente in faccia gli auguri più belli.


Salif Keita è amico mio

by Diego Bianchi il 24 ottobre 2005 @ 13:13 / Canzonette / 6 Commenti
Questo post contiene video-bootleg

All'incontro con lui mi sono presentato con l'lp di Soro, il disco che nell'87 lo rese celebre nel mondo e che appena diciottenne comprai al costo di 14mila lire. Ho cercato così di fargli da subito capire quanto lo stimassi, quanto amassi la sua musica e la sua voce, quanto fossi incredulo di averlo lì, davanti a me, negli uffici di Excite.
Sapevo già prima che accadesse che intervistare Salif Keita non sarebbe stato come intervistare Massimo Di Cataldo, ma quello che non sapevo era che ogni più rosea aspettativa emotiva sarebbe stata superata dagli eventi.
Salif Keita è arrivato ad Excite direttamente da Saxa Rubra dove si era appena prestato ad una rapida intervista inframezzata da due sue splendide esecuzioni live, voce e chitarra. Da quel momento, nell'attesa di vederlo sbucare dal cancello dell'ufficio, ho alzato le pretese con me stesso: non mi sarebbe bastato più intervistarlo, avrei cercato di farlo cantare.

[...]
 
Ma il tempo a disposizione era pochissimo, non più di 20 minuti in tutto, la presenza dell'aereo per Parigi incombeva e tutte le domande che mi ero preparato avevano subito in un amen una brusca zippata.
Inoltre, il fatto che le domande dovessi farle in francese conferiva all'imprevisto e al senso del ridicolo ruoli da protagonista, ma non mi sono perso d'animo.
E' stato così che la faccia tosta che in certe situazioni m'accompagna e l'assenza di vergogna che anche su questo blog spesso mi caratterizza mi hanno permesso di realizzare quanto qui potete vedere: l'intervista a Salif Keita in un francese degno di Totò e Peppino e la performance live di Salif Keita in persona, seduto accanto a me, voce e chitarra negli uffici di Excite.
L'intervista tradotta in italiano si può leggere nel canale musica di Excite. A margine di tutto ciò potrete apprezzare anche la rituale consegna finale del cd della Slammer da parte del sottoscritto, pacche, baci, abbracci e arrivederci.
Con Salif Keita, un mio idolo.

Buona visione e buon ascolto.
 
(I filmati sono in formato windows media. Se non hai windows media player, scaricalo qui).

 
Video-intervista + esibizione live
alta risoluzione
(75.9 Mb, durata 20.47)

Video-intervista + esibizione live
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(22.7 Mb, durata 20.47)

Video esibizione live
alta risoluzione
(18.8 Mb – durata 5.20)

Video esibizione live
bassa risoluzione
(5.72 mb – durata 5.20)
 


Oliviero Beha, segato Rai

by Diego Bianchi il 16 ottobre 2005 @ 16:11 / Glob / 7 Commenti

Quella che segue è una video-intervista particolarmente lunga (41 minuti consultabili sia in soluzione unica ad alta e a bassa qualità che a piccole dosi), ma quando le cose da dire sono così e così tante, quello del tempo non può essere un problema, non qui almeno.
Sono andato da Oliviero Beha un paio di settimane fa, nel suo ufficio di Saxa Rubra, in una stanza della redazione sportiva della Rai dove entra ogni mattina e dalla quale esce ogni pomeriggio, di solito senza aver potuto svolgere praticamente nessuna delle mansioni per le quali viene stipendiato.
Oliviero Beha è il più classico dei mobbati, un “segato Rai” messo a tacere, e di questo non fa mistero; ho incontrato un giornalista noto impossibilitato a svolgere il proprio lavoro, un censurato dal “palazzo” ma anche dagli stessi censurati, uno scorbutico cane sciolto per il quale trovare collocazione e mercato risulta, a dispetto di ogni merito, quasi impossibile. [...]
Nell'intervista abbiamo parlato di libri (il prologo del suo Crescete e prostituitevi è consultabile qui), tv, giornali, internet, blog, sport, primarie (per le quali è stato testimonial), sinistra, destra, e molto altro, facendo nomi laddove poteva aver senso farne, con franchezza e senza ipocrisie.
Ne è uscito un documento particolare, poco televisivo per certi versi, molto per altri.
Dipende da quale idea di tv si ha in mente.

In questo post è disponibile l'intervista completa, ad alta e bassa risoluzione.
Spezzettata (in 6 parti “a tema”) la trovate su Glob.

Buona visione

(I filmati sono in formato windows media. Se non hai windows media player, scaricalo qui)

Intervista completa
alta qualità

[152 Mb; durata 41.23]

Intervista completa
bassa qualità

[45.6 Mb; durata 41.23]



Io Cita, tu Interrante

by Diego Bianchi il 13 ottobre 2005 @ 12:13 / Tivvu' / 21 Commenti
Secondo me non è neanche razzismo, ma semplice e colpevole ignoranza. Daniele Interrante, uno che come direbbe Amlo l'italiano lo parla per sentito dire, uno che aveva dalla sua solo la bellezza ed è riuscito a trovare un contesto dove quasi tutti diventano più belli e solo lui diventa più brutto, uno che ostenta come amico del cuore Costantino, uno così insomma, quando ha visto Idris ha visto veramente nero, e per più di un motivo.
Intanto perchè ci sono concrete possibilità che parole come “deontologia” Daniele non le avesse mai sentite prima e conoscerle là, pronunciate da un senegalese dotato di dotta logorrea deve averlo innervosito non poco. [...] Inoltre, la materializzazione in carne ed ossa di un africano che nelle ultime due settimane ha mangiato più di lui deve esser risultata al tronista un contrappasso più pesante di qualsiasi bilanciere. Se si considera infine che quasi certamente nell'immaginario di Daniele (e di molti come lui al di qua dello schermo) l'Africa è fondamentalmente giungla, leoni e giraffe, l'idea che ogni africano nella propria vita di africano abbia vissuto nella giungla qualche settimana in più di un tronista da città si è fatta strada agevolmente tra i semplici ragionamenti del ragazzo.
Ma Daniele non è un'eccezione, le sue categorie, purtroppo, sono quelle di tanti, costruite in assoluta e di ignorante buona fede.
E se per un bambino la giungla è un mondo da favola, un privilegio e un sogno, per Daniele diventa una cosa da africani, una cosa da Idris. Sono meccanismi che in certe zucche scattano inconsciamente, senza filtri, ma scattano, e quando scattano basta l'immagine di Tarzan evocata da Idris a farti fare una figura di merda, senza liane di salvataggio, sbertucciato da chi, come me, sarebbe fiero anche solo di essere Cita, in un mondo di rozzissimi esploratori.



Mark Knopfler alle primarie

by Diego Bianchi il 11 ottobre 2005 @ 23:38 / Cose_Nostre / 2 Commenti
Ammette Scalfarotto di aver cantato l'inno di Mameli ad occhi chiusi e mano sul cuore. Io, più semplicemente ma più faticosamente, nel mentre stavo spupazzando Anita a ritmo di marcetta, marcetta che gli altoparlanti, in un eccesso di nazionalismo, decidevano di ripetere tre volte.
Nonostante il mio artefatto entusiasmo, Anita non si è lasciata fregare e ignorando la propria innata sensibilità ritmica, dei fratelli d'Italia se ne è ostentatamente fregata. Ammissione per ammissione, a me dell'inno di Mameli piacciono ben due passaggi: il primo è quello che canta “che schiava di Roma”, non tanto per nostalgie imperialistiche quanto per bieco e fisiologico campanilismo che renderebbe canterino qualsiasi appartenente ad una città citata nell'inno, per di più in posizione dominante, per di più in un Paese con ministri leghisti. [...]
Il secondo è un apprezzamento mosso dal cazzeggio, un'adesione spontanea a quel “poropò, poropò, poropoppoppoppoppò” che fa da cerniera tra la prima e la seconda parte, testo non scritto tramandato oralmente, soprattutto negli stadi. Tutto il resto dell'inno però mi deprime fino a suonarmi ostile, dalla morte alla coorte passando per l'intreccio di mani tese e mascelle fascistamente serrate in curva al ritmo di parole che nessuno capisce (a partire dallo “schiava di Roma”).
Ma vabbè, come dice Michela “è giusto recuperare i simboli dell'Italia e non lasciare tutto alla destra”, e quindi una canticchiata saltellando con Anita in braccio domenica ce la siamo fatta; ma a quel punto, a comizio finito, i 3/4 della piazza attendevano con ansia un qualcosa di più identificativo, un briciolo di amarcord, qualcosa che facesse pensare di essere nel posto giusto, un Bella ciao o un Internazionale, per non osare un Bandiera Rossa, ma sarebbe andato bene forse anche un De Gregori d'annata. E invece niente.
E quando gli altoparlanti hanno lanciato la nuova campagna elettorale al ritmo di Sledgehammer (Peter Gabriel) e So far away (Dire Straits), sciamare per via del Babbuino è stato più malinconico del previsto.
Per il maggioritario della musica, almeno per quello, si può e si deve osare di più; alle primarie non voterei Mark Knopfler, non nel 2005.


Preferivo i cortei

by Diego Bianchi il 10 ottobre 2005 @ 13:13 / Cose_Nostre / 1 Commento
I cortei danno maggiore soddisfazione, lo sfogo è più autentico e anche lo sforzo fisico a fine giornata è più sentito; la sensazione di essersi spesi per qualcosa c'è.
L'adunata in piazza invece è più fine a se stessa, implode, si avverte a pelle una potenzialità inespressa, un guinzaglio alla necessità fisiologica che ogni massa ha di muoversi. Un conto è la piazza come approdo, come traguardo, come appagamento, altro è la piazza come partenza e arrivo, atto e momento unico, senza confronto con l'avversario.
In corteo cammini nel cuore della città e la gente ai margini ti schifa o ti batte le mani. Nella piazza no. Nella piazza sei già arrivato, è tutto pronto per accogliere te e quelli come te. Mentre ci vai nessuno sa dove stai andando a fare cosa e quando arrivi incontri i tuoi simili, quelli con cui una volta facevi i cortei, che ti guardano come per dire “facciamocela piacere sta cosa mezza mezza”. Che poi sono sempre gli stessi quelli che incontri e li riconosci anche se la piazza è piena, e mentre torni a casa ti chiedi se sia un buon segnale oppure no.


Glob in Tv

by Diego Bianchi il @ 12:41 / Glob / 3 Commenti
Grande, improvvisa, meritata e un po' tardiva visibilità mediatica per Glob, il guazzabuglio di opinioni che tra alti e bassi gestisco per Excite da ormai più di due anni.
Da un comunicato Rai apparso sul Giornale leggo:

Glob, l'osceno del villaggio è invece il titolo provvisorio del nuovo programma di Bertolino, dieci puntate in seconda serata dal 21 ottobre su tutto quanto fa comunicazione. «Cercherò di far convergere due mondi, la tv e la formazione aziendale che è poi il settore in cui lavoro e che mi consente di essere ricco pur essendo vicino alla sinistra»

Dal sito della trasmissione leggo anche:

Talk-show, telegiornali, programmi di sport e di intrattenimento, ma anche Internet e giornali saranno sotto la lente dingrandimento di Glob.

Per la prossima programmazione Rai o Mediaset a questo punto pretendo: il Gabibbo presenta Amlo, Lillo e Greg presentano TVB, Morgan presenta La Slammer, Antonella Clerici presenta Carbonara Sushi, Claudio Amendola presenta Zoro.
Niente è impossibile.


Na piotta per CSS

by Diego Bianchi il 5 ottobre 2005 @ 12:46 / Glob / 3 Commenti
Giorni fa, qui, ho letto quanto segue:

Ieri Jovanotti è venuto a Condor e si è lamentato che il suo disco non fosse abbastanza programmato da Radio Wittgenstein. Ma mi ha anche fatto domande sulla legalità delle trasmissioni della suddetta radio, che io ho eluso perché mi sembrava indiscreto parlare di Radio Wittgenstein presso una radio concorrente – RadioDue – che peraltro mi stipendia dignitosamente. Vorrei però mettere qui per iscritto che sì, Radio Wittgenstein è in regola legalmente ed economicamente.

 
Ecco, visto che il sasso è stato lanciato e la materia scotta, volevo dirvi che di recente sono andato a fare l'ospite a casa di Anna, che pupe e genitori si sono divertiti, che doveva esserci anche Amleto ma aveva la febbre ed è rimasto a casa sua e che, forse perchè nell'aere vagava una gran voglia di cazzeggio, a nessuno è venuto in mente di lamentarsi del fatto che su Carbonara Sushi Station il disco di Jovanotti non stia passando spesso. [...]
Tra l'altro, a casa di un blog concorrente di una piattaforma concorrente che stipendia la madre di due figlie concorrenti a far caciara con la mia, a nessuno fregava un cazzo della legalità delle trasmissioni di CSS.
Vorrei però mettere anch'io qui per iscritto che sì, Carbonara Sushi Station non è legalmente in regola.
Economicamente, invece, non solo CSS è in regola ma è addirittura a break-even, con uscite pari pari alle entrate. Va da sé che siccome l'economia in questo paese è ben più importante della legalità, Carbonara Sushi Station batte Radio Wittgenstein ancora una volta.
Quando poi decideremo di stravincere mettendoci a posto anche legalmente ve lo faremo sapere impapocchiando la colletta Na piotta per CSS (anche se per ora non intendiamo adottare metodi di autofinanziamento di una radio concorrente).
 



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