Avoledo e i miei limiti

by Diego Bianchi il 19 dicembre 2003 @ 23:30 / Libreria / 3 Commenti
Ho finito di leggere Mare di Bering, il nuovo libro di Tullio Avoledo edito da Sironi.
I due libri di Avoledo che ho letto mi fan sospettare che le edizioni Sironi siano tra le più brutte in circolazione.
Due libri forniscono un indizio attendibile, quasi una prova.
Come L'elenco telefonico di Atlantide (l'esordio di Avoledo), anche Mare di Bering è un librone grosso, con copertina fastidiosamente lucida e font pesante, immagine poco accattivante.
Un brutto oggetto, costosetto pure (17 euro).
Detto ciò. [...]
L'elenco telefonico di Atlantide mi era piaciuto e l'ho pure consigliato a più di una persona.
Ammetto di non averne capito il finale, diciamo pure che le ultime 100 pagine si son progressivamente autoavvolte in una fitta nebulosa di citazioni egizie.
Diciamo pure che la parte finale mi fece rimanere un po' come un cojone che ha letto più di 500 pagine aspettando trepidante un qualsiasi finale che non è mai arrivato.
Diciamolo.
Ma mi era piaciuto, tutto sommato, mi era piaciuto molto.
Di Mare di Bering invece ho capito tutto, più o meno, e forse è per questo motivo che mi è piaciuto meno del primo.
Si tratta di un bel libro, che si fa leggere senza fatica, ma m'aspettavo di più.
Anche stavolta tuttavia, come dopo la prima lettura, ho percepito un certo disagio; merito di recensioni come questa di Giuseppe Genna, esagerate, che mi annodano alla gola uno spiccato senso di inadeguatezza e fuori sincro rispetto a cosa sia cool e cosa no.


ex-amico

by Diego Bianchi il @ 00:40 / Cose_Mie / 17 Commenti
Stasera ho rivisto un mio ex-amico, un mio ex-amico che per diversi anni è stato uno dei miei migliori amici, un mio ex-amico che è sparito un anno fa in maniera unilaterale, senza dire nè ai nè bai, senza spiegazioni, vigliaccamente. [...]
Stasera l'ho rivisto, e pur godendo della sua faccia imbarazzata, mentre mi salutava non gli ho detto “tu sei uno stronzo”.
Forse avrei dovuto.
Su queste cose ho preso da mio padre.
Ci vuole superiorità, sempre, anche e soprattutto quando si è clamorosamente dalla parte della ragione.
Non so se sia sempre giusto, comunque non ho infierito.
Se tutto torna, lui ora dovrebbe stare molto peggio di me.


Indice di gradimento

by Diego Bianchi il 17 dicembre 2003 @ 10:51 / Glob / 12 Commenti
La premessa è che si tratta di una scemenzuola di fine anno, ma in tempi di bilanci, sondaggi, premi e consolazioni, non potevamo non sottoporre al vostro voto i primi 30 blog di Excite per pagine viste.

Quali sono I MEGLIO tra questi? E quali I PEGGIO?

[...]
Non si vince niente, non si perde niente, non ci si deve incazzare, non ci sono regole particolari, il voto è segreto, il sondaggio è estremamente vulnerabile ed esposto a taroccamenti di chiunque avesse tempo da perdere, non ha alcun valore scientifico od oggettivo, si può votare più volte e per più blog… insomma, trattasi di passatempo che, come già specificato nell'home page del canale, può diventare più o meno attendibile, più o meno significativo a seconda dell'uso o dell'abuso che se ne farà.
Questo è stato anche l'anno dei blog, anche dei blog di Excite, anche di questi 30.
Questo sondaggio, in un certo senso, è un dovuto omaggio.


Un Award per Otto e Barnelli

by Diego Bianchi il 16 dicembre 2003 @ 11:42 / Canzonette / 10 Commenti
Ho visto un po' di PIM (Premio Italiano della Musica), anzi di IMA (Italian Music Award, ho corretto come suggeritomi da commento) e ho capito che:
 
- il tempo passa per tutti, inesorabile.
La performance di Grignani senza capelli che rantola con la chitarra appoggiata sulla panza è stata oltremodo consolante.
Quello che non invecchia mai, invece, sono le sue canzoni.
Irrimediabilmente le stesse, purtroppo. [...]
 
- Britti è oggettivamente tirchio ed egoista.
Co sto “piede tour” ha veramente rotto le palle.
Pare che le pedaliere le abbia inventate lui.
Ora io dico, benedetto ragazzo, non sarebbe più utile, carino, generoso  e sensato pagare almeno un paio di squattrinati talentuosi colleghi musicisti anzichè stare lì a fare tutto da solo e magnatte tutto tu?
Che poi lo fai pure male il fenomeno da baraccone.
Molto meglio Otto e Barnelli che in due suonavano qualche decina di strumenti e nessuno li ha mai presi realmente sul serio.
 
- Quest'anno la musica italiana ha fondamentalmente espresso:
Le Vibrazioni, i Gemelli Diversi, mezzo Tiromancino (quello che c'è rimasto) ed Eros Ramazzotti con il look da Gemello stupido dei Gemelli Diversi.
 
Poi dice che la gente non compra i dischi.
 
Ma prima o poi invecchieranno pure loro, inesorabilmente, senza la dignità di aver provato almeno una volta a suonare davvero in mezzo a una via.
Tutti qui li aspetto.
 
Detto ciò.
 
(copio e incollo da qui)
 
Otto e Barnelli.
Più di vent'anni insieme, un connubio ben riuscito camminando, ballando, suonando.
La strada, la musica dei Too Much Brothers International Very Good Street Musik dal 1977, e dal '79 in Italia.
Otto Hans Richter nasce a Hameln sul fiume Weser il venti di maggio 1948, città del pifferaio ammazzaratti, sequestratore di bambini Cresce nelle campagne torbide della Westfalia, va al liceo, fa la maturità, a otto anni comincia a suonare il violino e prende lezioni presso l'organista della parrocchia.
Nel '67 fugge a Berlino a studiare storia dell'Arte ed Etnologia e si trova in mezzo alle manifestazioni del '68, vive in comunità anarchiche, consuma un sacco di droghe, viene ricoverato in manicomio, comincia a suonare con vari gruppi jazz, rock, musica psichedelica, va in galera per spaccio di stupefacenti, uscito fonda un gruppo psichedelic-jazzche gira per la Germania e si scioglie quando la casa con tutti gli amplificatori e le registrazioni va in fiamme.
Torna a Berlino, suona nel duo 48er Ratter, comincia a suonare per le strade dove incontra Barnelli; vende casa, libri, l'amica lo lascia, prende il violino e gira con B. l'Europa, il mondo
Oggi abita con moglie e due figli maschi in una piccola contrada dell'alta Maremma.
Bernd Witthuser è nato il 29 febbraio del '44 a Winterberg Westafalen in Germania.
Subito dopo aver trascorso un'infanzia normale, vive l'adolescenza giocherellando.
A scuola è mediocre perché ha la testa piena di stronzate.
A quattordici anni fa l'apprendista come elettricista presso la ditta Krupp di Essen, dove gli affibbiano il n. 75061. Qui impara che rosso è blu sono più e meno.
Trascorsi dieci anni, una mattina presto, alla solita fermata della metro cattolica, comincia a preoccuparsi perché questa non arrivava. Con rammarico realizza che era festa : era domenica. Urla forte: merda!La mattina successiva si presenta davanti al suo maestro e gli scaraventa il patentino in faccia.
Con quello che intasca si compra un banjo e comincia a suonare in strada.
Urla forte per l'allegria e la libertà. Più tardi con un collega forma un duo Witthuser und Westrupp, insieme incidono svariati dischi che riescono a vendere abbastanza bene.
Intorno al '72, rottosi nuovamente le palle strappa il contratto con la casa discografica e ritorna in strada, questa volta come one-man-band Barnelli.
Nel '77 a Berlino incontra il violinista di strada Otto Richter e così nascono gli zingari Otto e Barnelli.
 
Queste sì che so biografie.


Intolleranza

by Diego Bianchi il 15 dicembre 2003 @ 17:59 / Spot / 9 Commenti
C'è solo una cosa che tollero meno della promozione dell'ultimo libro di Bruno Vespa.
La promozione dell'ultimo film di Pieraccioni.


Feedback

by Diego Bianchi il 11 dicembre 2003 @ 00:02 / Cose_Mie / 13 Commenti
Oggi Mauro, collega commerciale aspirante attore teatrale, è stato impietoso ma garbato al tempo stesso.
Mentre ci dirigevamo verso il parcheggio ha dato il via al seguente dialogo.
 
- Certo che ormai il tuo blog, Zoro, è completamente monopolizzato da tu fia. [...]
- Dici? Perchè?
- Eh, scrivi solo su de lei, o addirittura mo ce scrive direttamente lei.
- Te saresti pure rotto li cojoni vè?
- Embè mpochetto sì, in quanto lettore assiduo de Zoro me sarei mpo stufato.
- Eh o so, ciai raggione, è mpensiero ricorrente, poi mo scrivo pure raramente…
- E come mai?
- Come mai…. sto qui fino a tardi, poi vado a casa, sto co mi fia…
- Vabbè ho capito va, se vedemo domani.


Le partite del figlio unico

by Diego Bianchi il 10 dicembre 2003 @ 22:56 / Spot / 5 Commenti
- Non ti piacerebbe avere un fratellino o una sorellina? – mi dicevano quando ero piccolo.
- Non lo so – rispondevo – io così sto bene, con un fratello non saprei, probabilmente starei bene lo stesso, o forse no, non lo so -.
 
A quella risposta l'interlocutore s'allontanava un po' schifato con la faccia tipica di chi ha davanti un rompicojoni in erba alla ricerca di risposte originalmente troppo adulte per la sua età.
Oggi, stimolato dall'irritante spot del Governo sull'irritante bonus di 1000 euro destinato alle coppie che giungono al secondo pargolo, ripasso quella risposta tante volte data a gente che non amava farsi i cazzi suoi. [...]
Lo spot governativo si basa sul concetto che finchè si è soli si è costretti a giocare da soli e per quanto la fantasia possa venire in aiuto, fondamentalmente ci si annoia; in due, invece, si crea un mondo, tornano i colori, tutto si vivacizza, si fanno le regole e poi si infrangono e il tutto è meritevole di un bel contributo governativo, (a prescindere dal reddito della coppia).
“Non si è veramente grandi se non si è almeno in 2″ dice il claim finale.
Per rendere al meglio i concetti appena esposti viene riesumato un videogame anni 80.
L'ideatore di questa pubblicità, uno che mi auguro per lui che non sia figlio unico, probabilmente giocava con quel giochetto da piccolo e si deve esser rotto le palle parecchio finchè non è arrivato il fratello per fare una partita. A quel punto si sono rotti le palle in due perchè quel gioco per quanta fantasia puoi avere è intrinsecamente palloso.
La verità è che ci sono fratelli e fratelli, figli unici e figli unici.

A me il gioco dello spot non è mai piaciuto particolarmente.
Preferivo organizzare appassionanti e sfibranti tornei di tutto il torneabile, dalle palline coi ciclisti ai tappi delle bottiglie con i nomi scritti a penna, dalle monete sul muretto al Subbuteo, fino all'età di almeno 16 anni. Avessi il tempo continuerei pure adesso.
Il Subbuteo soprattutto, e a schicchera, perchè le regole da piccoli le infrangono tutti, a prescindere dalla presenza di complici consanguinei e la punta di dito l'ho sempre ritenuta come un gesto tecnico contronatura.
Per i miei tornei non utilizzavo i giocatori famosi.
Le star dei miei campionati avevano i cognomi dei miei compagni di scuola, più altri rinvenuti sull'elenco del telefono, più alcuni letti al contrario o di mia creazione che mi servivano per coniare i cognomi degli stranieri.
Mi sono creato un mondo idealisticamente verosimile, sovrapponendo senza sosta realtà e gioco, creandomi personalità veramente confuse, recitando, interpretando, straprecorrendo inconsapevolmente ogni anticipo e posticipo satellitare di murdochiana attualità.

A ben pensarci stavo ancora avanti rispetto all'adesso.
C'era un campo centrale dove si svolgeva la partita più importante della giornata, con telecronaca di Diego Bianchi che parlava delle gesta dell'omonimo Diego Bianchi che tra gli altri si destreggiava nelle fila del Napoli (la Roma non la facevo giocare per garantire un minimo d'imparzialità al tutto).
Nel mio campionato partecipavano squadre come il Ragusa e il Siena (che ora sta in serie A ma a quei tempi stava dove più o meno credo sia ora il Ragusa).
Finita la partita c'erano sempre le interviste che non di rado espletavo in bagno, sulla tazza o nella vasca.
Capitava spesso che Diego Bianchi intervistasse Diego Bianchi, ma nessuno obiettava alcunchè. Tuttavia ogni volta dedicavo qualche secondo a spiegare al mio pubblico virtuale che si trattava solo di una coincidenza.
Se avevo voglia di fare un'altra partita non aspettavo una settimana. E non c'era finzione temporale.
Un superjet prelevava i giocatori dai campi dove si erano appena esibiti e li ricollocava sui nuovi campi, due massaggi e si ripartiva con la nuova giornata di campionato.
Non concedevo nessun turn-over. I miei giocatori li spremevo, li acciaccavo e li riincollavo, storpi, zoppi, nani, ballerini, senza baricentro, davano vita a partite dai supplementari esponenziali, interrotte solo dalla cena.
Le formazioni erano tutte scritte su un quaderno, tanto quelle della partita principale da me commentata e giocata quanto quelle che teoricamente si svolgevano in contemporanea sui campi minori.
Quando decidevo che era tempo di cambiare qualche risultato dagli altri campi buttavo la penna sulle formazioni appuntate. Il nome dove la penna cadeva era quello di un marcatore e l'inviato da quel campo interrompeva la mia telecronaca per dirmi che il tale aveva segnato. L'inviato che mi interrompeva ovviamente ero sempre io. A volte discutevo con me stesso.
Raramente succedeva, essendo psicologicamente suddito del mio tifo, che alterassi un po' i risultati delle partite.
Fu così che il fantomatico supermondiale a 150 squadre (più o meno tutte le nazioni presenti sull'Atlante De Agostini, una delle mie letture preferite) venne vinto dall'Italia in una storica finale contro Singapore finita 4-3.
Bianchi fu uno dei migliori in campo, ma questi sono dettagli che ad un figlio unico viziato si possono anche perdonare.
 
Perchè io sono figlio unico. Viziato.
Lo ammetto da solo prima che la molla dei vostri riflessi scatti associando l'aggettivo all'unicità.
Sono figlio unico e inevitabilmente viziato, non so se tanto o poco, probabilmente il giusto.
Non ho mai pensato a cosa fosse meglio o peggio nello status di figlio, a come mi sarebbe piaciuto essere diversamente da quello che sono.
Ho sempre ritenuto che l'esser soli o in compagnia di altri 5 o 6 fratelli non cambiasse di moltissimo le potenzialità di crescita di un individuo.
Diversi tempi, diversi contesti, diverse dinamiche, diversi stimoli, diversi riferimenti, ma niente di grave e irrimediabile, tutto rientrante in quel fatale meccanismo che fa sì che si sia tutti diversi, per storia, per cultura, per famiglia, soprattutto per famiglia.
Nel numero dei figli non ho mai visto un meglio o un peggio.
Questo è ciò di cui sono da sempre convinto nonostante l'immaginario collettivo tenda a considerare il figlio unico come uno sfigato al quale mancano un sacco di esperienze formative, uno che è uomo (o donna) a metà, non completato da quel provvidenziale compagno di giochi e di vita che sarebbe un fratello o una sorella.
Esser figli unici non significa stare da soli.
Io da solo ci sono stato pochissimo e quando stavo da solo ho sempre trovato il modo di non annoiarmi.
Tracimando ovvietà, ma l'esser banali a volte aiuta a chiarire i concetti e a non venire fraintesi, dico che chi ha un fratello non potrà mai sapere cosa vuol dire esser figli unici. Per lo stesso motivo, chi è figlio unico non potrà mai sapere cosa significhi avere fratelli.
Chiunque stabilisca un meglio e un peggio in questo campo è uno che parla di cose che non sa.
A partire da Berlusconi, dal suo Governo, dai suoi bonus e dal suo spot.
Senza considerare poi il fatto che Silvio, nonostante abbia avuto in sorte un fratello, è stato e continua ad essere molto più viziato di me.


Magna carta

by Diego Bianchi il 8 dicembre 2003 @ 15:21 / Cose_Mie / 9 Commenti
Compiuti ieri sei mesi, mezzo anno.
Nuove funzioni di mia figlia.
 
- Invade, sgomita, conquista.
Genitori modello, genitori che quando la vostra prole urla per sindrome d'abbandono nel lettino abbozzate ghigni sadicamente stoici e pappalardescamente fieri, genitori che seguite pedissequamente ogni più rigido dettame del manuale del genitore duro e puro, fatevi avanti se ci siete e ditemi come si fa. [...]
Io e Michela abbiamo perso ancor prima d'iniziarla l'impari battaglia con la pargola su quale dovrebbe essere il giaciglio più adatto per una bambina della sua età e di conseguenza è già prassi consolidata che noi 3 si dorma insieme nel lettone per la maggior parte della nottata.
“Dorma” in realtà è parola grossa, diciamo che si convive in 3 a strettissimo contatto tra le lenzuola di quello che una volta era il nido d'amore di una collaudata coppia e che ora è il campo d'addestramento per le evoluzioni aerodinamiche di Anita.
Tra una poppata e l'altra, non capisco bene quando con esattezza, mi ritrovo nel cuore della notte in pizzo in pizzo al letto con due piedi scalcianti a massaggiarmi le tempie. E' il chiaro segnale che Anita è stata definitamente posizionata al centro del talamo, che si sta girando su se stessa, che forse sta anche dormendo e che pertanto non sarebbe carino svegliarla cercando una miglior combinazione. Resto defilato, con la testa sullo spigolo del comodino, nella speranza di avere le coperte a ricoprirmi.
Se le randomiche dinamiche notturne hanno portato le lenzuola altrove, resto senza, convinto che sia giusto così.
- Indossa, sfila, posa.
Cioè, la colpa non è la sua, anzi, fosse per lei starebbe sempre nuda e pure questo non è tranquillizzante.
Parenti e amici, tuttavia, le regalano di tutto.
Salopette, pantaloni a zampa d'elefante, pantaloni a fiori, calzamaglie patchwork, zuccotti lapponi multicolorati, zuccotti con pon pon sulle orecchie, giacche a vento che manco i Rockets si sono mai messi, camicie scamiciate e scamiciatine incamiciate, calze che le fermano la circolazione e che lei puntualmente si sfila per ciucciare (acquista finalmente senso  l'espressione simpsoniana “ciucciami il calzino”), completini taroccanti Missoni, vestiti avorio per il battesimo, scarpette delle quali è previsto che se ne perda una e una soltanto, montgomery fucsia, ecc. ecc. ecc..
La prassi prevede che Anita indossi almeno una volta ogni capo regalatole; il tutto deve avvenire in tempi prossimi al momento del regalo, prima che cresca e non le entri più niente. Una volta indossato il capo la pupa andrebbe fotografata.
Un capo una foto, un capo una foto.
La relativa istantanea andrebbe poi spedita all'autore del regalo, con la speranza di non sbagliare destinatario abbinandolo correttamente con il regalo indossato. Quest'ultima fase, quella che dipende da noi, viene a mancare abbastanza regolarmente.
- Percuote.
E qui il malcelato orgoglio paterno sprizza fuori copioso.
Appositamente posizionata di fronte ai miei impolverati tamburi, la ragazza comincia a smanacciarli guardandosi soddisfatta allo specchio, con buon senso del ritmo e soprattutto spropositata e poco femminile energia. Se non posizionata davanti ai tamburi, a onor del vero, Anita percuote lo stesso, con mani, unghie, piedi e oggetti vari prensilmente rinvenuti.
- Si svezza, a modo suo.
Ieri, a mezz'anno compiuto, Anita ha ufficialmente cominciato lo svezzamento a base di pappette.
L'intruglio di tapioca l'ho assaggiato pure io, sapeva di vaniglia, ma era solo un ingannevole effetto olfattivo subdolamente generato dall'insapore e insipido miscuglio.
Ma lei ha gradito oltre le previsioni e dopo pochi minuti ha finalmente fatto la cacca più attesa di questi sei mesi.
Sì, perchè in realtà il vero svezzamento c'era stato il giorno precedente e non è stato uno dei più ortodossi e noi si era in trepidante attesa della cacca della creatura.
“Sta mangiando la carta, sta mangiando la carta”, mi urla la mia signora ficcando le sue lunghe dita nella bocca della creatura. Senza parole osservo la scena con Anita nel marsupio, guardandole la nuca, con la mamma nel panico e tutti i dipendenti della Nona Circoscrizione che mi puntano addosso occhi carichi di disprezzo.
Succede così che si passi in un nanosecondo dal piacere di rinnovarsi senza eccessi di coda la carta d'identità allo psicodramma di macchiarsi la fedina penale per degenere gestione dell'infante. Il bigliettino preso da Michela per una fila informatizzata e al passo coi tempi è stato afferrato dalla piccola senza che nessuno dei due genitori se ne sia accorto. Quando la madre se ne è avveduta una buona parte del bigliettino aveva già preso la via dell'esofago.
Sta magnacarta a tradimento ha talento cleptomane.
Mi immagino con lei nel marsupio prendere la metropolitana tra Re di Roma e Repubblica nelle ore di punta; torneremmo a casa carichi di portafogli, collane, orologi e biglietti della metro da mangiare.
Sollecitato da Michela, il pediatra dice che è normale amministrazione mangiarsi la carta a 6 mesi.
Mentre il bigliettino gira per gli intestini di mia figlia penso che sarà una letterata. O una letterina.
Dopo 24 ore di preoccupante stitichezza ora il pezzetto di carta galleggia nel pannolone, intero, accartocciato di marrone giallino.
Ho proposto a Michela di lavarlo e conservarlo ma anche al feticismo genitoriale è giusto porre un limite.
 
- Scrive sul blog del padre.
Ma questo, forse, già lo sapete.


2 e 1/8

by Diego Bianchi il 5 dicembre 2003 @ 16:01 / Glob / 4 Commenti
Sul primo blog di Luca Sofri leggo, a margine di una riflessione sui nascenti blog di kataweb e sulla prima evitabile gaffe del portale alla fragola, quest'affermazione (il titolo del post è Hmmmm…):

con rispetto e affetto per molti dei coinvolti, mi pare si possa dire – e anche spiegare perché – che nessuno dei weblog inventati dalle grosse strutture online (portali, giornali) sia stato un successo, e non parlo di numeri. Il problema, quindi, è di Kataweb.
Detto che dei problemi di Kataweb poco mi interessa [...], mi infastidisce parecchio questa pratica diffusa, soprattutto tra blogger celebri e/o di vecchia data, dello sparare sulla croce rossa dei portali facendo passare il concetto secondo il quale i blog proposti da un portale siano quasi sempre un prodotto scadente, fatto male e in fretta, finalizzato unicamente ad affastellare banner, avulso dal vero spirito della blogosfera, sfigato, di rincorsa sulla tendenza, ecc. ecc. ecc.

Se in diversi casi tutto ciò è oggettivamente vero e se per alcuni di questi casi Sofri forse parla anche per esperienza direttissima, ciò non significa che sia sempre necessariamente e matematicamente così.
E' ovvio che un portale che campa con i propri servizi punti a generare nuovo traffico, nuova utenza e nuova pubblicità laddove il servizio viene gratuitamente offerto, ma sulla qualità e sull'attenzione posta alla realizzazione del prodotto gli approcci dei vari portali non sono stati tutti uguali e continuano ad essere diversi.
E un blogger esperto e navigato come Sofri questo lo sa sicuramente.



Kill Chuck

by Diego Bianchi il 4 dicembre 2003 @ 14:43 / Libreria / 5 Commenti
Nelle mie letture sono sempre stato molto verticale, nel senso dell'approfondimento più che della posizione.
Se un autore mi piace l'obiettivo è di leggerne tutti i libri prodotti.
Se è estate e l'autore è un contemporaneo, spesso ci riesco.
Se non è estate e l'autore è morto non ce la faccio praticamente mai. [...]
Nel caso di Chuck Palahniuk mi trovo nel mezzo, con una contemporaneità attualmente mal supportata dalla stagione meno consona alle mie letture.
Dopo Fight Club, Invisible monster e Survivor ho appena finito di leggere Ninna Nanna.
Mi manca solo Soffocare, del quale sono già in possesso, e Palahniuk è finito.
Di Ninna nanna non ho ancora capito se e quanto mi sia piaciuto.
Direi più di Fight Club, meno di Survivor e Invisible Monster.
Se siete genitori di bambini da cullare, ecco, questa decisamente non è la lettura più indicata per voi.
Per quanto il trasformismo dei personaggi di Palahniuk possa devastarvi, per quanto il politicamente scorretto possa affascinarvi, la ninna nanna che uccide potrebbe suonarvi comunque eccessivamente eccessiva, soprattutto se siete alla ricerca della ninna nanna giusta ogni giorno.
Palahniuk ha alzato talmente tanto il tiro delle sue allucinazioni da rischiare ad ogni pagina di deludere le aspettative di chi cerca di seguirlo.
Confermo e ribadisco che quest'uomo è un pericolosissimo pazzo, uno che se non avesse scritto libri sarebbe sicuramente ricercato in tutto il mondo per turpi e riprovevoli ragioni.
Per fortuna però scrive libri e lo cercano lo stesso in tutto il mondo, magari per leggerlo prima di andare a dormire.