Femmine

by Diego Bianchi il 7 giugno 2004 @ 14:21 / Cose_Mie / 11 Commenti
La mia Signora mi ha appena detto che oggi Anita sta nervosa assai.
L'altalena che le abbiamo regalato per il suo primo compleanno non è di suo gradimento e per esprimere il concetto urla ogni qualvolta qualcuno tenti di farcela salire.
Ho detto a Michela di stare tranquilla, che Anita è femmina e in quanto tale il giorno del suo compleanno è di cattivo umore e magari presto comincerà pure a togliersi gli anni (anche se togliersi gli anni quando se ne compie uno non dev'essere semplice).
Anita oggi scalcia e si dimena, urla e sbraita, esattamente come un anno fa, quando ruppe le acque del gavettone che la conteneva, contenuto nella pancia della femmina che mi ha svoltato la vita.


CSS, diretta involontaria

by Diego Bianchi il 4 giugno 2004 @ 15:02 / Cose_Mie / 10 Commenti
E insomma, di tempo per il cazzeggio ne ho sempre meno, ho un computer che si inchioda all'apertura contemporanea di 3 programmi e tecnicamente sono una superpippa.
Tuttavia, ieri sera testavo le prestazioni dello spartanissimo ambaradam che permette di mandare in onda Carbonara Sushi Station.
Il tentativo era quello di far sentire musica ma anche voce, la mia nella fattispecie, e avendo bisogno di un  betatester (uno che ti dice se si sente o non si sente) sono ricorso al nerd sardo. [...]
Poi però è successo che il sardo ha chiamato delle amiche e poi sono arrivati altri amici e insomma, alla fine s'è improvvisata una vera e propria diretta di due ore piene conclusasi intorno all'una di notte.
Se ben ricordo, tra una stronzata e l'altra, abbiamo sentito la Slammer, Arrested Development, Stevie Wonder, Zebda, Cibo Matto che rifacevano i Nirvana, Stray Cats, Style Council, il gingol di Bush, Right said Fred, Sade, Prince, Photek, Sergent Garcia, Living Colour, Skatalites, Ernest Ranglin, Baaba Maal e, soprattutto, Occhei di Valentina, con ascoltatori in delirio e picco di ascolti.
Tra un pezzo e l'altro ho tossito sul microfono che prontamente rispondeva alle sollecitazioni impennando i led.
Tutto ha funzionato, il pc non è zompato, due risate ce le siamo fatte, e quella di ieri può passare agli annali delle webradio come la prima diretta di Carbonara Sushi Station (ovviamente non ne esiste documentazione).
Presto si replica.
La prossima volta però dobbiamo fare pure quelle cose che fanno le webradio serie, tipo le telefonate in diretta.
Per le richieste invece facciamo come ieri, voi le fate e io le rifiuto.
Come si dice in questi casi, stay tuned (restate attaccati) e abbiate fiducia.


A George quel che è di George

Se è vero come è vero che in Iraq ha fatto un gran casino, è altrettanto indubbio che George Bush sta incidendo sul traffico di Roma meglio di tutti i sindaci dedicatisi alla spinosa questione negli ultimi anni.
A dispetto di ogni previsione, e fino a prova contraria, stamattina girare per Roma è un vero piacere.
Peccato solo che domani riparta.


Volere è Potere

by Diego Bianchi il 3 giugno 2004 @ 13:36 / Tivvu' / 8 Commenti
Non c'è da stupirsi del fatto che i tre finalisti della Fattoria si chiamino Danny, Milton e Daniel.
Ieri ho portato mia figlia ad una festa per bambini dove la festeggiata si chiamava Ariela e gli unici altri nomi che ho sentito urlare dai genitori sono stati Milan (spero per origini slave e non per altro) e Nathan.
Tutto normale, tutto sotto controllo e la Fattoria, anche dal punto di vista onomastico, è solo uno dei tanti specchi dei tempi.
A stupire, semmai, è stato altro.
Intanto la Bignardi, la cui gioia per la conclusione di uno dei programmi più sconclusionati e peggio congegnati dalla Endemol le ha impresso forzature comportamentali a lei solitamente estranee, con urla e schiamazzi tradizionalmente ostili al suo bagaglio tecnico. Colpa sua che non ha capito in tempo lo svaccamento del programma, colpa degli autori che l'hanno esposta a situazioni che forse riteneva facessero parte dei suoi esordi, colpa di chi l'ha convinta che essere “la prima” e “la più brava” potesse garantire di per sè qualità al prodotto. [...]
“Stasera deciderete voi il vincitore”, ha ripetuto più volte Daria cercando di riparare in extremis al fatto che alcuni dei concorrenti siano stati eliminati senza televoto popolare, elemento basilare per l'immedesimazione del pubblico in qualsiasi reality. Ma tant'è, in fondo son dettagli, aspettative deluse di un programma senza guida che ha trovato il suo conducator spirituale nell'epilogo finale.
Selen si domandava, con le poppe esposte e finalmente bisunte per l'occasione, per quale campanaccio avrebbe optato il pubblico italiano, se per quello riflessivo dell'americano o per quello fisico del cubano, e nel domandarselo sgombrava il campo dal fattore ormonale, annotando come si trattasse comunque di due bellissimi finalisti. Tralasciando il fatto che se solo lei lo avesse voluto il pubblico italiano l'avrebbe fatta vincere per acclamazione, la rappresentazione fatta del duello finale va completata. Milton è quello che siamo noi, la maggior parte di noi.
Latino nell'accezione più umorale del termine, braccio armato di chiunque abbia voglia di accenderne la miccia ( sia esso un Baffo o un padre di principino), maschilismo e mammismo estremo, croce e delizia, religione e pueblo unido, ritmo e ignoranza, basso istinto e generosità d'animo, gomiti in faccia e mani sul cuore.
Uno così lo si incontra tutti i giorni per strada, al lavoro, al bar, in Parlamento, al Governo.
Avrebbe vinto ovunque, in qualsiasi reality, ma il fattore Quinn è stato per lui quel che è stato il naufrago Nudo per Pappalardo, la criptonite che non ti aspetti, il muro di gomma impenetrabile, la sconfitta inevitabile.
Intendiamoci, fosse stato solo per il “riflessivo”, agli italiani non sarebbe fregato alcunchè di Danny.
E' tuttavia indiscutibile che gli ammalianti ragionamenti del vincitore, zemanianamente cadenzati e sospesi tra un testo delle Vibrazioni e uno di Pelù, han fatto facile breccia tra anime alla ricerca di intellettuali di riferimento e imbonitori elettorali, tra fan del poliglottismo e potenziali adepti di nuove teologie.
“Siamo ciò che vogliamo”, ha ripetuto più volte Danny, e mai cazzata fu più grossa e convincente al tempo stesso.
Io volevo fare il calciatore, ma sto qui a scrivere di Danny.
Ma Danny una frase del genere può dirla, ne ha diritto.
Danny invece voleva essere attore e lo è stato, forse voleva essere ricco e non ha neanche avuto bisogno di volerlo per esserlo davvero.
Magari non voleva essere amico della famiglia De Blank, ma tutto dalla vita non si può avere.
Di certo ha voluto vincere e ha vinto, pregando, perchè di questi tempi o si bestemmia o si prega in ginocchio, vie di mezzo non sono previste.
Danny Quinn, apparente anomala rappresentazione di americanismo dedito alla gentilezza e all'offerta dell'altra guancia, propone una nuova prospettiva d'interventismo risolutore e civiltà superiore, di voglia di educare e sapiente strategia finalizzata al risultato finale, paraculismo e penetrazione trasversale.
Quando alla domanda sul migliore amico indica nel Baffo colui che più lo ha aiutato a migliorarsi, dimostra finezza di ragionamento, superiorità evidente, forza e tranquillità, conquistando anche l'ultimo baluardo nemico, l'ultima frontiera di scetticismo. Così si conquistano i popoli ostili.
E poco conta che i migliori amici del vincitore siano le cariatidi plastificate della decadente ma rinascente nobiltà italica, poco incide che il tifo per lui si faccia tanto a casa Dell'Utri quanto a bordo piscina.
I nobili piacciono, da che mondo è mondo sono forse quello che parecchi avrebbero voluto essere davvero, con buona pace del “volere è potere” quinniano e della festa della Repubblica ciampiana.
Poco importa, infine, che uno dei più ostentati amici di Quinn sia quel Kaspar Capparoni che prima di andare a recitare picchiò la moglie e la rinchiuse al cesso col figlio di un anno.
Sicuramente, grazie a Danny, anche Kaspar ora è cambiato.
Sarebbe bello se domani, tra una sfilata e l'altra, Bush trovasse 5 minuti anche per Danny.
Tutti possono migliorare.


Impressioni personali

Il video della decapitazione faceva impressione, tanta, molta, troppa.
L'audio del messaggio di Bossi, non so perchè, ne fa sicuramente di più.


Damien Rice, uno di famiglia

by Diego Bianchi il 1 giugno 2004 @ 09:59 / Cose_Mie / 5 Commenti
Di recente ho letto, in uno degli innumerevoli articoli dedicati ai blog (qui il pdf), di come Damien Rice sia diventato celebre in Italia anche e soprattutto per merito di alcuni blogger illuminati.
La tesi dell'articolo sosteneva che tanto è potente e convincente e “avanti” il movimento blog da essere in grado, in alcuni casi, di incidere positivamente o negativamente sul buon esito di un disco, brillando in particolare per capacità di talent scouting.
Ecco, tutto ciò, quando a Natale acquistai a Parigi una copia del disco di Damien Rice che mi guardava da un espositore di Gibert Joseph, non lo sapevo. [...]
Ma ciò che davvero ignoravo, allorché l'ascolto di un paio di tracce e una discreta recensione su non mi ricordo quale rivista mi convinsero all'acquisto, era il numero delle volte che in seguito avrei ascoltato il disco in questione.
Accade che ormai da circa 5 mesi mia figlia, che all'inizio si addormentava promettentemente tanto con Steve Coleman quanto con Bitches Brew, si abbandoni al sonno solo se cullata dalla strascicata voce di Damien Rice.
Michela sa le parole di tutte le canzoni del disco e considera Damien Rice una specie di divinità bionda, un eroe dell'ipnosi, un pediatra lirico, un amante a tutti gli effetti.
La copertina del cd è sgualcita, usata e abusata, il disco consumato e pure un po' impataccato di latte e pastina.
Io Damien Rice lo odio, non lo sopporto più, mai ho sentito in vita mia un disco così tante volte, ma ogni qualvolta Anita si addormenta, lo benedico e gli rendo omaggio andandolo a riposizionare con cura nel sito alfabetico che per ora gli compete (prima dei Roots e dopo i Red Snapper).
Qualche sera fa ho rivisto il cugino Pierluigi.
Siamo andati a cena da lui e siccome la pupa avrebbe potuto innervosirsi in prossimità di un sonno in trasferta, Damien Rice era uscito con noi, incastrato tra giocattoli e caccavelle, pronto a ricreare il clima domestico  lagnandosi con la sua chitarra qualora se ne fosse presentata l'esigenza.
Ma Damien Rice in quella casa già esisteva, ci aspettava tra mille altri dischi, in una copia meglio tenuta e cromaticamente diversa, ma con le stesse canzoni, uguali uguali a quelle del nostro.
“Hai Damien Rice, a saperlo non lo portavamo…” ho detto a Pierluigi pensando più ai poteri narcolettici che alle qualità artistiche del cantante.
“Eh, pensavo meglio, invece è na palla. Io non sopporto i cantautori italiani, musicalmente non mi dicono niente, dei testi non me ne può fregar di meno, e me ne sono andato a prendere uno irlandese…”, mi ha risposto deluso mentre il cartonato spariva nelle sue manone.
Ecco, pur se leggermente forzata la spontanea recensione del cugino Pierluigi calza abbastanza.
Le sue figlie però sono ormai grandi e a dormire ci vanno quando vogliono loro.
Facile parlare così di Damien.


Troy, Province of Foggia

by Diego Bianchi il 27 maggio 2004 @ 23:19 / Cinema / 18 Commenti
Dopo quasi un anno di pausa io e la mia signora siamo riusciti per una qualche astrusa astral congiunzione a vederci un film per intero. Cioè, i primissimi minuti li abbiamo comunque persi, ma in pratica lo abbiamo visto proprio tutto per intero, dall'inizio alla fine, senza interruzioni particolari eccezion fatta per una ninnata di 5 minuti fatta fare alla creatura momentaneamente destatasi.
Lo abbiamo visto tutto, il film, senza addormentarci.
Insomma è stata una cosa fichissima questa di vedersi un film per intero, dal principio alla fine con i titoli di coda e tutto proprio come al cinema.
Che poi il film fosse Io non ho paura e che a noi sia sembrato bello mentre ad un sacco di persone che conosco e stimo e apprezzo e tengo come punti di riferimento questo film abbia fatto letteralmente schifo è un dettaglio sul quale non mi soffermerei. Certo il libro era meglio, Ammanniti è più forte di Salvatores, ma è stata comunque una bella rimpatriata, e insomma, la prossima volta magari capiterà un altro film mediamente più apprezzato, e comunque tutti quei campi di grano giallo io li ho visti davvero, esistono, e mi hanno fatto ricordare di quando facevo il consulente per piccole e medie imprese ad ambizione turistica o per piccoli e medi comuni a pretesa turistica. [...]
Narra la leggenda che ci sia stato un periodo, durato fino a circa quattro anni or sono, che io in persona dovevo rilanciare le sorti turistiche di alcuni paesi del subappenino dauno, incastrati nella provincia di Foggia.
Uno di questi paesi si chiamava e si chiama tutt'ora Troia e non Troìa e manco Troy, proprio Tròia.
Io manco lo sapevo che potesse esistere davvero un paese con un così bel nome e invece ci sono finito pure a lavorare. Si tratta di un paese a schiena d'asino, snocciolantesi lungo una strada principale sita, appunto, sull'immaginaria schiena dell'asino di cui sopra. Principale e pressochè unica attrazione culturale della promettente località, un enorme rosone sulla cattedrale.
Il problema è che tanto ci ho lavorato per promuovere l'immagine e soprattutto il nome di un così trendy paese che nessuno dei locali committenti si è mai ricordato di pagarmi e la cosa, per un sempre meno giovin consulente in co.co.co che si era pure dovuto aprire una partita iva costatagli più di apertura e di chiusura che di fatture, non è stata bella per niente.
Però a fare il consulente ho viaggiato.
E ho mangiato, ah, quanto ho mangiato a sbafo nelle mie ricognizioni da consulente sul campo.
E mentre viaggiavo e mangiavo e lavoravo sul territorio troiano, ho avuto modo di conoscere consiglieri comunali troiani e imprenditori troiani e donne troiane (e non dico troie perchè poi si penserebbe ad una battuta), tutti convinti di avere in mano la più grande risorsa turistica italiana, collegata con il mondo per cielo per terra e per mare, dal clima ideale e l'enogastronomia sfiziosa, coacervo di culture, ibrido di melting pot di trasversalità artisticamente fluviale e agrituristicamente lacuale (e non lacustre), montana ma anche e soprattutto congressuale, per vecchi, grandi e pischelli, palestrati, dinamici o col culo di piombo.
Il posto ideale, l'Eden, il Nirvana.
Ma non sono rimasto a Troia.
Sono andato pure a Lucera, a Bovino, a Orsara, ma soprattutto sono andato a Faeto, ma neanche Faeto centro, Faeto periferia, direi una frazione di Faeto.
Mi ci portò un tale che aveva colato tonnellate di cemento sul cucuzzolo di una montagna per farci un villaggio turistico. Mi ricordo la strada per arrivarci tutta piena di buche e praticabile solo da macchine appositamente smarmittate.
Dal cucuzzolo della montagna si vedeva tutto il subappenino dauno sottostante.
Distese di giallo a perdita d'orizzonte, spazio ovunque, assenza totale di argini, solo cambi di colore, in una sconfinata tavolozza di photoshop.
L'imprenditore di Faeto voleva che io lassù gli ci portassi i turisti.
Ma non a guardare il panorama, che dopo un po' si sarebbero comunque rotti le palle, no.
Dovevo portarli nella colata di cemento, in monoloculi di cemento a cimentarsi con animatori turistici d'alta quota.
E io ci ho pure provato, e che non si dica che un consulente consula solo quelli che gli va.
Pagine su pagine di nozioni di marketing ritarate su Troia e dintorni, sforzi di fantasia, proposte, idee e iniziative degne di un autoctono confluite in un fac-simile di piano quinquennale culminante con Troia caput mundi.
Ma non è bastato, porca Troia non mi hanno mai pagato, e dopo non molto ho cambiato lavoro.


Governo Ladro

by Diego Bianchi il 20 maggio 2004 @ 11:04 / Cose_Mie / 38 Commenti
Non è che io goda nell'essere antiberlusconiano a priori.
Tutt'altro.
Sono sempre stato per un'opposizione costruttiva, seria, portatrice di proposte e alternativa nelle idee, nei principi e nelle azioni.
Tuttavia.
Se esattamente il giorno dopo in cui abili acrobati ti sono entrati dentro casa fottendosi telecamera e fotocamera digitale mentre tu e la tua famiglia dormivate il sonno dei giusti, vedi un manifesto elettorale come quello che per decenza potrete apprezzare solo cliccando sul continua di questo post, è difficile non sentirsi lievemente preso per il culo da questo governo e da chi lo conduce.
A questo punto ritengo Berlusconi responsabile del furto in casa mia, non tanto in qualità di governante che non riesce a proteggere i propri cittadini dalla microcriminalità, ma in quanto incommensurabile portatore di sfica. [...]
 



The Real Exit

by Diego Bianchi il 14 maggio 2004 @ 02:17 / GrandeFratello / 42 Commenti
(Video-post per possessori di windows media, adsl e connessioni mediamente rapide, gli altri mi scusino, ma non si perdono un granchè).
 
Mi dispiace per coloro che stamattina stan passando di qui pensando di trovare qualche commento sulla puntata celebrativa andata in onda ieri sera.
Non ho volutamente commentato Floriana in Fattoria, coerenza vuole che anche Fedro e Angela vengano ignorati.
Fermo restando che mi sono comunque fatto una caterva di risate a vedere Patrick che rideva rivedendosi in tv, vi propongo un documento unico, inedito e inatteso, quello che si dice uno scoop.
Eccezionalmente per i lettori di questo blog, il delirante video dell'uscita dalla casa del GF che nessuno vi ha fatto ancora vedere (la qualità è quella che è, soprattutto audio, accontentatevi).
 

[...]

  

The Real Exit 

L'uscita dalla casa che ancora nessuno vi ha fatto vedere..

Chi volesse scaricarsi il video, cliccasse qui sopra col tasto destro, save target as, ecc. ecc. ecc.

 


Un disco al giorno / Maggio

by Diego Bianchi il 13 maggio 2004 @ 16:57 / Canzonette / 1 Commento
Con colpevole ritardo arrivano anche i dischi di maggio.
Testimonial del mese, per la prima volta, una donna: Billie Holiday (consiglio vivamente, oltre all'ascolto di qualsiasi nota prodotta dalla cantante in questione, anche la lettura dell'autobiografia La signora canta il blues).
Pertanto, dopo Gennaio, Febbraio, Marzo e Aprile, vi beccate altri 31 imperdibili dischi secondo me.
Va da sè che potenzialmente tutti i dischi in questa rubrica segnalati possono essere saltuariamente ascoltati, a pezzi e bocconi, sulle altalenanti ma toste frequenze di Carbonara Sushi Station.  [...]